KARL RAIMUND POPPER.

LA SOCIETA' APERTA E I SUOI NEMICI.

Parte 5.

Titolo originale: The Open Society and Its Enemies. 1945.
1974 - 2004 Armando Editore, Roma.
Collana Popperiana: Collana diretta da Massimo Baldini.
A cura di Dario Antiseri.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
       http:\\www.galiano.it
   ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
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L'AUTONOMIA DELLA SOCIOLOGIA.
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Una concisa formulazione dell'opposizione di Marx allo psicologismo1, cio alla dottrina secondo cui tutte le leggi della vita sociale devono essere, in ultima analisi, riducibili alle leggi psicologiche dell'umana natura  la sua famosa massima: Non  la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma , al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza2. Scopo del presente Capitolo e dei due successivi  essenzialmente quello di illustrare tale massima. Desidero anche fin d'ora dichiarare che, sviluppando quello che considero l'anti-psicologismo di Marx, sviluppo una concezione alla quale io stesso aderisco.
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Come esempio elementare e primo passo nella nostra analisi, possiamo far riferimento al problema delle cosiddette regole di esogamia, cio al problema che consiste nello spiegare l'ampia
diffusione, in seno alle pi diverse culture, di leggi matrimoniali chiaramente destinate a impedire l'unione fra affini. Mill e la sua scuola psicologistica di sociologia (alla quale successivamente aderirono molti psicanalisti) tenterebbero di spiegare queste regole facendo riferimento alla natura umana, per esempio a una specie di avversione istintiva contro l'incesto (sviluppata forse attraverso la selezione naturale ovvero attraverso la repressione); e in qualche modo simile a questa potrebbe essere anche la spiegazione ingenua o popolare.
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Adottando, tuttavia, il punto di vista espresso nella massima di Marx, ci si potrebbe chiedere se non  vero piuttosto il contrario, vale a dire, se l'apparente istinto non sia invece un prodotto dell'educazione, l'effetto e non la causa delle tradizioni e regole sociali che richiedono l'esogamia e vietano l'incesto3.  evidente che questi due approcci corrispondono esattamente all'antichissimo problema se le leggi sociali siano naturali o convenzionali (ampiamente trattato nel Capitolo 5).
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In una questione, come quella qui scelta ad esempio, riesce difficile determinare quale delle due teorie sia quella giusta: la spiegazione delle regole sociali tradizionali in base all'istinto o la spiegazione dell'istinto in base alle regole sociali tradizionali. La possibilit di risolvere problemi di questo genere per mezzo di esperimenti  stata tuttavia dimostrata in un caso simile, quello cio dell'avversione apparentemente istintiva per i rettili. Questa avversione ha tutta l'apparenza di essere istintiva o naturale in quanto si manifesta non solo negli uomini, ma anche in tutte le scimmie antropoidi e nella maggior parte delle scimmie normali.
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Ma esperimenti sembrano indicare che questa paura  convenzionale. Essa sembra essere un prodotto dell'educazione non solo nella razza umana ma anche, per esempio, negli scimpanz, dal momento che4 sia i bambini piccoli che i piccoli scimpanz ai quali non  stato insegnato di temere i rettili non manifestano quel presunto istinto. Questo esempio dovrebbe servire da monito. Noi ci troviamo qui di fronte a un'avversione che  evidentemente universale, anche, oltre i limiti della razza umana; ma, bench si possa forse trarre dal fatto che una
abitudine non  universale la conclusione che essa non  basata sull'istinto (anche questo argomento  pericoloso dal momento che ci sono costumanze sociali che impongono la soppressione di istinti), vediamo che il contrario non  certamente vero. L'universale presenza di un dato comportamento non  un argomento decisivo in favore del suo carattere istintivo o del suo radicarsi nella natura umana.
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Queste considerazioni possono aiutarci a comprendere quanto ingenuo sia presumere che tutte le leggi sociali siano deducibili, in linea di principio, dalla psicologia della natura umana. Ma quest'analisi  ancora alquanto superficiale. Al fine di andare un passo pi avanti, possiamo cercare di analizzare pi direttamente le tesi fondamentali dello psicologismo, vale a dire la dottrina secondo la quale, essendo la societ il prodotto di menti interagenti, le leggi sociali devono essere in ultima analisi riducibili alle leggi psicologiche, dal momento che gli eventi della vita sociale, incluse le sue convenzioni, devono essere il risultato di cause che hanno sede nelle menti degli uomini singoli.
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Contro questa dottrina dello psicologismo, i fautori di una sociologia autonoma possono avanzare concezioni istituzionalistiche5. Essi possono far rilevare, prima di tutto, che nessuna azione pu mai essere spiegata esclusivamente in base al movente; se di moventi (o qualsiasi altro concetto psicologico o comportamentistico) si deve far uso nella spiegazione, allora tali moventi devono essere integrati da un riferimento alla situazione generale e, in particolare, all'ambiente.
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Nel caso delle azioni umane, questo ambiente  in larghissima misura di natura sociale, e cos le nostre azioni non possono essere spiegate senza riferimento al nostro ambiente sociale, alle istituzioni sociali e al loro modo di funzionare.  quindi impossibile, pu sostenere l'istituzionalista, ridurre la sociologia a una analisi psicologica o comportamentistica delle nostre azioni;  piuttosto vero che ogni analisi siffatta presuppone la sociologia, la quale non pu quindi interamente dipendere dall'analisi psicologica. La sociologia, o almeno una parte molto importante di essa, deve essere autonoma.
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Contro simile concezione, i fautori dello psicologismo possono replicare di essere dispostissimi a riconoscere la grande importanza dei fattori ambientali, siano essi naturali o sociali; ma la struttura (probabilmente essi preferiscono il termine di moda pattern) dell'ambiente sociale, in contrapposizione all'ambiente naturale,  fatta dall'uomo e quindi deve essere spiegabile in termini di natura umana, in conformit con la dottrina dello psicologismo.
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Per esempio, l'istituzione caratteristica che gli economisti chiamano il mercato, e il cui funzionamento  l'oggetto essenziale dei loro studi, pu essere dedotta, in ultima analisi, dalla psicologia dell'uomo economico o, per usare la fraseologia di Mill, dai fenomeni psicologici del perseguimento della ricchezza6. Inoltre, i fautori dello psicologismo
ribadiscono che  proprio in ragione della peculiare struttura psicologica della natura umana, che le istituzioni svolgono un ruolo cos importante nella nostra societ e che, una volta istituite, esse mostrano la tendenza a diventare una parte tradizionale e relativamente fissa del nostro ambiente. Infine e questo  il loro punto decisivo  sia l'origine che lo sviluppo delle tradizioni devono essere spiegabili in termini di natura umana.
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Quando facciamo risalire tradizioni e istituzioni alla loro origine, finiamo con lo scoprire che la loro introduzione  spiegabile in termini psicologici, dal momento che esse sono state introdotte dall'uomo per un fine o per l'altro e sotto l'influenza di certi moventi. E, anche se questi moventi sono stati dimenticati nel corso del tempo, appunto questa dimenticanza, come
pure la nostra disponibilit a liquidare istituzioni il cui fine  oscuro,  a sua volta basata sulla natura umana. Cos, tutti i fenomeni della societ sono fenomeni della natura umana7, come dice Mill; e le leggi dei fenomeni della societ non sono e non possono essere altro che le leggi delle azioni e delle passioni degli esseri umani, vale a dire le leggi della natura umana individuale. Gli uomini non si convertono, se messi insieme, in un altro genere di sostanza...8.
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Quest'ultima osservazione di Mill mette in luce uno dei pi validi aspetti dello psicologismo, cio la sua giusta opposizione al collettivismo e all'olismo, il suo rifiuto a lasciarsi condizionare dal romanticismo di Rousseau e di Hegel, da una volont generale o da uno spirito nazionale o, infine, da una mente di gruppo. Lo psicologismo, a mio avviso,  giusto solo nella misura in cui insiste su quello che si pu chiamare individualismo metodologico in contrapposizione al collettivismo metodologico; esso giustamente sostiene che il comportamento e le azioni dei collettivi, come gli stati o i gruppi sociali, devono essere ricondotti al comportamento e alle azioni dei singoli esseri umani.
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Ma la convinzione che l'adozione di un metodo individualistico siffatto implichi l'adozione di un metodo psicologico  erroneo (come si dimostrer pi avanti nel corso di questo Capitolo), anche se, a prima vista, pu apparire senz'altro plausibile. E che lo psicologismo, in quanto tale si muova su un terreno piuttosto pericoloso, a parte il suo lodevole metodo individualistico, risulta evidente da alcuni altri passi dell'argomentazione di Mill. Infatti essi dimostrano che lo psicologismo  costretto ad adottare metodi storicistici.
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Il tentativo di ridurre i fatti del nostro ambiente sociale a fatti psicologici, ci spinge a speculazioni sulle origini e sugli sviluppi. Quando abbiamo preso in esame la sociologia di Platone, abbiamo avuto occasione di valutare i dubbi meriti di un siffatto approccio alla scienza sociale (si veda il Capitolo 5). Nella nostra critica di Mill, cercheremo ora di dare un
colpo decisivo a tale approccio.
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 senza dubbio lo psicologismo che costringe Mill ad adottare un metodo storicistico ed egli  anche vagamente consapevole della sterilit o povert dello storicismo, dal momento che cerca di giustificare questa sterilit mettendo in evidenza le difficolt che sorgono dalla tremenda complessit della interazione di tante menti individuali. Pur essendo una norma imperativa quella di non introdurre mai alcuna generalizzazione... nella scienza sociale, se non le si possano indicare sufficienti motivi nella natura umana, non credo che qualcuno sosterr che sarebbe stato possibile, partendo dai principi della natura umana e dalle circostanze generali della situazione della nostra specie, determinare a priori l'ordine in cui lo sviluppo umano deve avvenire, e per conseguenza predire i fatti generali della storia sino al momento presente9.
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A sostegno di questa tesi, egli afferma che dopo i primi pochi termini della serie, l'influenza esercitata su ciascuna generazione dalle generazioni precedenti diviene... sempre pi preponderante su ogni altra influenza. (In altre parole, l'ambiente sociale diventa una influenza predominante). Una cos lunga serie d'azioni e reazioni... non potrebbe mai venire computata dalle facolt umane....
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Questo argomento, e specialmente l'osservazione di Mill sui pochi primi termini della serie,  una interessante ammissione della debolezza della versione psicologistica dello storicismo. Se tutte le regolarit della vita sociale, le leggi del nostro ambiente sociale, di tutte le istituzioni ecc. devono, in ultima analisi, essere spiegate dalle (e ridotte alle) azioni e passioni di esseri umani, allora tale approccio ci impone non solo l'idea dello sviluppo storico-causale, ma anche l'idea dei primi passi di tale sviluppo.
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Infatti, l'insistenza sull'origine psicologica delle regole o istituzioni sociali pu soltanto significare che esse possono essere fatte risalire a uno stadio in cui la loro introduzione dipendeva soltanto da fattori psicologici, o pi precisamente, a uno stadio in cui essa era indipendente da qualsiasi istituzione sociale stabilita. Lo psicologismo  cos costretto, volente o nolente, ad operare con l'idea di un inizio della societ e con l'idea di una natura umana e di una psicologia umana quali esistono anteriormente alla societ. In altre parole, l'osservazione di Mill in merito ai primi pochi termini della serie dello sviluppo sociale, non  un lapsus accidentale, come si potrebbe forse credere, ma l'appropriata espressione della disperata posizione alla quale  costretto.
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 una posizione disperata perch questa teoria di una natura umana pre-sociale che spiega la fondazione della societ versione psicologistica del contratto sociale non  soltanto un mito storico, ma anche per cos dire un mito metodologico. Esso non pu neppure essere seriamente preso in considerazione perch abbiamo buone ragioni di credere che l'uomo, o meglio il suo antenato, fu sociale prima di essere umano (se si considera, per esempio, che il linguaggio presuppone la societ). Ma ci implica che le istituzioni sociali e con esse le tipiche regolarit sociali o leggi sociologiche10, devono essere esistite prima di quella che alcuni amano chiamare la natura umana e prima della psicologia umana. Se una riduzione si dovesse in ogni caso tentare, sarebbe quindi pi promettente tentare una riduzione o interpretazione della psicologia in termini di sociologia invece del contrario.
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Tutto questo ci riporta alla massima di Marx citata all'inizio del presente Capitolo. Gli uomini cio le menti umane, i bisogni, le speranze, le paure e le attese, i moventi e le aspirazioni di individui umani sono in sostanza il prodotto della vita in societ piuttosto che i suoi creatori. Bisogna riconoscere che la struttura del nostro ambiente sociale , in un certo senso, fatta dall'uomo; che le sue istituzioni e tradizioni non sono il lavoro n di Dio n della natura, ma i risultati di azioni e decisioni umane, ed alterabili da azioni e decisioni umane. Ma ci non significa che esse siano tutte coscientemente progettate e spiegabili in termini di bisogni, speranze e moventi.
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Al contrario, anche quelle che sorgono come risultato di azioni umane coscienti e intenzionali sono, di regola, i sottoprodotti indiretti, inintenzionali e spesso non voluti di tali azioni. Soltanto un piccolo numero di istituzioni sociali sono coscientemente progettate, mentre la stragrande maggioranza di esse  semplicemente "cresciuta", come risultato imprevisto di azioni umane, come ho precedentemente affermato11; e possiamo aggiungere che anche la maggior parte delle poche istituzioni che sono state progettate coscientemente ed hanno avuto successo (per
esempio una Universit di nuova fondazione o un sindacato) non risultano pienamente conformi al progetto: anche in questo caso a causa delle inintenzionali ripercussioni sociali risultanti dalla loro creazione intenzionale.
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Infatti, la loro creazione non influenza soltanto molte altre istituzioni sociali, ma anche la natura umana: speranze, paure e ambizioni, dapprima di coloro che sono pi immediatamente
coinvolti e poi spesso di tutti i membri della societ. Una delle conseguenze di ci  che i valori morali di una societ le richieste e le proposte riconosciute da tutti, o da quasi tutti, i suoi membri sono strettamente legati alle sue istituzioni e tradizioni e che non possono sopravvivere alla distruzione delle istituzioni e tradizioni di una societ (come abbiamo ricordato nel Capitolo 9 quando abbiamo preso in esame la ripulitura della tela del rivoluzionario radicale).
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Tutto ci vale in modo particolare per i pi antichi periodi dello sviluppo sociale, cio per la societ chiusa, nella quale la progettazione cosciente di istituzioni  un evento eccezionalissimo, seppure qualche volta abbia luogo. Oggigiorno, le cose possono cominciare ad essere diverse, grazie alla crescita, sia pur lenta, della nostra conoscenza della societ, cio grazie allo studio delle inintenzionali ripercussioni dei nostri piani e delle nostre azioni; e un giorno gli uomini potranno anche diventare i creatori coscienti di una societ aperta e quindi di una pi larga parte del loro destino (Marx coltiv questa speranza, come mostreremo nel prossimo Capitolo); ma tutto ci  in parte questione di grado e bench possiamo imparare a prevedere molte delle conseguenze inintenzionali delle nostre azioni (e questo  appunto l'obiettivo fondamentale di ogni tecnologia sociale), ce ne saranno sempre molte che non avremo potuto prevedere.
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Il fatto che lo psicologismo sia costretto a operare con l'idea di un'origine psicologica della societ costituisce, a mio avviso, un decisivo argomento contro di esso. Ma non  il solo. Forse la pi importante critica allo psicologismo  che esso non riesce a comprendere il compito fondamentale delle scienze sociali esplicative.
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Questo compito non , come credono gli storicisti, la profezia del futuro corso della storia.  piuttosto quello della scoperta e spiegazione delle meno ovvie dipendenze che si riscontrano
nell'ambito della sfera sociale.  piuttosto quello della scoperta delle difficolt che si pongono lungo la via dell'azione sociale lo studio, per cos dire, della pesantezza, dell'elasticit o della fragilit della materia sociale, della sua resistenza ai nostri tentativi di modellarla e di manipolarla.
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Al fine di chiarire questo punto, illustrer brevemente una teoria che  largamente condivisa, ma che presuppone quello che considero precisamente il contrario del vero fine delle scienze sociali: quella che chiamo la teoria cospiratoria della societ. Essa consiste nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev'essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo.
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Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva, naturalmente, dall'erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella societ specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povert, le carestie, che la gente di solito detesta  il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti. Questa teoria ha molti sostenitori ed  anche pi antica dello storicismo (che, come risulta dalla sua forma teistica primitiva,  un derivato della teoria della cospirazione). Nelle sue forme moderne esso , come lo storicismo moderno e come un certo atteggiamento moderno nei confronti delle leggi naturali, il tipico risultato della secolarizzazione di una superstizione religiosa.
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La credenza negli di omerici le cui cospirazioni spiegano la storia della guerra di Troia  morta. Gli di sono stati abbandonati. Ma il loro posto  occupato da uomini o gruppi potenti sinistri gruppi di pressione la cui perversit  responsabile di tutti i mali di cui soffriamo come i famosi saggi di Sion, o i monopolisti, o i capitalisti, o gli imperialisti. Io non intendo affermare, con questo, che cospirazioni non avvengano mai. Al contrario, esse sono tipici fenomeni sociali.
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Esse diventano importanti, per esempio, tutte le volte che pervengono al potere persone che credono nella teoria della cospirazione. E persone che credono sinceramente di sapere come si realizza il cielo in terra sono facili quant'altre mai ad adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione contro inesistenti cospiratori. Infatti la sola spiegazione del fallimento del loro tentativo di realizzare il cielo in terra  l'intenzione malvagia del demonio che ha tutto l'interesse di mantenere vivo l'inferno.
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Cospirazioni avvengono, bisogna ammetterlo. Ma il fatto notevole che, nonostante la loro presenza, smentisce la teoria della cospirazione,  che poche di queste cospirazioni alla fin fine hanno successo. I cospiratori raramente riescono ad attuare la loro cospirazione.
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Perch accade questo? Perch le realizzazioni differiscono cos profondamente dalle aspirazioni? Perch ci  quanto normalmente avviene nella vita sociale, ci siano o non ci siano cospirazioni. La vita sociale non  solo una prova di forza fra gruppi in competizione, ma  anche azione entro una pi o meno elastica o fragile struttura di istituzioni e tradizioni, azione che provoca a parte qualsiasi contro-azione consapevole molte reazioni impreviste, e alcune di esse forse anche imprevedibili, in seno a questa struttura.
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Cercare di analizzare queste reazioni e di prevederle per quanto possibile , a mio giudizio, il compito essenziale delle scienze sociali.  il compito di analizzare le inintenzionali ripercussioni sociali delle azioni umane intenzionali, quelle ripercussioni la cui importanza  trascurata sia dalla teoria della cospirazione che dallo psicologismo, come abbiamo gi indicato. Un'azione che si attui in piena armonia con l'intenzione non crea problemi per la scienza sociale (a meno che non si imponga la necessit di spiegare perch in quel determinato
caso non si siano avute ripercussioni inintenzionali di alcun genere).
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Una delle pi elementari azioni economiche pu servire da esempio al fine di rendere chiarissima l'idea delle conseguenze inintenzionali delle nostre azioni. Se un uomo desidera acquistare subito una casa, possiamo tranquillamente presumere che egli non desidera certo far salire il prezzo di mercato delle case. Ma il semplice fatto che egli si presenti sul mercato in qualit di acquirente, tender a far salire i prezzi di mercato. E osservazioni analoghe valgono per il venditore.
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Oppure prendiamo un esempio da un campo assolutamente diverso: se un uomo decide di assicurarsi sulla vita,  improbabile che abbia l'intenzione di incoraggiare certa gente a investire il proprio denaro in azioni di compagnie assicurative. Ma egli nondimeno far proprio questo. Noi vediamo gi chiaramente che non tutte le conseguenze delle nostre azioni sono conseguenze intenzionali; e quindi che la teoria cospiratoria della societ non pu essere vera perch equivale all'asserzione che tutti i risultati, anche quelli che a prima vista non sembrano premeditati da alcuno, sono i risultati intenzionali delle azioni di persone che sono interessate a tali risultati.
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Gli esempi forniti non confutano lo psicologismo cos facilmente come confutano la teoria della cospirazione, perch si pu sostenere che  la conoscenza da parte dei venditori della presenza di un compratore nel mercato e la loro speranza di spuntare un prezzo pi alto in altre parole i fattori psicologici che spiegano le ripercussioni descritte. Ci, naturalmente,  perfettamente vero; ma noi non dobbiamo dimenticare che questa conoscenza e questa speranza non sono dati ultimi della natura umana e che esse sono, a loro volta, spiegabili in termini di situazione sociale: la situazione di mercato.
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Questa situazione sociale non  riducibile ai moventi e alle leggi generali della natura umana. In realt, l'interferenza di certi tratti della natura umana, come ad esempio la nostra sensibilit alla propaganda, possono talvolta portare a deviazioni dal comportamento economico or ora menzionato. Inoltre, se la situazione sociale  diversa da quella considerata,  possibile allora che il consumatore, con l'atto di acquistare, contribuisca indirettamente alla diminuzione del prezzo dell'articolo, per esempio rendendo pi vantaggiosa la sua produzione di massa.
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Bench questo effetto risulti favorire il suo interesse come consumatore, esso pu benissimo essere stato provocato altrettanto involontariamente che l'effetto opposto, e senz'altro sotto condizioni psicologiche del tutto simili. Sembra evidente che le situazioni sociali che possono portare a ripercussioni non volute o inintenzionali cos profondamente diverse devono essere
studiate da una scienza sociale che non sia vincolata al pregiudizio che  una norma imperativa quella di non introdurre mai alcuna generalizzazione... nella scienza sociale, se non le si possano indicare sufficienti motivi nella natura umana, come disse Mill12. Esse devono essere studiate da una scienza sociale autonoma.
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Continuando questa argomentazione contro lo psicologismo, possiamo dire che le nostre azioni sono in larghissima misura spiegabili nei termini della situazione in cui si svolgono. Naturalmente, esse non sono mai spiegabili nei termini della sola situazione; una spiegazione del modo in cui un uomo, quando attraversa una strada, schiva le macchine che si muovono in essa, pu andare oltre la situazione e far riferimento ai suoi moventi, a un istinto di auto-conservazione, o al suo desiderio di evitare sofferenze, ecc. Ma questa parte psicologica della spiegazione  molto spesso banale in confronto alla particolareggiata determinazione della sua azione da parte di quella che possiamo chiamare la logica della situazione; e, inoltre,  impossibile includere tutti i fattori psicologici nella discussione della situazione.
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L'analisi della situazione, la logica situazionale, svolge un ruolo importantissimo sia nella vita sociale che nelle scienze sociali. Essa , di fatto, il metodo dell'analisi economica. Per fare un esempio al di fuori dell'economia, posso riferirmi alla logica del potere13 che noi possiamo usare al fine di spiegare sia le mosse della politica di potere che il funzionamento di certe istituzioni politiche. Il metodo di applicare una logica situazionale alle scienze sociali non  basato su alcun presupposto psicologico in merito alla razionalit (o meno) della
natura umana. Al contrario: quando parliamo di comportamento razionale o di comportamento irrazionale, noi intendiamo un comportamento che  o non  in armonia con la logica di quella
situazione. Di fatto, l'analisi psicologica di un'azione in funzione dei suoi moventi (razionali o irrazionali) presuppone come  stato messo in luce da Max Weber14 che si sia preventivamente sviluppato qualche criterio di quel che  da considerare razionale nella situazione in questione.
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Le mie argomentazioni contro lo psicologismo non devono essere fraintese15. Esse, naturalmente, non si propongono di dimostrare che gli studi e le scoperte psicologici sono di scarsa importanza per lo scienziato sociale. Esse significano piuttosto che la psicologia la psicologia dell'individuo  una delle scienze sociali, anche se non  la base di tutta la scienza sociale. Nessuno vorr negare l'importanza per la scienza politica di fatti psicologici come la brama di potere e i vari fenomeni nevrotici con essa collegati. Ma la brama di potere 
senza dubbio una nozione sociale oltre che psicologica: non dobbiamo dimenticare che, se noi studiamo, per esempio, la prima comparsa nell'infanzia di questa brama, noi la studiamo nel contesto di una certa istituzione sociale, per esempio quella della nostra famiglia moderna. (La famiglia esquimese pu dar vita a fenomeni alquanto diversi).
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Un altro fatto psicologico, che  importante per la sociologia e che solleva gravi problemi politici e istituzionali,  che vivere nel seno di una trib o di una comunit prossima alla trib e per molti uomini una necessit emotiva (specialmente per giovani che, forse in armonia con un parallelismo fra sviluppo ontogenetico e sviluppo filogenetico, sembra debbano passare attraverso uno stadio tribale o amerindio).
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Che il mio attacco contro lo psicologismo non sia da intendere affatto come un attacco contro qualsivoglia considerazione psicologica, risulta evidente dall'uso che io stesso ho fatto (nel Capitolo 10) di un concetto come quello di effetto stressante della civilt che  in parte il risultato di questo insoddisfatto bisogno emotivo. Questo concetto fa riferimento a certi sentimenti di disagio ed e quindi un concetto psicologico. Ma, nello stesso tempo,  anche un concetto sociologico; infatti esso non solo qualifica questi sentimenti come spiacevoli e
penosi ecc., ma li collega anche a una certa situazione sociale e al contrasto fra una societ aperta e una societ chiusa. (Molti concetti psicologici come l'ambizione o l'amore hanno uno status analogo).
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Inoltre, non dobbiamo sottovalutare i grandi meriti che lo psicologismo ha acquistato insistendo sulla necessit di un individualismo metodologico e opponendosi al collettivismo metodologico; infatti, esso viene in appoggio all'importante dottrina che tutti i fenomeni sociali, e specialmente il funzionamento di tutte le istituzioni sociali, devono essere sempre considerati come risultanti dalle decisioni, azioni, atteggiamenti ecc. di individui umani e che non dobbiamo mai accontentarci di una spiegazione in termini di cosiddetti collettivi (stati, nazioni, razze ecc.).
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L'errore dello psicologismo consiste nel pretendere che l'individualismo metodologico nel campo della scienza sociale comporti la necessit di ridurre tutti i fenomeni sociali e tutte le regolarit sociali a fenomeni psicologici e a leggi psicologiche. Il pericolo di questa pretesa  la sua inclinazione verso lo storicismo, come abbiamo visto. Che essa sia ingiustificata 
dimostrato dalla necessit di una teoria delle ripercussioni sociali inintenzionali delle nostre azioni e dalla necessit di quella che ho chiamato la logica delle situazioni sociali.
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Difendendo e sviluppando la concezione di Marx che i problemi della societ sono irriducibili ai problemi della natura umana, mi sono permesso di andare oltre agli argomenti effettivamente avanzati da Marx. Marx non parl di psicologismo e non lo critic sistematicamente; egli non pensava neppure a Mill quando scrisse la massima citata all'inizio di questo Capitolo. La forza di questa massima  piuttosto diretta contro l'idealismo nella sua forma hegeliana. Eppure, per quanto riguarda il problema della natura psicologica della societ, si pu dire che lo psicologismo di Mill coincida con la teoria idealistica combattuta da Marx16.
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Ma fu proprio l'influenza di un altro elemento dell'hegelismo, e cio il collettivismo platonizzante di Hegel, la sua teoria che lo stato e la nazione sono pi reali dell'individuo che deve tutto ad essi, che port Marx alla concezione illustrata in questo Capitolo (prova questa del fatto che si pu talvolta ricavare una indicazione valida anche da una teoria filosofica assurda). Cos, storicamente, Marx svilupp alcune delle concezioni di Hegel relative alla superiorit della societ nei confronti dell'individuo e le us come argomenti contro altre concezioni di Hegel. Ma poich io considero Mill un avversario pi degno di Hegel, non mi sono strettamente attenuto alla storia delle idee di Marx, ma ho cercato di svilupparle nella forma di un argomento contro Mill.
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Note.
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1. Cfr. la nota 19 al Capitolo precedente.
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2. Cfr. la prefazione (citata anche nella nota 20 al Capitolo 12 e nel testo relativo alla nota 13 al Capitolo 15 e 3 al Capitolo 16) di Marx alla sua Per la critica dell'economia politica, cit., p. 5; si veda anche K. Marx, F. Engels, L'ideologia tedesca, trad. it. di F. Codino, con una introduzione di C. Luporini, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 13: Non  la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza.
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3. Cfr. M. Ginsberg, Sociology, Home University Librar, p. 130 sgg., che discute questo problema in un contesto simile senza, tuttavia, riferirsi a Marx.
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4. Cfr., per esempio, Zoology Leaflet 10, pubblicato dal Field Museum of Natural History, Chicago, 1929.
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5. Per l'istituzionalismo, cfr. specialmente il Capitolo 3 (testo relativo alle note 9 e 10) e il Capitolo 9.
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6. Cfr. J.S. Mill, Sistema di logica, 6, 9,  3 (cfr. anche le note 16-18 al capitolo 13)
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7. Cfr. J.S. Mill, op. cit., 6; 6,  2.
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8. Cfr. J.S. Mill, op. cit., 6; 7,  1. Per l'opposizione fra individualismo metodologico e collettivismo metodologico, si veda F.A. von Hayek, Scientism and the Study of Society, parte II, sezione VII (Economica, 1943, pp. 41 sgg.); rist. in The Counter-Revolution of Science: Studies on the Abuse of Reason, The Free Press, Glencoe, 1952; trad. it. L'abuso della ragione, Vallecchi, Firenze, 1967, pp. 39 sgg.
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9. Per questa citazione e la seguente si veda J.S. Mill, op. cit., 6, 10,  4.
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10. Uso il termine leggi sociologiche per indicare le leggi naturali della vita sociale, in opposizione alle sue leggi normative, cfr. il testo relativo alle note 8-9 al Capitolo 5.
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11. Cfr. la nota 10 al Capitolo 3. (Il passo  una citazione da p. 122 della parte 2 del mio Miseria dello storicismo, cit. Sono debitore dell'indicazione che fu Marx a concepire per primo la teoria sociale come studio delle inintenzionali ripercussioni sociali di quasi tutte le nostre azioni, a K. Polanyi, che sottoline questo aspetto del marxismo in discussioni private (1924).
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[(1)  necessario tuttavia rilevare che, nonostante l'aspetto del marxismo che  stato or ora menzionato e che costituisce un importante punto di convergenza fra la concezione di Marx e la mia sul metodo, c' tuttavia una considerevole differenza fra le due concezioni relativamente al modo in cui queste non-volute o inintenzionali ripercussioni devono essere analizzate. Infatti Marx  un collettivista metodologico. Egli crede che  il sistema delle relazioni economiche come tale che fa sorgere le conseguenze non-volute; un sistema di istituzioni che, a sua volta, si pu spiegare in termini di mezzi di produzione, ma che non  analizzabile in termini di individui, delle loro relazioni e delle loro azioni. In contrasto con questa concezione, io sostengo che le istituzioni (e le tradizioni) debbono essere analizzate in termini individualistici: vale a dire in termini di relazioni di individui che agiscono in determinate condizioni e delle inintenzionali conseguenze delle loro azioni.
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(2) Il riferimento nel testo alla ripulitura della tela e al Capitolo 9 riguarda le note 9-12 e il relativo testo di quel Capitolo.
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(3) Per quanto riguarda le osservazioni nel testo (nel paragrafo al quale si riferisce questa nota e in alcuni di quelli che seguono) a proposito delle inintenzionali ripercussioni sociali delle nostre azioni, desidero richiamare l'attenzione sul fatto che la situazione nelle scienze fisiche (e nel campo dell'ingegneria meccanica e della tecnologia)  alquanto simile.
Compito della tecnologia  anche qui, in larga misura, quello di informarci sulle conseguenze inintenzionali di ci che stiamo facendo (per esempio, che un ponte pu diventare troppo pesante se rafforziamo talune delle sue componenti).
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Ma l'analogia va anche pi in l. Le nostre invenzioni meccaniche raramente funzionano secondo i piani originari. Gli inventori dell'automobile probabilmente non previdero le ripercussioni sociali delle loro azioni, ma certamente non ne previdero le ripercussioni puramente meccaniche i molti modi in cui le loro automobili potevano guastarsi. E mentre vennero modificate per evitare questi guasti, le loro automobili subirono trasformazioni radicali. (E con esse cambiarono anche i moventi e le aspirazioni di alcune persone).
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(4) Per la mia critica della teoria della cospirazione (pi avanti nel testo) cfr. i miei saggi: Previsione e profezia nelle scienze sociali (gi nei Proceedings of the 10 International Congress of Philosophy, 1948, vol. 1 pp. 82 sgg., ora in Congetture e confutazioni, cit., pp. 571-88; si veda specialmente alle pp. 579 sg.) e Per una teoria razionale della tradizione (gi in The Rationalist Annual, 1949, pp. 36 sgg., ora in Congetture e confutazioni, cit., pp. 207-33; si veda specialmente alle pp. 212 sgg.)].
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12. Si veda il passo, tratto da J.S. Mill, op. cit., citato nel testo relativo alla nota 8 al presente Capitolo.
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13. Cfr. la nota 63 al Capitolo 10. Importanti contributi alla logica del potere hanno dato Platone (nei Libri 8, 9 della Rep ubblica e nelle Leggi), Aristotele, Machiavelli, Pareto e molti altri.
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14. Cfr. Max Weber, Ges. Aufsaetze zur Wissenschaftslehre (1922), specialmente le pp. 408 sgg. Ritengo opportuno aggiungere qui un'osservazione a proposito dell'asserzione, spesso ripetuta, che le scienze sociali operano con un metodo diverso da quello delle scienze naturali, in quanto noi conosciamo gli atomi sociali, cio noi stessi, per conoscenza diretta, mentre la nostra conoscenza degli atomi fisici  soltanto ipotetica. Da questa premessa si trae spesso la conclusione (lo fa, per esempio, Carl Menger) che il metodo della scienza sociale, poich fa uso della nostra conoscenza di noi stessi,  psicologico o magari soggettivo in opposizione ai metodi oggettivi delle scienze naturali.
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A questa affermazione possiamo replicare: certamente non c' alcuna ragione per cui non si debba usare qualsiasi conoscenza diretta che possiamo avere di noi stessi. Ma tale conoscenza  utile nelle scienze sociali soltanto se generalizziamo, cio se presupponiamo che quello che sappiamo di noi stessi  valido anche per gli altri. Ma questa generalizzazione ha carattere ipotetico e deve essere provata e corretta dall'esperienza di tipo oggettivo. (Prima di aver incontrato qualcuno a cui non piace il cioccolato, alcuni possono essere facilmente portati a credere che esso piace a tutti).
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Senza dubbio, nel caso degli atomi sociali noi ci troviamo per certi rispetti in posizione piu favorevole che nel caso degli atomi fisici, grazie non solo alla nostra conoscenza di noi stessi, ma anche all'uso del linguaggio. Eppure, dal punto di vista del metodo scientifico, un'ipotesi sociale suggerita dalla auto-intuizione non  in condizione diversa da quella di un'ipotesi fisica intorno agli atomi. Anche quest'ultima pu essere suggerita al fisico da una specie di intuizione di quello che sono gli atomi. E, in entrambi i casi, questa intuizione  un affare privato dell'uomo che propone l'ipotesi. Ci che  pubblico e importante per la scienza  semplicemente la questione se le ipotesi possono essere controllate dall'esperienza e se resistono a tali controlli.
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Da questo punto di vista, le teorie sociali non sono pi soggettive di quelle fisiche. (E, per esempio, sarebbe pi chiaro parlare della teoria dei valori soggettivi o della teoria degli atti di scelta che della teoria soggettiva del valore: si veda anche la nota 9 al Capitolo 20).
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15. Questo capoverso  stato inserito al fine di evitare il fraintendimento a cui accenno nel testo. Sono grato al prof. E. Gombrich che ha richiamato la mia attenzione sulla possibilit di tale fraintendimento.
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16. Hegel sosteneva che la sua Idea era qualcosa che esisteva assolutamente, cio indipendentemente dal pensiero di chiunque. Si potrebbe quindi sostenere che egli non era uno psicologista, eppure Marx ebbe perfettamente ragione di non prendere sul serio questo idealismo assoluto di Hegel; egli piuttosto lo interpret alla stregua di uno psicologismo camuffato e come tale lo combatt. Cfr. Il Capitale, cit., p. 44 (il corsivo  mio): Per Hegel il processo del pensiero, che egli, sotto il nome di Idea, trasforma addirittura in soggetto indipendente,  il demiurgo del reale. Marx limita il suo attacco alla dottrina che il processo di pensiero (o coscienza o mente) crea il reale; e dimostra che esso non crea neppure la realt sociale (per non parlare dell'universo materiale).
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Per la teoria hegeliana della dipendenza dell'individuo dalla societ, si veda (oltre alla sezione 3 del Capitolo 12) l'analisi, nel Capitolo 23, della componente sociale o, pi precisamente, inter-personale del metodo scientifico e la parallela analisi, nel Capitolo 24 della componente interpersonale della razionalit.
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CAPITOLO QUINDICESIMO.
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STORICISMO ECONOMICO.
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Vedere Marx presentato in questo modo, cio come un avversario di qualsiasi teoria psicologica della societ, pu forse sorprendere alcuni marxisti e anche alcuni anti-marxisti. Infatti sembra che siano in molti a credere che le cose non stanno affatto cos. Marx, pensano costoro, insegn che l'influenza del movente economico permea di s tutti gli aspetti della vita degli uomini; egli riusc a spiegarne la forza schiacciante mostrando che il bisogno supremo dell'uomo  quello di assicurarsi i mezzi di sussistenza1; egli cos dimostr la fondamentale
importanza di certe categorie come il movente del profitto o il movente dell'interesse di classe per le azioni non solo degli individui, ma anche dei gruppi sociali, ed egli mostr come si debbano usare queste categorie per spiegare il corso della storia.
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Di fatto, essi pensano che la vera essenza del marxismo sia la dottrina che i moventi economici e specialmente l'interesse di classe sono le forze motrici della storia e che  precisamente questa la dottrina alla quale allude la qualifica di interpretazione materialistica della storia o di materialismo storico, qualifica con la quale Marx ed Engels si proposero di caratterizzare l'essenza del loro insegnamento.
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Queste opinioni sono molto comuni, ma sono convinto che siano dovute a un fraintendimento di Marx. Coloro che lo ammirano perch profess queste opinioni, posso chiamarli volgar-marxisti alludendo alla qualifica di volgar-economisti data da Marx ad alcuni dei suoi avversari2.
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Il volgar-marxista medio crede che il marxismo metta a nudo i sinistri segreti della vita sociale rivelando i moventi nascosti dell'avidit e della brama di guadagni materiali che muovono le forze dietro la scena della storia; forze che astutamente e consapevolmente provocano guerra, depressione, disoccupazione, fame in periodi di abbondanza, e tutte le altre forme di miseria sociale, al fine di soddisfare i loro sordidi desideri di profitto.
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(Il volgar-marxista si preoccupa talvolta seriamente del problema di conciliare le affermazioni di Marx con quelle di Freud e di Adler; e se non opta per l'una o per l'altra di esse pu forse ritenere che fame, amore e brama di potere3 siano i Tre Grandi Moventi nascosti della Natura Umana portati alla luce da Marx, Freud e Adler, i Tre Grandi Artefici della filosofia dell'uomo moderno...).
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Siano o non siano siffatte concezioni sostenibili e seducenti, sembra in ogni caso che esse abbiano ben poco a che fare con la dottrina che Marx chiam materialismo storico. Bisogna riconoscere che egli talvolta parla di fenomeni psicologici come la cupidigia e il movente del profitto ecc. ma non mai al fine di spiegare la storia.
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Egli li interpretava piuttosto come sintomi dell'influenza corruttrice del sistema sociale, cio di un sistema di istituzioni sviluppatosi durante il corso della storia, come effetti piuttosto che come cause di corruzione, come ripercussioni piuttosto che come forze motrici della storia.
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A torto o a ragione, egli vide in fenomeni come la guerra, la depressione, la disoccupazione e la fame in periodo di abbondanza, non il risultato di un'astuta cospirazione da parte del grande capitale o dei guerrafondai imperialisti, ma le inintenzionali conseguenze sociali di azioni, dirette verso risultati diversi, da parte di agenti presi nella rete del sistema sociale. Egli considerava gli attori umani sulla scena della storia, compresi quelli grandi, come semplici marionette, irresistibilmente mosse da fili economici dalle forze storiche sulle quali non hanno alcun controllo.
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La scena della storia, egli afferm,  inquadrata in un sistema sociale che ci vincola tutti:  inquadrata nel regno della necessit. (Ma un giorno le marionette distruggeranno questo sistema e realizzeranno il regno della libert).
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Questa dottrina di Marx  stata abbandonata dalla maggior parte dei suoi seguaci forse per ragioni propagandistiche, forse perch non lo hanno compreso e una teoria volgar-marxista della cospirazione ha sostituito in larga misura l'ingegnosa ed estremamente originale, dottrina marxiana.  una triste degradazione intellettuale questa discesa dal livello de Il Capitale a quello de Il Mito del Ventesimo secolo. Eppure tale era la filosofia propriamente marxiana della storia, abitualmente chiamata materialismo storico4. Essa sar il tema centrale dei prossimi tre Capitoli. Nel presente Capitolo spiegher a grandi linee la sua accentuazione materialistica o economica; successivamente esaminer in maniera pi particolareggiata il ruolo
della lotta di classe e dell'interesse di classe e la concezione marxista di sistema sociale.
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1.
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L'esposizione dello storicismo economico di Marx pu essere convenientemente collegata con il nostro confronto fra Marx e Mill. Marx concorda con Mill nella convinzione che i fenomeni sociali devono essere spiegati storicamente e che noi dobbiamo cercare di comprendere qualsiasi periodo storico come un prodotto storico di sviluppi precedenti. Il punto in cui egli si allontana da Mill , come abbiamo visto, il suo psicologismo (corrispondente all'idealismo di Hegel). Questo  sostituito nell'insegnamento di Marx da quello che egli chiama materialismo.
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Molte cose assolutamente infondate sono state dette del materialismo di Marx. La spesso ripetuta asserzione che Marx non riconosce alcunch al di l degli aspetti inferiori o materiali della vita umana  una asserzione particolarmente ridicola. Essa  un'altra ripetizione del pi antico di tutti gli attacchi reazionari contro i difensori della libert: lo slogan di Eraclito secondo il quale essi si riempiono il ventre come bestie5; ma in questo senso Marx non pu assolutamente essere chiamato un materialista, anche se fu fortemente influenzato dai materialisti francesi del secolo decimottavo, ed anche se us chiamarsi materialista, il che  bene in armonia con buona parte delle sue dottrine. Infatti ci sono alcuni passi importanti che non possono assolutamente essere interpretati come materialistici.
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La verit , a mio avviso, che egli non si preoccupa tanto di questioni puramente filosofiche meno, in ogni caso, di Engels o di Lenin, per esempio e che era soprattutto l'aspetto sociologico e metodologico del problema che lo interessava. C' un passo ben noto del Capitale in cui Marx dice che negli scritti di Hegel, la dialettica poggia sulla sua propria testa; bisogna riportarla ancora nella giusta posizione...6.
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La sua tendenza  chiara. Marx intendeva dimostrare che la testa, cio il pensiero umano, non  la base della vita umana, ma piuttosto una specie di sovrastruttura, su una base fisica. Una tendenza simile  espressa nel passo: l'elemento ideale non  altro che l'elemento materiale travestito e tradotto nel cervello degli uomini. Ma forse non  stato sufficientemente
riconosciuto che questi passi non presentano una forma radicale di materialismo; piuttosto essi stanno ad indicare una certa propensione per un dualismo pratico. Sebbene in teoria la mente fosse evidentemente per Marx soltanto un'altra forma (o un altro aspetto o forse un epifenomeno) della materia, in pratica essa  differente dalla materia, dal momento che  un'altra forma di essa.
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I passi citati indicano che, bench i nostri piedi debbano essere tenuti, per cos dire, sul solido terreno del mondo materiale, le nostre teste e Marx aveva un alto concetto delle teste umane si occupano di pensieri o idee. A mio giudizio, il marxismo e la sua influenza non possono essere valutati appieno se non riconosciamo questo dualismo.
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Marx amava la libert, la vera libert (non la vera libert di Hegel) e, a quanto mi sembra di aver capito, egli segu la famosa equazione hegeliana di libert e spirito in quanto credeva che noi possiamo essere liberi soltanto come esseri spirituali. Nello stesso tempo egli riconobbe in pratica (da dualista pratico qual era) che noi siamo spirito e carne e, alquanto realisticamente, che la carne, fra questi due,  l'elemento fondamentale. Questa  la ragione per cui egli si ribell ad Hegel ed afferm che Hegel mette le cose sotto-sopra.
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Ma, bench riconoscesse che il mondo materiale e le sue necessit sono fondamentali, egli non nutr alcun amore per il regno della necessit, come chiam una societ che  schiava dei suoi bisogni materiali. Egli amava il mondo spirituale, il regno della libert e il lato spirituale della natura umana, al pari di qualsiasi dualista cristiano; e nei suoi scritti ci sono tracce di odio e di disprezzo per il materiale. Quanto segue pu mostrare che questa interpretazione delle opinioni di Marx ha a proprio sostegno il suo stesso testo.
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In un passo del Terzo Libro de Il Capitale7, Marx molto a proposito qualifica il lato materiale della vita sociale, e specialmente il suo lato economico, quello della produzione e del consumo, come un'estensione del metabolismo umano, cio del ricambio umano di materia con la natura. Egli esplicitamente afferma che la nostra libert deve sempre essere limitata dalle necessit di questo metabolismo. Tutto ci che possiamo ottenere nella direzione di farci pi liberi, egli dice,  di guidare razionalmente questo loro ricambio organico con la
natura... con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni pi adeguate alla loro natura umana e pi degne di essa.
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Ma questo rimane sempre un regno della necessit. Al di l di esso comincia lo sviluppo delle capacit umane, che  fine a se stesso, il vero regno della libert, che tuttavia pu fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessit. Immediatamente prima di ci, Marx dice: Il regno della libert comincia soltanto l dove cessa il lavoro determinato dalla necessit e dalla finalit esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. E termina l'intero passo tirando una conclusione pratica che mostra chiaramente come suo unico scopo fosse quello di aprire la strada verso quel regno non-materialistico della libert per tutti gli uomini, indistintamente: Condizione fondamentale di tutto ci  la riduzione della giornata lavorativa.
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A mio giudizio questo passo non lascia dubbi a proposito di quello che ho chiamato il dualismo della concezione pratica della vita proposta da Marx. Con Hegel egli pensa che la libert  il fine dello sviluppo storico. Con Hegel egli identifica il regno della libert con quello della vita mentale dell'uomo. Ma riconosce che noi non siamo esseri puramente spirituali: che non siamo pienamente liberi, n capaci di mai conseguire la piena libert, incapaci come sempre saremo di emanciparci interamente dalle necessit del nostro metabolismo e quindi dal lavoro produttivo.
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Tutto quello che possiamo ottenere  di migliorare le sfibranti e degradanti condizioni di lavoro, di renderle pi degne dell'uomo, di uniformarle e di ridurre la fatica in misura tale che noi tutti possiamo essere liberi per una certa parte della nostra vita. Questa, a mio avviso,  l'idea centrale della concezione della vita di Marx; centrale anche in quanto essa mi sembra essere la pi importante delle sue dottrine.
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Con questa concezione noi dobbiamo ora combinare il determinismo metodologico che abbiamo esaminato precedentemente (nel Capitolo 13). Secondo questa dottrina la trattazione scientifica della societ e la predizione storica scientifica sono possibili solo nella misura in cui la societ  determinata dal suo passato. Ma ci implica che la scienza pu avere a che fare soltanto con il regno della necessit. Se fosse mai possibile agli uomini di diventare perfettamente liberi, allora sarebbe posto termine alla profezia storica e, con essa, alla scienza sociale.
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La libera attivit spirituale in quanto tale, se esistesse, verrebbe a trovarsi al di l della portata della scienza, che deve sempre andare alla ricerca di cause, di determinanti. Essa pu quindi avere a che fare con la nostra vita mentale solo nella misura in cui i nostri pensieri e le nostre idee sono causati o determinati o necessitati dal regno della necessit, dalle condizioni materiali e specialmente dalle condizioni economiche della nostra vita, dal nostro metabolismo. Pensieri e idee possono essere trattati scientificamente solo considerando, da una parte, le condizioni materiali nelle quali hanno avuto origine, cio le condizioni economiche della vita degli uomini che li produssero, e, dall'altra, le condizioni materiali nelle quali essi sono stati assimilati, cio le condizioni economiche degli uomini che li adottarono.
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Quindi, dal punto di vista scientifico o causale, pensieri e idee devono essere trattati come sovrastrutture ideologiche sulla base di condizioni economiche. Marx, in contrasto con Hegel, sostenne che la chiave della storia, anche della storia delle idee, va cercata nello sviluppo dei rapporti fra l'uomo e il suo ambiente naturale, il mondo materiale; vale a dire nella sua vita economica e non nella sua vita spirituale.
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Questa  la ragione per cui possiamo definire il tipo di storicismo di Marx come economicismo, in opposizione all'idealismo di Hegel o allo psicologismo di Mill. Ma fraintenderemmo completamente la posizione di Marx se identificassimo il suo economicismo con quel genere di materialismo che implica un atteggiamento spregiativo nei confronti della vita mentale dell'uomo. La concezione che Marx ha del regno della libert, e cio di una parziale ma autentica liberazione degli uomini dalla servit della loro natura materiale, si pu invece
considerare idealistica.
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Considerata in questo modo, la visione marxista della vita risulta abbastanza coerente e credo che quelle apparenti contraddizioni e difficolt che si sono riscontrate in tale concezione, in parte deterministica e in parte libertaria, delle attivit umane, finiscono con il venir meno.
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2.
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L'incidenza di quello che ho chiamato il dualismo e il determinismo scientifico di Marx sulla sua concezione della storia  evidente. La storia scientifica, che per lui si identifica con la scienza sociale nel suo complesso, deve indagare le leggi secondo le quali si sviluppa lo scambio di materia dell'uomo con la natura. Il suo compito essenziale deve essere la spiegazione dello sviluppo delle condizioni di produzione. Le relazioni sociali hanno importanza storica e scientifica solo in proporzione al loro grado di connessione col processo produttivo, sul quale influiscono o dal quale sono influenzate. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, cos deve fare anche l'uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della societ e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa il regno delle necessit naturali si espande, perch si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni8.
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Questa, in breve,  la concezione di Marx della storia dell'uomo. Opinioni analoghe sono espresse da Engels. L'espansione dei moderni mezzi di produzione, secondo Engels, ha determinato, per la prima volta... la possibilit di assicurare... a tutti i membri della collettivit una esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale..., ma che garantisca loro lo sviluppo e l'esercizio... delle loro facolt fisiche e spirituali9. Con ci diventa possibile la libert, cio l'emancipazione dalla carne. In questo modo,... l'uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente umane.
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L'uomo  in catene esattamente fino a quando  dominato dall'economia; quando viene eliminata la produzione di merci e con ci il dominio del prodotto sui produttori... gli uomini...
diventano coscienti ed effettivi padroni della natura, perch... diventano padroni della loro propria organizzazione in societ... Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia...  questo il salto dell'umanit dal regno della necessit al regno della libert.
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Se ora confrontiamo di nuovo la versione di Marx dello storicismo con quella di Mill, troviamo che l'economicismo di Marx pu facilmente risolvere la difficolt che, come ho dimostrato, risulta fatale allo psicologismo di Mill. Mi riferisco in particolare alla alquanto assurda dottrina di un inizio della societ che possa essere spiegato in termini psicologici: una dottrina che ho qualificato come la versione psicologistica del contratto sociale. Questa idea non trova nessun parallelo nella teoria di Marx. Sostituire alla priorit della psicologia la priorit dell'economia, non crea alcuna difficolt analoga, una volta che l'economia copra il metabolismo dell'uomo, lo scambio di materia fra l'uomo e la natura.
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Si pu anche lasciare aperta la questione se questo metabolismo sia stato sempre socialmente organizzato, anche in epoche pre-umane, o se in una certa fase sia dipeso esclusivamente dall'individuo. Non si presuppone nulla pi di questo: che la scienza della societ deve coincidere con la storia dello sviluppo delle condizioni economiche della societ, abitualmente dette da Marx le condizioni di produzione. Si pu rilevare, tra parentesi, che il termine marxista di produzione doveva certamente essere usato, nelle intenzioni dell'autore, in senso lato, in modo che coprisse l'intero processo economico, inclusi la distribuzione e il consumo.
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Ma a questi ultimi n Marx n i marxisti dedicarono molta attenzione. Il loro interesse prevalente rimase concentrato sulla produzione intesa nel senso stretto del termine. Questo  appunto un altro esempio dell'ingenuo atteggiamento storico-genetico, della convinzione che la scienza deve andare soltanto alla ricerca delle cause, sicch, anche nell'ambito delle cose fatte dall'uomo, essa deve chiedersi: Chi lo ha fatto? e Di che cosa  fatto?, piuttosto che chiedersi: Chi lo user? e Per che cosa  fatto?
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3.
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Se passiamo ora a una critica e ad una valutazione del materialismo storico di Marx, e di quella parte di esso che abbiamo finora presentato, possiamo distinguere due aspetti diversi. Il primo  lo storicismo, la pretesa che il campo delle scienze sociali coincida con quello del metodo storico o evoluzionistico e specialmente con la profezia storica. Questa pretesa, a mio avviso, dev'essere accantonata. Il secondo  l'economicismo (o materialismo), cio l'idea che l'organizzazione economica della societ, l'organizzazione del nostro scambio di materia con la natura, sia fondamentale per tutte le istituzioni sociali e particolarmente per il loro sviluppo storico.
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Questa idea, a mio giudizio,  perfettamente valida, almeno finch prendiamo il termine fondamentale nel suo senso vago abituale, senza insistere troppo su di esso. In altre parole, non ci pu essere dubbio che praticamente tutti gli studi sociali, sia istituzionali che storici, possono avvantaggiarsi qualora vengano condotti tenendo d'occhio le condizioni economiche della societ. Neanche la storia di una scienza astratta come la matematica fa eccezione10.
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In questo senso, si pu dire che l'economicismo di Marx rappresenti un progresso di estrema importanza nei metodi della scienza sociale. Ma, come ho gi avvertito, non dobbiamo prendere il termine fondamentale troppo sul serio. Marx si comport indubbiamente cos. Data la sua formazione hegeliana, egli era influenzato dall'antica distinzione fra realt ed apparenza e dalla corrispondente distinzione fra quel che  essenziale e quel che  accidentale. Il suo stesso progresso rispetto ad Hegel (e Kant), egli era propenso a vederlo nell'identificazione della realt con il mondo materiale11 (compreso il metabolismo dell'uomo) e dell'apparenza con il mondo dei pensieri o delle idee. Cos tutti i pensieri e tutte le idee dovevano essere spiegati mediante la loro riduzione alla sottostante realt essenziale, vale a dire alle condizioni economiche.
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Questa concezione filosofica non  certamente molto migliore12 di qualsiasi altra forma di essenzialismo. E le sue ripercussioni nel campo del metodo devono sfociare in un'insistenza eccessiva sull'economicismo. Infatti, anche se la generale importanza dell'economicismo di Marx pu difficilmente essere sopravvalutata, pu facilmente essere sopravvalutata l'importanza delle condizioni economiche nei casi particolari. Una certa conoscenza delle condizioni economiche pu dare un considerevole contributo, per esempio, alla storia dei problemi della matematica, ma una conoscenza dei problemi della stessa matematica  molto pi importante ai fini di tale storia; ed  anche possibile scrivere una buonissima storia dei problemi
matematici senza fare riferimento alcuno al loro sfondo economico. (A mio giudizio, le condizioni economiche o le relazioni sociali della scienza sono temi che si prestano facilmente all'esagerazione e sono destinati a degenerare in banalit).
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Questo, tuttavia,  solo un piccolo esempio del pericolo di una insistenza eccessiva sull'economicismo. Esso  spesso interpretato estensivamente come la dottrina secondo la quale ogni sviluppo sociale dipende da quello delle condizioni economiche e specialmente dallo sviluppo dei mezzi fisici di produzione. Ma una dottrina siffatta  palesemente falsa. C' una interazione fra le condizioni economiche e le idee e non semplicemente una dipendenza unilaterale delle ultime dalle prime. Al contrario, possiamo anzi affermare che certe idee, quelle che costituiscono la nostra conoscenza, sono pi fondamentali dei pi complessi mezzi materiali di produzione, come si pu vedere dalla seguente considerazione.
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Immaginiamo che il nostro sistema economico, comprese tutte le macchine e tutte le organizzazioni sociali, sia un giorno distrutto, ma sia preservata dalla distruzione la conoscenza scientifica e tecnica. In questo caso,  pensabile che tale sistema potrebbe essere in non molto tempo ricostruito (su scala pi ridotta e dopo la morte per fame di molti). Ma immaginiamo che tutta la conoscenza di queste macchine ed istituzioni vada distrutta e siano invece preservate dalla distruzione le cose materiali. Un caso del genere sarebbe equivalente a quel che potrebbe accadere se una trib selvaggia occupasse un paese altamente industrializzato, ma abbandonato. Tale occupazione porterebbe ben presto alla completa scomparsa di ogni resto materiale della civilt.
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Per ironia della sorte, la storia dello stesso marxismo fornisce un esempio che chiaramente smentisce questo esagerato economismo. L'idea di Marx: Proletari di tutti i paesi, unitevi!  stata della massima importanza fino alla vigilia della rivoluzione russa ed ha avuto una influenza decisiva sulle condizioni economiche. Ma, con la rivoluzione, la situazione divent molto difficile, semplicemente perch, come riconobbe lo stesso Lenin, non esistevano altre idee costruttive. (Si veda il Capitolo 13).
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Allora Lenin ebbe alcune nuove idee che possono brevemente essere compendiate nello slogan: il socialismo  la dittatura del proletariato, con l'aggiunta della pi vasta introduzione del pi moderno macchinario elettrico. Fu questa nuova idea che divenne la base di uno sviluppo che cambi l'intero background economico e materiale di un sesto del mondo. In una lotta contro ostacoli tremendi, innumerevoli difficolt materiali superate, innumerevoli sacrifici materiali furono fatti, al fine di modificare o, meglio, di costruire dal nulla le condizioni di produzione. E la forza motrice di questo sviluppo fu l'entusiasmo per un'idea.
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Questo esempio mostra che, in certe circostanze, le idee possono rivoluzionare le condizioni economiche di un paese, invece di essere modellate da queste condizioni. Usando la terminologia di Marx, potremmo dire che egli aveva sottovalutato la forza del regno della libert e le sue possibilit di conquista del regno della necessit. L'evidente contrasto fra lo sviluppo della rivoluzione russa e la teoria metafisica marxiana di una realt economica e della sua apparenza ideologica, pu essere meglio colto dai seguenti passi: Quando si studiano simili sconvolgimenti,  indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che pu essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche...13.
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Secondo la concezione di Marx  vano aspettarsi che qualsivoglia cambiamento importante possa essere ottenuto con l'uso di mezzi legali o politici; una rivoluzione politica pu solo portare alla sostituzione di un dato gruppo di governanti con un altro gruppo: si tratta di un mero scambio di persone che, svolgono funzioni di governo. Solo l'evoluzione dell'essenza sottostante, cio della realt economica, pu produrre qualche cambiamento essenziale o reale, una rivoluzione sociale. E soltanto quando una siffatta rivoluzione sociale  diventata una realt, soltanto allora una rivoluzione politica pu essere di qualche importanza. Ma anche in questo caso, la rivoluzione politica  soltanto l'espressione esterna del cambiamento essenziale o
reale che  avvenuto in precedenza.
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In conformit con questa teoria, Marx afferma che ogni rivoluzione sociale si sviluppa nel modo seguente. Le condizioni materiali di produzione crescono e maturano finch cominciano a entrare in conflitto con i rapporti sociali e giuridici e finiscono col farli scoppiare come vestiti diventati troppo stretti. E allora scrive Marx subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge pi o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura... Nuovi e superiori rapporti di produzione (all'interno della sovrastruttura) non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia societ le condizioni materiali della loro esistenza.
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Alla luce di questa affermazione,  impossibile, a mio giudizio, identificare la rivoluzione russa con la rivoluzione sociale profetizzata da Marx: non ha, di fatto, assolutamente alcuna somiglianza con essa14. Si pu rilevare, a questo proposito, che il poeta H. Heine, amico di Marx, aveva intorno a siffatte questioni idee completamente diverse: Tenetevelo a mente, voi orgogliosi uomini d'azione. Voi non siete altro che esecutori incoscienti degli uomini di pensiero, che spesso, nel silenzio pi umile, hanno determinato in precedenza, fin nei minimi
particolari, il vostro operato. Massimiliano Robespierre altro non fu che la mano di Jean-Jacques Rousseau...15. (Qualcosa del genere si potrebbe forse dire del rapporto fra Lenin e Marx).
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Noi vediamo che Heine era, nella terminologia di Marx, un idealista e che applicava la sua interpretazione idealistica della storia alla Rivoluzione francese, che fu uno dei pi importanti esempi addotti da Marx a sostegno del suo economismo, e che sembrava in realt adattarsi abbastanza bene alla sua dottrina, specialmente se la confrontiamo ora con la rivoluzione russa. Tuttavia, nonostante questa eresia, Heine rest amico di Marx16; infatti, in quei giorni felici, la scomunica per eresia era ancora ben poco comune fra coloro che combattevano per la
societ aperta e la tolleranza era ancora tollerata.
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La mia critica del materialismo storico di Marx non deve certamente essere considerata come una prova della mia preferenza per l'idealismo hegeliano nei confronti del materialismo di Marx; io spero di aver messo in chiaro che in questo conflitto fra idealismo e materialismo le mie simpatie sono per Marx. Quello che io desidero dimostrare  che l'interpretazione materialistica della storia di Marx, per quanto apprezzabile possa essere, non deve essere presa troppo sul serio; che noi non possiamo considerarla pi che un apprezzabilissimo invito a guardare alle cose nel loro rapporto con il loro sfondo economico.
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Note.
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1. Cfr. G.D.H. Cole, Preface a K. Marx, Capital, trad. ingl. di E. e C. Paul, p. 16. (Ma si veda anche la prossima nota).
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2. Anche Lenin us talvolta l'espressione volgar-marxisti, ma in un senso un po' diverso. Quanto poco il volgar-marxismo abbia in comune con le concezioni di Marx si pu vedere dall'analisi del Cole, op. cit., p. 20, dal testo alle note 4 e 5 al Capitolo 16 e dalla nota 17 al Capitolo 17.
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3. Secondo Adler, la brama di potere, naturalmente, non  altro che un impulso di compensazione dei propri sentimenti di inferiorit conseguita dando prova della propria superiorit.
Alcuni volgar-marxisti credono anche che il colpo di pollice definitivo alla filosofia dell'uomo moderno sia stato dato da Einstein che, cos essi pensano, ha scoperto la relativit o il relativismo, cio che tutto  relativo.
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4. J. F. Hecker scrive (Moscow Dialogues, p. 76) del cosiddetto materialismo storico di Marx: Io avrei preferito chiamarlo storicismo dialettico o... qualcosa del genere. Richiamo ancora l'attenzione del lettore sul fatto che in questo libro io non mi occupo della dialettica di Marx, dato che di essa mi sono occupato altrove. (Cfr. la nota 4 al Capitolo 13).
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5. Per il detto di Eraclito, cfr. specialmente il testo relativo al punto (3) della nota 4 al Capitolo II, le note 16-17 al Capitolo 4 e la nota 25 al Capitolo 6.
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6. (Il passo citato nel testo,  stato tradotto letteralmente dall'originale inglese del presente libro nel quale era ripreso da Cap it al, trad. cit. ingl., p. 873 per rendere comprensibile il periodo successivo, dato che in Il Capitale, trad. it. cit., p. 45, il passo in questione  cos diversamente tradotto: la dialettica nelle mani di Hegel...  capovolta. Bisogna rovesciarla N.d.T.) La seconda citazione  tratta da Il Capitale, cit., p. 44.
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7. Cfr. Il Capitale, Libro 3, ediz. it. a cura di M.L. Boggeri, Editori Riuniti, Roma 1968, Parte II, Sez. VII, Cap. 48,  3, p. 933, donde sono tratte le citazioni seguenti.
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8. Cfr. Ibidem.
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9. Per le citazioni di questo capoverso, cfr. F. Engels, Anti-Dhring trad. it. a cura di V Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1968, pp. 301 s.
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10. Penso a questioni relative, per esempio, all'influenza delle condizioni economiche (come la necessit di rilevazioni del terreno) sulla geometria egiziana e sul diverso sviluppo della antica geometria pitagorica in Grecia.
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11. Cfr. specialmente le citazioni da Il Capitale, Libro 3, cit., nel testo relativo alla nota 7 di questo Capitolo ed anche i passi int egrali della prefazione a Per la critica dell'economia politica, cit., riportati solo parzialmente nel testo relativo alla prossima nota 13. Per il problema dell'essenzialismo di Marx e per la distinzione fra realt e apparenza, si vedano la nota 13 a questo Capitolo e le note 6 e 16 al Capitolo 17.
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12. Ma io mi sento incline ad affermare che essa  un po' migliore di un idealismo del tipo hegeliano o platonico; come ho detto in What is Dialectic?, se fossi costretto a scegliere, il che fortunatamente non , sceglierei il materialismo. (Cfr. Che cos' la dialettica?, in Congetture e confutazioni, cit., p. 563, dove mi occupo di problemi molto simili a quelli affrontati qui).
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13. Per questa citazione e le seguenti, cfr. la Prefazione di Marx a Per la critica dell'economia politica, cit., p. 5. Ulteriore luce su questi passi (e sul testo relativo alla nota 3 al Capitolo 16) getta la Osservazione della parte di K. Marx, Miseria della filosofia, con la Prefazione di F. Engels, trad. it. di F. Rodano, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 94; infatti Marx qui analizza molto chiaramente la societ in tre strati, se cos posso chiamarli. Il primo di questi strati corrisponde a realt o essenza, il secondo e il terzo a una forma primaria e a una forma secondaria di apparenza. (Tutto ci  molto simile alla distinzione di Platone fra Idee, cose sensibili e immagini di cose sensibili; cfr. per il problema dell'essenzialismo di Platone il Capitolo 3; per le idee corrispondenti di Marx, si vedano anche le note 8 e 16 al Capitolo 17).
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Il primo strato o strato fondamentale (o realt)  lo strato materiale, il macchinario e gli altri mezzi materiali di produzione che esistono nella societ; questo strato  chiamato da Marx le forze produttive materiali, o la produttivit materiale. Il secondo strato egli lo chiama rapporto di produzione o rapporti sociali, questi ultimi dipendono dal primo strato: I rapporti sociali sono intimamente connessi alle forze produttive..
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Impadronendosi di nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e, cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i loro rapporti sociali. (Per i primi due strati, cfr. il testo relativo alla nota 3 al Capitolo 16). Il terzo strato  formato dalle ideologie, cio dalle idee legali, morali, religiose,
scientifiche: Quegli stessi uomini che stabiliscono i rapporti sociali conformemente alla loro produttivit materiale, producono anche i principi, le idee, le categorie, conformemente ai loro rapporti sociali. In base a questa analisi, possiamo dire che in Russia il primo strato fu trasformato in conformit con il terzo, il che costituisce una lampante confutazione della teoria di Marx. (Si veda anche la prossima nota).
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14.  facile fare profezie molto generali, per esempio, profetizzare che, entro un ragionevole periodo di tempo, piover. Cos non ci sarebbe molto di interessante nella profezia che, nel giro di qualche decennio, ci sar una rivoluzione in qualche posto. Ma, come abbiamo visto, Marx ha detto appena qualcosa di pi di questo, e tuttavia abbastanza di pi per essere falsificato dai fatti. Coloro che cercano di rimuovere questa falsificazione tolgono al sistema di Marx l'ultimo residuo di rilevanza empirica. Esso allora diventa puramente metafisico (nel senso della mia Logica della scoperta scientifica).
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Come Marx concepisse il meccanismo generale di qualsiasi rivoluzione, in conformit con la sua teoria, risulta chiaramente dalla descrizione seguente della rivoluzione sociale della borghesia (chiamata anche la rivoluzione industriale), tratta dal Manifesto del partito comunista, cit., p. 64 (il corsivo  mio): i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si eresse la borghesia, furono generati in seno alla societ feudale. A un certo grado dello sviluppo di questi mezzi di produzione e di scambio... i rapporti feudali di propriet non corrisposero pi alle forze produttive gi sviluppate. Quelle condizioni, invece di favorire la produzione, la inceppavano. Esse si trasformavano in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate. (Cfr. anche il testo relativo alla nota 11 e la nota 17 al Capitolo 17).
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15.Cfr. H. Heine, Per la storia della religione e della filosofia in Germania, trad. it. in H. Heine, Germania, Universale Laterza, Bari 1972, p. 266.
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16. Una testimonianza di questa amicizia si trova in Il Capitale, cit., alla fine della nota 63 a p. 667. Marx, lo riconosco, fu spesso intollerante. Nondimeno ho l'impressione ma pu darsi benissimo che mi sbagli che egli avesse sufficiente senso critico, da rendersi conto della debolezza di ogni dogmatismo e che avrebbe certo detestato il modo in cui le sue teorie vennero trasformate in un complesso di dogmi. (Si veda la nota 30 al Capitolo 18, e il mio Che cos' la dialettica?, in Congetture e confutazioni, cit., alle pp. 566 sg.; cfr. la nota 4 al Capitolo 13).
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Sembra, tuttavia, che Engels fosse disposto a tollerare l'intolleranza e l'ortodossia dei marxisti. Nella sua prefazione alla prima traduzione inglese del Capitale, egli scrive (cfr. Il Capitale, cit., p. 56) che il libro  spesso chiamato, sul continente, "la Bibbia della classe operaia". E invece di protestare contro una qualifica che trasforma il socialismo scientifico in una religione, Engels continua dimostrando, nei suoi commenti, che Il Capitale  degno di questo titolo, perch le conclusioni acquisite in questo libro stanno diventando sempre pi, di giorno in giorno, i principi basilari del grande movimento della classe operaia in tutto il mondo. Bastava fare solo un passo pi oltre per arrivare alla caccia all'eresia e alla scomunica di coloro che vogliono preservare lo spirito critico, cio scientifico, lo spirito che aveva una volta ispirato sia Engels che Marx.
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CAPITOLO SEDICESIMO.
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LE CLASSI.
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Un posto importante fra le varie formulazioni del materialismo storico di Marx  occupato dall'asserzione sua (e di Engels), secondo cui: La storia di ogni societ sinora esistita  storia di lotte di classi1. La tendenza di questa asserzione  chiara. Essa implica che la storia  mossa, e che il destino dell'uomo  determinato, dalla guerra delle classi e non dalla guerra delle nazioni (in opposizione alle idee di Hegel e della maggiore parte degli storici).
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Nella spiegazione causale degli sviluppi storici, comprese le guerre nazionali, l'interesse di classe deve prendere il posto di quel preteso interesse nazionale che, in realt, non  altro che l'interesse della classe dirigente di una nazione. Ma, al di sopra di tutto ci, la lotta di classe e l'interesse di classe sono in grado di spiegare fenomeni che la storia tradizionale
non pu, in genere, neppure tentare di spiegare.
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Un esempio di tale fenomeno, che  di grande importanza per la teoria marxista,  la tendenza storica verso una crescente produttivit. Anche se pu forse registrare una tendenza siffatta, la storia tradizionale, con la sua categoria fondamentale della potenza militare, non  assolutamente in grado di spiegare questo fenomeno. L'interesse di classe e la lotta di classe, tuttavia, lo possono pienamente spiegare, secondo Marx; in realt, una considerevole parte de Il Capitale  consacrata all'analisi del meccanismo per mezzo del quale, in seno al periodo chiamato da Marx capitalismo, un incremento della produttivit  determinato da queste forze.
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In che rapporto viene a trovarsi la dottrina della lotta di classe con la dottrina istituzionalistica dell'autonomia della sociologia esaminata pi sopra2? A prima vista pu sembrare che queste due dottrine siano in aperto conflitto, perch nella dottrina della guerra di classe una parte fondamentale vi svolge l'interesse di classe, che evidentemente  una specie di movente. Ma io non penso che ci sia alcuna grave incoerenza in questa parte della teoria di Marx, e direi pure che non ha compreso Marx, e in particolare la sua massima conquista: l'anti-
psicologismo, chi non vede come essa possa conciliarsi con la teoria della lotta di classe.
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Noi non dobbiamo ritenere, come fanno i volgar-marxisti, che l'interesse di classe debba essere interpretato psicologicamente. Ci sono alcuni passi per la verit poco numerosi, negli scritti di Marx che sembrano un po' sulla linea di questo volgar-marxismo, ma, tutte le volte che si occupa seriamente dell'interesse di classe, egli intende sempre riferirsi a qualcosa che rientra nell'ambito della sociologia autonoma e non a una categoria psicologica. Egli intende riferirsi a una cosa, a una situazione e non a uno stato d'animo, a un pensiero o a un sentimento di interesse per una data cosa.  semplicemente quella cosa o quella situazione o istituzione sociale che  vantaggiosa per una classe. L'interesse di una classe  semplicemente tutto ci che favorisce il suo potere o la sua propriet.
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Secondo Marx, l'interesse di classe in questo senso istituzionale o, se possiamo usare questo termine, oggettivo, esercita un'influenza decisiva sulle menti umane. Usando il gergo hegeliano possiamo dire che l'interesse oggettivo di una classe diventa cosciente nelle menti soggettive dei suoi membri; fa di essi degli individui che sentono l'interesse di classe e hanno la coscienza di classe e li fa agire conformemente. L'interesse di classe come situazione sociale istituzionale od oggettiva, e la sua influenza sulle menti umane,  indicato da Marx nella massima che ho gi riportato (all'inizio del Capitolo 16): Non  la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma , al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.
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A questa massima noi dobbiamo solo aggiungere l'osservazione che , pi precisamente, il posto che un uomo occupa nella societ, la sua situazione di classe, ci da cui, secondo il
marxismo, la sua coscienza  determinata. Marx fornisce qualche indicazione sul modo in cui funziona questo processo di determinazione. Come abbiamo da lui imparato nell'ultimo Capitolo, noi possiamo essere liberi solo nella misura in cui ci emancipiamo dal processo produttivo. Ma ora ci viene precisato che in nessuna delle societ finora esistite si  mai stati liberi neanche in piccola misura.
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Infatti, egli si chiede, come potevamo emanciparci dal processo produttivo? Solo facendo fare ad altri per noi il lavoro faticoso: siamo cio costretti a usarli come mezzi per i nostri fini; dobbiamo insomma degradarli. Noi possiamo acquistarci un grado maggiore di libert solo a costo di rendere schiavi altri uomini, dividendo il genere umano in classi; la classe dirigente ottiene libert a costo della classe subalterna, gli schiavi. Ma questo fatto comporta la conseguenza che i membri della classe dirigente devono pagare la loro libert con un nuovo genere di schiavit.
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Essi sono costretti a opprimere e a combattere i governati se vogliono preservare la propria libert e il proprio status; essi sono costretti a comportarsi cos, perch chi non si comporta cos cessa di appartenere alla classe dirigente. In tal modo, i governanti sono determinati dalla loro situazione di classe, essi non possono sottrarsi alla loro relazione sociale con i governati; sono legati ad essi, perch sono legati al metabolismo sociale. Di conseguenza, tutti, governanti e governati, sono presi nella rete e sono costretti a combattersi a vicenda. .
Secondo Marx  questa schiavit, questa determinazione, che porta la loro lotta nell'ambito del metodo scientifico e della profezia storica scientifica; che permette di trattare scientificamente la storia della societ come la storia della lotta di classe. Questa rete sociale nella quale le classi sono rinserrate e costrette a lottare l'una contro l'altra  quello che il marxismo chiama la struttura economica della societ o il sistema sociale.
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Secondo questa teoria, i sistemi sociali o sistemi di classe cambiano con le condizioni di produzione, dato che da queste condizioni dipende il modo in cui i governanti possono sfruttare e combattere i governati. Ad ogni periodo particolare dello sviluppo economico, corrisponde un particolare sistema sociale, ed un periodo storico, meglio che da qualsiasi altra cosa,  caratterizzato dal suo sistema sociale di classi: questa  la ragione per cui noi parliamo di feudalismo, di capitalismo ecc.
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Il mulino a braccia scrive Marx3 vi dar la societ col signore feudale, e il mulino a vapore la societ col capitalista industriale. Le relazioni di classe che caratterizzano il sistema sociale sono indipendenti dalla volont dell'uomo singolo. Il sistema sociale somiglia cos ad una enorme macchina nella quale i singoli individui sono rinserrati e schiacciati. Nella produzione sociale della loro esistenza, scrive Marx4, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volont, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti costituisce la struttura economica della societ, cio il sistema sociale.
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Bench abbia una specie di logica sua propria, questo sistema sociale funziona ciecamente, non ragionevolmente. Coloro che sono presi nel suo ingranaggio sono, in generale, ciechi anch'essi, o quasi. Essi non possono neanche prevedere alcuna delle pi importanti ripercussioni delle loro azioni. Un uomo pu rendere impossibile a molti di procurarsi un articolo che  disponibile in larga quantit; pu fare un modesto acquisto e quindi impedire una lieve diminuzione di prezzo in un momento critico. Un altro pu, per bont di cuore, distribuire le sue ricchezze, ma, contribuendo cos all'attenuazione della lotta di classe, pu determinare un ritardo nella liberazione degli oppressi. Poich  del tutto impossibile prevedere le pi remote ripercussioni sociali delle nostre azioni, poich siamo tutti e ciascuno rinserrati nella rete, non possiamo seriamente tentar di tenerle testa. Noi evidentemente non possiamo influenzarla dal di fuori; ma, ciechi come siamo, non possiamo neppur concepire qualche piano per il suo miglioramento dal di dentro.
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L'ingegneria sociale  impossibile e, quindi, una tecnologia sociale  inutile. Noi non possiamo imporre i nostri interessi al sistema sociale; invece, il sistema ci impone quelli che noi siamo indotti a credere che siano i nostri interessi. Esso lo fa costringendoci ad agire in conformit con il nostro interesse di classe.  vano far ricadere sul singolo, anche sul singolo capitalista o borghese, la colpa dell'ingiustizia, dell'immoralit delle condizioni sociali, dal momento che  appunto questo sistema di condizioni che obbliga il capitalista a comportarsi come si comporta. Ed  pure vano sperare che le circostanze possano essere migliorate da uomini che diventino migliori; al contrario, gli uomini diventeranno migliori se il
sistema nel quale vivono  migliore.
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Solo in quanto  capitale personificato scrive Marx in Il Capitale5 il capitalista ha valore storico... E solo in quanto egli  capitale personificato... i motivi che lo spingono non sono il valore d'uso o il godimento, bens il valore di scambio e la moltiplicazione di quest'ultimo. (E questo  effettivamente il suo compito storico). Come fanatico della valorizzazione del valore egli costringe senza scrupoli l'umanit alla produzione per la produzione,... condivide l'istinto assoluto per l'arricchimento proprio del tesaurizzatore. Ma ci che in costui si
presenta come mania individuale, nel capitalista  effetto del meccanismo sociale, all'interno del quale egli non  altro che una ruota dell'ingranaggio... lo sviluppo della produzione capitalistica... e la concorrenza impone a ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Lo costringe ad espandere continuamente il suo capitale per mantenerlo.
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Questo , secondo Marx, il modo in cui il sistema sociale determina le azioni del singolo, del governante e del governato, del capitalista o borghese e del proletario. Abbiamo qui un esempio di quella che  stata pi sopra chiamata la logica di una situazione sociale. In misura considerevole, tutte le azioni di un capitalista sono soltanto funzione del capitale che in lui  dotato di volont e coscienza, come dice Marx6 nel suo stile hegeliano. Ma ci significa che il sistema sociale determina anche i suoi pensieri; infatti, i pensieri, o idee, sono
in parte strumenti di azioni e in parte cio se sono espressi pubblicamente un importante genere di azione sociale; infatti, in questo caso essi sono immediatamente volti a influenzare le azioni di altri membri della societ.
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Ma determinando cos i pensieri umani, il sistema sociale, e specialmente l'interesse oggettivo di una classe, diventa cosciente nelle menti soggettive dei suoi membri (come abbiamo detto precedentemente in gergo hegeliano)7. La lotta di classe e la competizione fra i membri della stessa classe, sono i mezzi con i quali si ottiene questo risultato.
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Abbiamo visto perch, secondo Marx, l'ingegneria sociale e, di conseguenza, una tecnologia sociale sono impossibili: infatti  la catena causale di dipendenza che ci lega al sistema sociale, e non viceversa. Ma bench non si possa modificare a volont il sistema sociale8 i capitalisti, come pure i lavoratori, sono impegnati a contribuire alla sua trasformazione e alla nostra definitiva liberazione dalle sue catene. Spingendo l'umanit alla produzione per la produzione9, il capitalista la costringe a uno sviluppo delle forze produttive sociali e alla creazione di condizioni materiali di produzione che sole possono costituire la base reale d'una forma superiore di societ il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo. In questo modo, anche i membri della classe capitalista devono svolgere il loro ruolo sulla scena della storia e favorire l'avvento definitivo del socialismo.
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In vista delle successive argomentazioni, si pu qui aggiungere un'osservazione linguistica a proposito dei termini marxisti normalmente tradotti con le espressioni avente coscienza di classe e coscienza di classe. Queste espressioni indicano, prima di tutto, il risultato del processo analizzato pi sopra, per effetto del quale la situazione oggettiva di classe (sia l'interesse di classe che la lotta di classe) acquista coscienza nelle menti dei suoi membri o, per esprimere lo stesso pensiero in un linguaggio meno dipendente da Hegel, per effetto del quale i membri di una classe diventano consci della loro situazione di classe. Avendo coscienza di classe, essi conoscono non solo la loro posizione, ma anche il loro vero interesse
di classe.
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Ma, oltre a ci, la parola tedesca originale usata da Marx indica qualcosa che va di solito perduto nella traduzione. Il termine  derivato da (e allude a) una parola tedesca comune che  diventata parte del gergo hegeliano. Bench la sua traduzione letterale sia auto-cosciente, questa parola ha anche, nell'uso comune, piuttosto il senso di essere cosciente del proprio valore e delle proprie possibilit, cio di essere fiero e pienamente sicuro di se stesso, ed anche contento di s. Quindi, il termine tradotto con avente coscienza di classe significa in tedesco non semplicemente questo ma, piuttosto, sicuro e fiero della propria classe e legato ad essa dalla coscienza del dovere di solidariet.
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Questa  la ragione per cui Marx e i marxisti applicano quel termine quasi esclusivamente ai lavoratori e mai alla borghesia. Il proletario che ha la coscienza di classe  il lavoratore
che non solo  consapevole della sua situazione di classe, ma che  anche fiero della propria classe, pienamente sicuro della missione storica della sua classe e convinto che l'intrepida lotta di essa porter all'instaurazione di un mondo migliore. Come fa egli a sapere che avverr proprio questo? Per avere coscienza di classe egli deve essere un marxista. La stessa teoria
marxista e la sua profezia scientifica dell'avvento del socialismo sono parte integrante del processo storico per mezzo del quale la situazione di classe emerge alla coscienza insediandosi nelle menti dei lavoratori.
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2.
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La mia critica della teoria delle classi di Marx, nella misura in cui quest'ultima  legata alla sua accentuazione storicistica, segue le linee gi note fin dal precedente Capitolo. La formula tutta la storia  storia della lotta di classe  molto apprezzabile come invito a spingerci a tenere conto dell'importante ruolo ricoperto dalla lotta di classe nella politica di potere e in altri sviluppi; questo invito  tanto pi apprezzabile in quanto la brillante analisi di Platone della parte svolta dalla lotta di classe nella storia delle citt-stato greche fu solo raramente ripresa nei periodi successivi. Ma, anche in questo caso, non dobbiamo naturalmente prendere troppo sul serio, nella formula marxiana, la parola tutta.
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Neppure la storia delle questioni di classe  sempre una storia della lotta di classe nel senso marxiano, se si tiene presente la parte importante svolta dai dissensi in seno alle classi
stesse. In realt, la divergenza di interessi in seno sia alle classi governanti che alle classi governate  tanto forte che la teoria delle classi di Marx deve essere considerata come un'eccessiva e pericolosa semplificazione, anche se siamo disposti ad ammettere che il contrasto fra ricchi e poveri  sempre di fondamentale importanza.
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Uno dei grandi temi della storia medioevale, la lotta fra Papi e Imperatori,  un esempio di dissenso in seno alla classe dirigente. Sarebbe evidentemente falso interpretare questa contesa come una contesa fra sfruttatore e sfruttato. (Naturalmente, si pu allargare il concetto marxiano di classe fino a coprire questo ed altri casi analoghi, e restringere il concetto di storia, finch alla fine la dottrina di Marx diventa banalmente vera: una mera tautologia; ma ci la priverebbe di ogni rilevanza).
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Uno dei pericoli della formula di Marx  che, se presa troppo sul serio, essa rischia di sviare i marxisti inducendoli a interpretare tutti i conflitti politici come lotte fra sfruttatori e sfruttati (o anche come tentativi di mascherare la questione vera, il soggiacente conflitto di classe). Di conseguenza, ci furono marxisti, specialmente in Germania, che interpretarono una guerra come la prima guerra mondiale come uno scontro fra le potenze centrali rivoluzionarie o povere e un'alleanza di falsi conservatori o ricchi: tipo d'interpretazione, questo, che potrebbe essere usato a giustificare qualsiasi aggressione. Questo  solo un esempio del pericolo inerente alla vasta generalizzazione storicistica di Marx.
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D'altra parte, il suo tentativo di usare quella che si pu chiamare la logica della situazione di classe per spiegare il funzionamento delle istituzioni del sistema industriale, mi sembra ammirevole, nonostante certe esagerazioni e la dimenticanza di alcuni importanti aspetti della situazione; ammirevole, almeno, come analisi sociologica di quello stadio del sistema industriale, che Marx aveva soprattutto in mente: il sistema di capitalismo sfrenato (come lo chiamer)10 di un centinaio di anni fa.
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Note.
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1. Cfr. K. Marx, F. Engels, Manifest o del partito comunista, cit., p. 55. Come ho rilevato nel Capitolo 4 (si veda il testo relativo alle note 5-6 e 11-12), Platone aveva idee molto simili.
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2. Cfr. il testo relativo alla nota 15 al Capitolo 14.
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3. Cfr. K. Marx, Miseria della filosofia, cit., p. 94. (La citazione  tratta dallo stesso luogo dal quale sono tratti i passi citati nella nota 13 al Capitolo 15).
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4. Cfr. la Prefazione a Per la critica dell'economia politica, cit., p. 5. (Si vedano anche la nota 20 al Capitolo 13, la nota 1 al Capitolo 14 la nota 13 al Capitolo 15 e il relativo testo). Il passo qui citato, e soprattutto le espressioni forze produttive materiali e rapporti di produzione, ricevono ulteriore luce da quelli citati nella nota 13 al Capitolo 15.
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5. Cfr. Il Capitale, cit., p. 648 Il corsivo  nell'originale. Si veda anche il passo parallelo sul capitalista e sull'avaro in op. cit., p . 186; cfr. anche la nota 17 al Capitolo 17. In Miseria della filosofia, cit., p. 105, Marx scrive: D'altra parte, se tutti i membri della moderna borghesia hanno i medesimi interessi in quanto formano una classe contrapposta a
un'altra, hanno per interessi opposti, antagonisti, in tanto in quanto si trovano gli uni di fronte agli altri. Questa opposizione di interessi deriva dalle condizioni economiche della loro vita borghese.
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6. Cfr. Il Capitale, cit., p. 648.
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7. Ci  esattamente analogo allo storicismo nazionalistico di Hegel, dove il vero interesse della nazione acquista coscienza nelle menti soggettive dei membri della nazione e specialmente del leader.
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8. Cfr. il testo relativo alla nota 14 al Capitolo 13.
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9. Cfr. Il Capitale, cit., p. 648. Il corsivo  nell'originale.
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10. [Inizialmente avevo usato l' espressione capitalismo del laissez faire, ma tenuto conto del fatto che laissez-faire indica l'assenza di barriere commerciali (come i dazi) cosa a mio giudizio, quanto mai desiderabile e del fatto che considero indesiderabile e anche paradossale la politica economica di non-interferenza del primo Ottocento, ho deciso di cambiare la mia terminologia e di usare invece l'espressione capitalismo sfrenato].
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CAPITOLO DICIASSETTESIMO.
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IL SISTEMA LEGALE E IL SISTEMA SOCIALE.
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Siamo ora in grado di affrontare quello che  forse il punto cruciale della nostra analisi e della nostra critica del marxismo: si tratta della teoria marxiana dello Stato e per quanto possa apparire paradossale a qualcuno dell'impotenza di ogni politica.
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1.
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La teoria dello Stato di Marx pu essere presentata combinando i risultati degli ultimi due capitoli. Il sistema legale o giuridico-politico  il sistema di istituzioni legali imposto dallo Stato deve essere considerato, secondo Marx, come una delle sovrastrutture erette sulle (e conferenti espressioni alle) effettive forze produttive del sistema economico; Marx parla in questo contesto di sovrastrutture giuridiche o politiche1.
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Esso non , naturalmente, il solo modo in cui la realt economica o materiale e le relazioni fra le classi che ad essa corrispondono fanno la loro apparizione nel mondo delle ideologie e delle idee. Un altro esempio di codesta sovrastruttura sarebbe, secondo la concezione di Marx, il sistema morale predominante. Questo, a differenza del sistema legale, non  imposto dalla forza dello Stato, ma consacrato da un'ideologia creata e controllata dalla classe dirigente. La differenza , grosso modo, quella fra persuasione e forza (per usare una distinzione di Platone)2; ed  lo Stato, il sistema legale o politico, che usa la forza.
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Esso , come dice Engels3, una forza repressiva particolare per la coercizione dei governati da parte dei governanti. Il potere politico, nel senso proprio della parola, dice il
Manifesto4,  il potere organizzato di una classe per l'oppressione di un'altra. Una definizione simile  data da Lenin5: Per Marx lo Stato  l'organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un'altra;  la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida questa oppressione. Lo Stato, insomma,  appunto una parte del meccanismo col quale la classe dirigente conduce la sua lotta.
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Prima di passare a sviluppare le conseguenze di questa concezione dello Stato, si pu osservare che essa  in parte una teoria istituzionale e in parte una teoria essenzialista. Essa  istituzionale in quanto Marx cerca di stabilire quali funzioni pratiche le istituzioni legali svolgono nella vita sociale. Ma  essenzialista in quanto Marx non analizza la variet di fini ai quali queste istituzioni servono (o possono essere fatte servire) e non indica quali riforme istituzionali sono necessarie per far s che lo Stato serva a quei fini che egli stesso potrebbe ritenere desiderabili. Invece di precisare le sue richieste o proposte in merito alle funzioni alle quali vuole che lo Stato, le istituzioni legali o il governo adempiano, egli si chiede: che cosa  lo Stato?; cio, egli cerca di scoprire la funzione essenziale delle istituzioni legali.
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Abbiamo precedentemente dimostrato6 che a una domanda cos tipicamente essenzialista non si pu rispondere in maniera soddisfacente; eppure questa domanda  indubbiamente in armonia con
l'approccio essenzialista e metafisico di Marx che interpreta il campo delle idee e delle norme come l'apparenza di una realt economica.
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Quali sono le conseguenze di questa teoria dello Stato? La pi importante conseguenza  che tutta la politica, tutte le istituzioni legali e politiche, al pari di tutte le lotte politiche, non possono mai essere di primaria importanza. La politica  impotente. Essa non pu mai modificare in maniera decisiva la realt economica. L'essenziale, se non l'unico, compito di qualsivoglia attivit politica illuminata  di vigilare a che le modifiche nel rivestimento giuridico-politico tengano il passo con i mutamenti nella realt sociale, vale a dire nei mezzi di produzione e nei rapporti fra le classi; in questo modo, possono essere evitate quelle difficolt che fatalmente emergono se la politica resta indietro rispetto a questi sviluppi.
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In altri termini, o gli sviluppi politici sono superficiali, non condizionati dalla pi profonda realt del sistema sociale, e in questo caso sono destinati a non avere alcuna rilevanza, e non possono mai essere di aiuto effettivo agli oppressi e sfruttati; oppure essi danno espressione a un mutamento nella base economica e nella situazione di classe, e in questo caso hanno il carattere di eruzioni vulcaniche, di rivoluzioni totali che possono forse essere previste quando emergono dal sistema sociale, e la cui ferocia pu essere allora mitigata dalla non-resistenza alle forze eruttive, ma che non possono essere n causate n soppresse dall'azione politica.
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Queste conseguenze mostrano ancora una volta l'unit del sistema storicistico del pensiero di Marx. Eppure, considerando che pochi movimenti hanno contribuito quanto il marxismo a stimolare l'interesse per l'azione politica, la teoria della fondamentale impotenza della politica appare piuttosto paradossale. (I marxisti possono, naturalmente, rispondere a questa osservazione con uno dei due seguenti argomenti. Il primo  che, nella teoria esposta, l'azione politica ha la sua funzione; infatti, anche se il partito dei lavoratori non pu, con le proprie azioni, migliorare la sorte delle masse sfruttate, la sua lotta risveglia la coscienza di classe e quindi prepara la via alla rivoluzione. Questo sarebbe l'argomento dell'ala radicale. Il secondo
argomento, usato dall'ala moderata, afferma che ci possono essere periodi storici nei quali l'azione politica pu essere direttamente utile.
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I periodi cio nei quali le forze delle due classi contrapposte sono approssimativamente in equilibrio. In tali periodi, l'energia e lo sforzo politico possono essere decisivi per conquistare importantissimi miglioramenti per i lavoratori.  chiaro che questo secondo argomento sacrifica alcune delle posizioni fondamentali della teoria, ma senza rendersene pienamente conto e quindi senza andare alla radice della questione).
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Val la pena di segnalare che, secondo la teoria marxista, il partito dei lavoratori non pu commettere errori politici di qualche rilevanza finch continua a svolgere il ruolo che gli  assegnato e a sostenere energicamente le rivendicazioni dei lavoratori. Infatti, gli errori politici non possono materialmente influenzare l'effettiva situazione di classe e ancor meno la realt economica dalla quale, in ultima analisi, dipende ogni altra cosa.
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Un'altra importante conseguenza della teoria  che, in linea di principio, ogni governo, anche un governo democratico,  una dittatura della classe governante sui governati. Il potere politico dello Stato moderno dice il Manifesto non  che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese7.
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Quella che noi chiamiamo democrazia, secondo questa teoria, non  altro che quella forma della dittatura di classe che risulta essere pi conveniente in una certa situazione storica. (Questa teoria non si accorda troppo bene con la teoria dell'equilibrio di classe dell'ala moderata che abbiamo pi sopra ricordato). E come lo Stato, sotto il capitalismo,  una dittatura della borghesia, cos, dopo la rivoluzione sociale, esso sar in principio una dittatura del proletariato. Ma questo Stato proletario deve perdere la sua funzione non appena  stata
spezzata la resistenza della vecchia borghesia. Infatti, la rivoluzione proletaria porta ad una societ a classe unica, e quindi a una societ senza classi nella quale non ci pu essere alcuna dittatura di classe. Cos lo Stato, privato di qualsiasi funzione, deve sparire. Esso si estingue, come disse Engels8.
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Sono ben lontano dal difendere la teoria dello Stato di Marx. Soprattutto la sua teoria dell'impotenza di ogni politica e la sua concezione della democrazia, mi sembra siano non solo errori, ma errori fatali. Bisogna riconoscere che dietro queste cupe e ingegnose teorie, stava una cupa e deprimente esperienza. E bench Marx, a mio giudizio, non sia riuscito a capire il futuro che cos ardentemente desiderava prevedere, mi sembra che anche le sue teorie sbagliate siano prove della sua acuta intuizione sociologica delle condizioni del suo tempo e del suo profondissimo umanitarismo e senso della giustizia.
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La teoria dello Stato di Marx, nonostante il suo carattere astratto e filosofico, fornisce indubbiamente una illuminante interpretazione di quel periodo storico.  un'opinione almeno sostenibile che la cos detta rivoluzione industriale si svilupp agli inizi soprattutto come una rivoluzione dei mezzi materiali di produzione, cio del macchinario; che ci port quindi a una trasformazione della struttura di classe della societ e cos a un nuovo sistema sociale; e che le rivoluzioni politiche e altre trasformazioni del sistema legale vennero
soltanto come terzo stadio.
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Anche se questa interpretazione marxista della nascita del capitalismo  stata contestata da storici che sono stati in grado di svelare alcuni dei suoi profondi fondamenti ideologici
(che forse non sfuggirono del tutto a Marx9, bench distruttivi della sua teoria), non si possono avere dubbi sul valore dell'interpretazione marxista come prima approssimazione e sul servizio da lui reso ai suoi successori in questo campo. E anche se alcuni degli sviluppi studiati da Marx furono deliberatamente incoraggiati da misure legislative e, di fatto, resi possibili solo dalla legislazione (come Marx stesso dice)10, egli fu il primo a prendere in esame l'influenza degli sviluppi economici e degli interessi economici sulla legislazione e la funzione delle misure legislative come armi nella lotta di classe e specialmente come mezzi per la creazione di un surplus di popolazione e con esso del proletariato industriale.
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Risulta chiaro da molti dei passi di Marx che queste osservazioni lo rinsaldarono nella sua convinzione che il sistema giuridico-politico non  altro che una sovrastruttura11 del sistema sociale, cio economico; teoria questa che, per quanto indubbiamente confortata dall'esperienza successiva12, non resta solo interessante, ma contiene anche a mio giudizio, un grado di verit.
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Ma non furono solo le concezioni generali di Marx sui rapporti fra sistema economico e sistema politico a restare in questo modo influenzate dalla sua esperienza storica; le sue idee di liberalismo e di democrazia, pi particolarmente, che egli considerava come null'altro che veli della dittatura della borghesia, hanno fornito un'interpretazione della situazione sociale del suo tempo che sembrava adattarsi anche troppo bene alla realt, corroborata com'era da una triste esperienza.
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Infatti Marx visse, soprattutto nei suoi giovani anni, in un periodo del pi sfacciato e crudele sfruttamento. E questo sfacciato sfruttamento fu cinicamente difeso da ipocriti apologisti che si richiamavano al principio della libert umana, al diritto dell'uomo di determinare il proprio destino e di stipulare liberamente qualsiasi contratto che consideri favorevole ai propri interessi.
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Usando lo slogan libera ed uguale competizione per tutti, il capitalismo sfrenato di questo periodo si oppose efficacemente alla adozione di qualsiasi legislazione sul lavoro fino all'anno 1833 e alla sua applicazione pratica per molti anni ancora13. La conseguenza fu una vita di desolazione e di miseria che non possiamo neppure immaginare ai nostri giorni. Specialmente lo sfruttamento delle donne e dei bambini port a incredibili sofferenze. Ecco due esempi, tratti da Il Capitale di Marx: William Wood, di nove anni, "aveva sette anni e
dieci mesi quando cominci a lavorare"... Tutti i giorni della settimana viene alle sei di mattina e smette alle nove circa di sera14. Dunque quindici ore di lavoro per un bambino di sette anni! esclama un rapporto della Children's Employment Commission del 1863.
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Altri bambini erano costretti ad iniziare il lavoro alle quattro del mattino o a lavorare tutta la notte fino alle sei del mattino e non era raro che bambini di sei anni soltanto fossero costretti a un lavoro giornaliero di quindici ore. Mary Anne Walkley aveva lavorato ventisei ore e mezza senza interruzione, assieme ad altre sessanta ragazze, trenta per stanza... Il medico, signor Keys, chiamato troppo tardi al letto della moribonda, depose davanti al Coroner's jury con queste secche parole: "Mary Anne Walkley  morta di lunghe ore lavorative in un
laboratorio sovraffollato e in un dormitorio troppo stretto e mal ventilato". Per dare al medico una lezione di buone maniere, il Coroner 's jury dichiar invece: "la deceduta  morta di apoplessia, ma c' ragione di temere che la sua morte sia stata affrettata da sovraccarico di lavoro in laboratorio sovraffollato ecc."l5.
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Queste erano le condizioni della classe lavoratrice nel 1863, quando Marx scriveva Il Capitale; la sua bruciante protesta contro questi crimini, che erano allora tollerati e talvolta anche difesi, non solo da economisti di professione, ma anche da uomini di chiesa, gli assicurer per sempre un posto fra i liberatori del genere umano.
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Alla luce di queste esperienze, non  il caso di meravigliarsi se Marx non ebbe un alto concetto del liberalismo e se vide nella democrazia parlamentare nient'altro che una velata dittatura della borghesia. Ed era facile per lui interpretare questi fatti come conferme della sua analisi del rapporto fra il sistema legale e il sistema sociale. Secondo il sistema legale, eguaglianza e libert erano assicurate, almeno approssimativamente. Ma che cosa significava ci in realt! Non dobbiamo certo biasimare Marx per la sua insistenza nel dire che
soltanto i fatti economici sono reali e che il sistema legale pu essere una semplice sovrastruttura, una copertura di questa realt e uno strumento del dominio di classe.
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L'opposizione tra il sistema legale e il sistema sociale  sviluppato con la massima chiarezza ne Il Capitale15. In una delle parti teoriche di esso (esaminata pi ampiamente nel Capitolo 20), Marx affronta l'analisi del sistema economico capitalistico muovendo dal semplificativo e idealizzante presupposto che il sistema legale  perfetto in ogni aspetto. Libert, uguaglianza di fronte alla legge, giustizia si presume che siano tutte garantite a ognuno. Non ci sono classi privilegiate di fronte alla legge. Oltre a ci, egli presuppone che
un giusto prezzo sia pagato per tutte le merci, compresa la forza lavoro che il lavoratore vende al capitalista sul mercato del lavoro. Il prezzo di tutte queste merci  giusto nel senso che tutte le merci sono comprate e vendute in proporzione alla quantit media di lavoro necessario per la loro riproduzione (o, usando la terminologia di Marx, sono comprate e vendute secondo il loro vero valore)16.
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Naturalmente, Marx sa che tutto ci  un'estrema semplificazione, perch  sua convinzione che i lavoratori non siano mai trattati cos giustamente; in altre parole, che essi sono di solito truffati. Ma, argomentando sulla base di queste premesse idealizzate, egli cerca di dimostrare che, anche sotto un sistema legale cos perfetto, il sistema economico funziona in modo tale che i lavoratori non sono in grado di godere della loro libert. Nonostante tutta questa giustizia, essi non se la passano molto meglio degli schiavi17. Infatti, se sono poveri, essi
possono soltanto vendere se stessi, le loro mogli e i loro figli sul mercato del lavoro, per ottenere quanto  strettamente necessario alla riproduzione della loro forza lavoro. Vale a dire che, per l'intera loro forza lavoro, essi non otterranno nulla pi dei mezzi minimi di esistenza. Ci dimostra che lo sfruttamento non  un puro e semplice furto. Esso non pu essere eliminato con mezzi puramente legali. (E la critica di Proudhon che la propriet  un furto  troppo superficiale18).
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In conseguenza di ci, Marx fu indotto a ritenere che i lavoratori non possono sperare molto dal miglioramento di un sistema legale che, come ognuno sa, assicura parimenti ai ricchi e ai poveri la libert di dormire sulle panchine dei giardini e che minaccia parimenti agli uni e agli altri la condanna qualora tentino di vivere senza mezzi visibili di sussistenza. In questo modo Marx pervenne a quella che pu essere definita (in linguaggio hegeliano) la distinzione fra libert formale e libertmateriale. La libert formale19 o legale, bench Marx non la
ponga a un basso livello, risulta del tutto insufficiente ad assicurarsi quella libert che egli riteneva fosse il fine dello sviluppo storico del genere umano. Quello che conta  la libert reale, cio economica e materiale. Questa pu essere conseguita soltanto mediante una generale emancipazione dal lavoro faticoso. Di questa emancipazione, condizione fondamentale...  la riduzione della giornata lavorativa.
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Che cosa possiamo dire dell'analisi di Marx? Dobbiamo davvero credere che la politica, o il sistema di istituzioni legali, sia intrinsecamente incapace di porre rimedio a una situazione del genere e che soltanto una rivoluzione sociale totale, un cambiamento completo del sistema sociale possa venirci in aiuto? O dobbiamo credere ai propugnatori di un sistema capitalistico sfrenato che insistono (giustamente, a mio avviso) sull'enorme beneficio che si ricava dal meccanismo di mercati liberi e che da ci traggono la conclusione che un mercato del lavoro veramente libero sarebbe del massimo vantaggio per tutti?
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Io credo che l'ingiustizia e l'inumanit del sistema capitalistico sfrenato descritto da Marx non possano essere contestate; ma esse possono essere interpretate nei termini di quello che, in un precedente Capitolo20, abbiamo chiamato il paradosso della libert. La libert come abbiamo visto, distrugge se stessa se  illimitata. La libert illimitata significa che un uomo forte  libero di tiranneggiare un debole e di privarlo della sua libert. Questa  la ragione per cui chiediamo che lo stato limiti in qualche misura la libert, in modo che
la libert di ciascuno risulti protetta dalla legge. Nessuno dev'essere alla merc di altri, ma a tutti si deve riconoscere il diritto di essere protetti dallo Stato.
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Ora, io credo che queste considerazioni, originariamente pensate per essere applicate al campo della forza bruta, dell'intimidazione fisica, debbano essere applicate anche al campo economico. Anche se lo Stato protegge i suoi cittadini dal rischio di essere tiranneggiati dalla violenza fisica (come avviene in linea di principio, sotto il sistema del capitalismo sfrenato), esso pu fallire i nostri fini se non riesce a proteggere dall'abuso del potere economico. In uno Stato del genere, chi  economicamente forte  ancora libero di tiranneggiare chi  economicamente debole e di privarlo della sua libert.
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In queste condizioni, l'illimitata libert economica pu essere auto-distruttiva allo stesso modo della illimitata libert fisica, e il potere economico pu essere quasi altrettanto pericoloso che la violenza fisica; infatti, coloro che dispongono di un'eccedenza di derrate possono costringere coloro che non hanno niente da mangiare ad una servit liberamente
accettata, senza usare violenza. E, supponendo che lo Stato limiti le sue attivit alla soppressione della violenza (e alla protezione della propriet), una minoranza che  economicamente forte pu in questo modo sfruttare la maggioranza di coloro che sono economicamente deboli.
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Se questa analisi  corretta21, allora la natura del rimedio risulta chiara. Deve essere un rimedio politico, un rimedio simile a quello che usiamo contro la violenza fisica. Noi dobbiamo costruire istituzioni sociali, imposte dalla forza dello Stato, per la protezione degli economicamente deboli nei confronti degli economicamente forti. Lo Stato deve vigilare a che nessuno sia costretto dalla paura della fame o della rovina economica ad assoggettarsi a una transazione iniqua.
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Ci naturalmente significa che il principio del non intervento proprio di un sistema economico sfrenato, deve essere abbandonato; se vogliamo che la libert sia salvaguardata, dobbiamo chiedere che alla politica di illimitata libert economica si sostituisca l'intervento economico pianificato dello Stato. Dobbiamo chiedere che il capitalismo sfrenato ceda il passo a un interventismo economico22.
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E questo  appunto quel che  avvenuto. Il sistema economico descritto e criticato da Marx ha cessato ovunque di esistere. Esso  stato sostituito non da un sistema nel quale lo Stato comincia a perdere le sue funzioni e quindi mostra segni di estinzione, ma da vari sistemi interventisti, nei quali le funzioni dello Stato nel campo economico sono estese ben al di l della protezione della propriet e dei contratti liberi. (Questo sviluppo sar esaminato nei prossimi Capitoli).
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Mi preme sottolineare la decisiva importanza della conclusione fin qui raggiunta ai fini della nostra analisi. Solo a questo punto, infatti, cominciamo a renderci conto dell'importanza del contrasto tra storicismo e ingegneria sociale e del suo effetto sulla linea politica dei fautori della societ aperta.
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Il marxismo pretende di essere pi di una scienza. Non si limita a fornire una profezia storica ma pretende di essere la base dell'azione politica pratica. Esso critica la societ esistente e afferma di poter aprire la strada verso un mondo migliore. Ma, secondo la stessa teoria di Marx, noi non possiamo alterare a volont la realt economica per mezzo, per esempio, di riforme legali. La politica non pu fare nulla di pi che abbreviare e attenuare le doglie del parto23.
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Questo, a mio giudizio,  un programma politico estremamente povero, e la sua povert  una conseguenza del ruolo di terzo piano attribuito dalla dottrina al potere politico nella gerarchia dei poteri. Infatti, secondo Marx, il potere reale sta nell'evoluzione dell'armamentario tecnologico; il secondo posto in ordine d'importanza spetta ai rapporti di classe economici, mentre l'influenza meno importante  quella della politica.
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Una concezione esattamente contraria  implicita invece nella posizione che abbiamo raggiunto nella nostra analisi. Essa considera come fondamentale il potere politico. Il potere politico, da questo punto di vista, pu controllare il potere economico. Ci significa un'immensa estensione del campo delle attivit politiche. Noi possiamo chiederci che cosa vogliamo conseguire e come possiamo conseguirlo. Possiamo, per esempio, attuare un razionale programma politico per la protezione degli economicamente deboli. Possiamo fare delle leggi atte a bloccare lo sfruttamento. Possiamo limitare la giornata lavorativa, ma possiamo anche fare molto di pi.
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Per legge, possiamo assicurare i lavoratori (o, meglio ancora, tutti i cittadini) contro l'invalidit, la disoccupazione e la vecchiaia. In questo modo possiamo rendere impossibili certe forme di sfruttamento come quelle fondate sulla debole posizione economica di un lavoratore che deve accettare qualunque cosa per non morire di fame. E quando siamo in grado di assicurare per legge mezzi di sussistenza a chiunque ha la voglia di lavorare, e non c' ragione alcuna per cui non si possa ottenere questo risultato, allora la protezione della libert del cittadino
dalla paura economica e dall'intimidazione economica diventer quasi completa.
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Da questo punto di vista, il potere politico pu essere decisivo ai fini della protezione economica. Il potere politico e il suo controllo  tutto. Al potere economico non si deve permettere di dominare il potere politico; se necessario, esso deve essere combattuto dal potere politico e ricondotto sotto il suo controllo. Dal punto di vista raggiunto, possiamo dire che lo sprezzante atteggiamento di Marx nei confronti del potere politico significa non solo che egli trascura di sviluppare una teoria dei pi importanti mezzi potenziali di miglioramento della sorte degli economicamente deboli, ma anche che egli ha trascurato di prendere in considerazione quello che per la libert umana  il pi grande pericolo potenziale.
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La sua ingenua convinzione che, in una societ senza classi, il potere dello Stato debba perdere la sua funzione ed estinguersi, dimostra molto chiaramente che egli non ebbe coscienza del paradosso della libert e che non comprese mai la funzione che il potere dello Stato pu e deve svolgere al servizio della libert e dell'umanit. (Tuttavia questa concezione di Marx testimonia il fatto che egli fu, in ultima analisi, un individualista, nonostante il suo richiamo collettivistico alla coscienza di classe).
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In questo modo la concezione marxiana  analoga alla convinzione liberale che tutto ci di cui abbiamo bisogno  l'uguaglianza di opportunit. Certamente, noi abbiamo bisogno di questo, ma non  ancora abbastanza. Essa non protegge coloro che sono meno dotati o meno forti, o meno fortunati dal diventare oggetti di sfruttamento per coloro che sono pi dotati o pi forti, o pi fortunati.
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Inoltre dal punto di vista che abbiamo raggiunto, quella che i marxisti definiscono sprezzantemente come mera libert formale, diventa la base di ogni altra cosa. Questa mera libert formale, cio la democrazia, il diritto del popolo di giudicare e di far cadere il proprio governo,  il solo strumento noto per mezzo del quale, possiamo tentare di proteggerci contro l'abuso del potere politico24; essa significa il controllo dei governanti da parte dei governati e, poich il potere politico pu controllare il potere economico, la democrazia politica  anche il solo mezzo di controllo del potere economico da parte dei governati. Senza controllo democratico, non ci pu essere alcuna ragione al mondo per cui qualsiasi governo non debba usare il suo potere politico ed economico per fini molto diversi dalla protezione della libert dei suoi cittadini.
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Il fondamentale ruolo della libert formale  sottovalutato da quei marxisti che pensano che la democrazia formale non  abbastanza e vogliono integrarla con quella che abitualmente chiamano la democrazia economica: espressione vaga e assolutamente superficiale che oscura il fatto che la libert meramente formale  la sola garanzia di una politica economica democratica.
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Marx scopr l'importanza del potere economico, ed  comprensibile che ne abbia esagerato la portata. Egli e i marxisti vedono il potere economico dappertutto. Il loro argomento  in sostanza questo: chi ha il denaro ha il potere; infatti, se necessario, pu comprarsi delle armi e anche dei gangsters. Ma si tratta di un argomento vizioso. Di fatto, esso implica l'ammissione che l'uomo che ha le armi ha il potere. E se l'uomo che ha le armi diventa consapevole di ci, non passer molto tempo prima che egli abbia non solo le armi, ma anche il denaro.
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Ma sotto un capitalismo sfrenato, l'argomento di Marx risulta in qualche misura valido; infatti, un ordinamento che crea istituzioni per il controllo delle armi e dei gangsters, ma non per quello del potere del denaro,  destinato a finire sotto l'influenza di questo potere. In uno Stato del genere, pu governare un incontrollato gangsterismo della ricchezza. Ma Marx stesso, io credo, sarebbe stato il primo ad ammettere che ci non  vero di tutti gli Stati; che nella storia si sono avuti, per esempio, periodi in cui lo sfruttamento era rappresentato dal
saccheggio direttamente fondato sulla forza del pugno di ferro. Ed oggi ben pochi saranno disposti a sostenere l'ingenua concezione che il progresso della storia ha una volta per tutte posto fine a questi modi pi diretti di sfruttamento degli uomini, e che, una volta conseguita la libert formale  impossibile per noi ricadere di nuovo sotto il dominio di cos primitive forme di sfruttamento.
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Queste considerazioni dovrebbero essere sufficienti a confutare la dottrina dogmatica che il potere economico  pi fondamentale del potere fisico e del potere dello Stato. Ma ci sono anche altre considerazioni. Come  stato giustamente sottolineato da vari scrittori (fra i quali Bertrand Russell e Walter Lippmann25) solo l'attivo intervento dello Stato la protezione della propriet ad opera di leggi sostenute da sanzioni fisiche fa della ricchezza una fonte potenziale di potere; infatti, senza questo intervento un uomo si troverebbe ben presto senza la sua ricchezza. Il potere economico  quindi interamente dipendente dal potere politico e fisico.
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Russell fornisce esempi storici che illustrano questa dipendenza, e talvolta anche impotenza, della ricchezza: Il potere economico all'interno dello Stato, egli scrive  bench in ultima analisi derivi dalla legge e dall'opinione pubblica, acquista facilmente una certa indipendenza. Esso pu influire con la corruzione sulla legge, e con la propaganda sull'opinione pubblica.
Esso pu costringere gli uomini politici ad obblighi che interferiscono colla loro libert. Esso pu minacciare crisi finanziarie. Ma ci sono, comunque, limiti ben precisi alle sue possibilit. Cesare fu aiutato a conquistare il potere dai suoi creditori i quali non vedevano speranza di ricuperare i loro prestiti se non procurandogli il successo; ma quando egli raggiunse il successo, la sua potenza gli permise di disilluderli. Carlo Quinto prese in prestito dai Fugger il denaro necessario per comprare il titolo imperiale, ma quando fu imperatore rise loro in faccia e quelli perdettero ci che avevano prestato26.
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Il dogma che il potere economico  alla radice di tutti i mali deve essere abbandonato. Il suo posto deve essere preso da una consapevolezza dei pericoli di qualsiasi forma di potere incontrollato. Il denaro in quanto tale non  particolarmente pericoloso. Esso diventa pericoloso solo se pu acquistare il potere o direttamente o soggiogando gli economicamente deboli che devono vendere se stessi al fine di vivere.
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Noi dobbiamo pensare a siffatte questioni in termini, per cos dire, ancora pi materialistici di quanto fece Marx. Dobbiamo renderci conto del fatto che il controllo del potere fisico e dello sfruttamento fisico resta il problema politico centrale. Al fine di attuare questo controllo, dobbiamo instaurare la libert meramente formale. Una volta che l'abbiamo ottenuta e abbiamo imparato ad usarla per il controllo del potere politico tutto dipende da noi. Non dobbiamo biasimare pi oltre nessuno e neppure strillare contro i sinistri demoni economici che operano dietro le scene.
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Infatti in una democrazia disponiamo dei mezzi idonei a controllare i demoni e possiamo domarli. Noi dobbiamo renderci conto di ci e usare quei mezzi; dobbiamo costruire istituzioni per il controllo democratico del potere economico e per la nostra protezione dallo sfruttamento economico. I marxisti hanno tratto molto partito dalla possibilit di acquistar voti, o direttamente o mediante la propaganda. Ma una pi attenta considerazione mostra che abbiamo qui un buon esempio della situazione politica di potere analizzata pi sopra. Una volta che si sia conseguita la libert formale, noi possiamo controllare l'acquisto di voti in ogni forma.
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Ci sono leggi che limitano le spese per la campagna elettorale e dipende interamente da noi far s che siano introdotte leggi di questo genere molto pi restrittive27. Il sistema legale pu essere utilizzato come un efficace strumento per la sua propria protezione. Inoltre, possiamo influenzare l'opinione pubblica e insistere per la adozione di un codice morale molto pi rigido in campo politico. Noi possiamo fare tutto questo; ma dobbiamo prima di tutto renderci conto che l'ingegneria sociale di questo genere  nostro compito, e che  in nostro potere, e che non dobbiamo aspettare che terremoti economici producano miracolosamente per noi un nuovo mondo economico, sicch non ci resti altro da fare che scoprirlo e rimuovere il vecchio
involucro politico.
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Naturalmente, i marxisti, in pratica, non si sono mai fondati sulla dottrina dell'impotenza del potere politico. Finch hanno avuto la possibilit di agire o di pianificare l'azione, essi, come del resto tutti gli altri, sono partiti normalmente dal presupposto che il potere politico pu essere usato per il controllo del potere economico. Ma i loro piani e le loro azioni non si basarono mai su un chiaro ripudio della loro teoria originale n su una ben fondata considerazione di quello che  il pi fondamentale problema di ogni politica: il controllo dei controllori, della pericolosa accumulazione di potere rappresentata dallo Stato. Essi non si resero mai conto della decisiva importanza della democrazia come unico mezzo noto per conseguire questo controllo.
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Di conseguenza, essi non avvertirono mai il pericolo inerente ad ogni politica di accrescimento del potere dello Stato. Bench abbiano abbandonato pi o meno inconsciamente la dottrina dell'impotenza della politica, essi si sono mantenuti fedeli alla veduta che il potere dello Stato non presenta problemi importanti e che  cattivo solo se  nelle mani della borghesia. Essi non si sono resi conto del fatto che ogni potere, e il potere politico almeno quanto il potere economico,  pericoloso. Cos essi hanno mantenuto la loro formula della dittatura
del proletariato. Essi non hanno compreso il principio (cfr. Capitolo 8) che ogni politica di vasto respiro deve essere istituzionale, non personale; e, quando hanno reclamato a gran voce l'estensione dei poteri dello Stato (in contrasto con la concezione dello Stato di Marx) non si sono mai curati del fatto che le persone meno adatte avrebbero un giorno potuto impadronirsi di questi estesi poteri.
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Questa  una delle ragioni per cui, quando hanno cominciato a prendere in considerazione l'intervento dello Stato, hanno progettato di conferire allo Stato poteri praticamente illimitati in campo economico. Essi si sono attenuti alla credenza olistica e utopistica di Marx che solo un sistema sociale di nuovo genere pu migliorare le cose.
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Ho criticato in un precedente Capitolo (Capitolo 9) siffatto approccio utopistico e romantico all'ingegneria sociale. Ma desidero qui aggiungere che l'intervento economico e anche i metodi
gradualistici qui propugnati tendono fatalmente ad accrescere il potere dello Stato. L'interventismo  quindi estremamente pericoloso. Questo non  un argomento decisivo contro di esso; il potere dello Stato  fatalmente destinato a restare sempre un male pericoloso, anche se necessario. Ma ci deve servire ad ammonirci che, se allentiamo la nostra vigilanza e se non rafforziamo le nostre istituzioni democratiche nel momento stesso in cui conferiamo maggior potere allo Stato mediante la pianificazione interventista, possiamo perdere la nostra
libert.
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E se la libert  perduta, tutto  perduto compresa la pianificazione. Infatti, perch dovrebbero essere realizzati piani per il benessere del popolo se il popolo non ha il potere d'imporli? Soltanto la libert pu rendere sicura la sicurezza. Vediamo cos che non c' soltanto un paradosso della libert, ma anche un paradosso della pianificazione di Stato. Se pianifichiamo troppo, se diamo troppo potere allo Stato allora la libert andr perduta e ci significher la fine della pianificazione.
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Considerazioni del genere ci riportano alla nostra originaria affermazione in difesa dei metodi gradualistici, in contrapposizione ai metodi utopistici od olistici, di ingegneria sociale. E ci riportano alla nostra originaria affermazione che si devono pianificare misure per combattere i mali concreti, piuttosto che per realizzare qualche bene ideale. L'intervento dello Stato deve essere limitato a quanto  veramente necessario per la protezione della libert.
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Ma non basta dire che la nostra soluzione deve essere una soluzione minima; che dobbiamo essere vigilanti e che non dobbiamo dare allo Stato pi potere di quello che  necessario per la protezione della libert. Queste osservazioni possono sollevare dei problemi ma non indicano la via alla soluzione. Si pu anche pensare che non ci sia soluzione; che l'acquisizione di nuovi poteri economici da parte di uno Stato i cui poteri, rispetto a quelli dei suoi cittadini, sono sempre pericolosamente grandi elimini ogni possibilit di resistenza ad esso.
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Fino a questo punto, noi non abbiamo dimostrato n che la libert pu essere preservata, n come  possibile preservarla. In queste condizioni pu essere utile richiamare alla memoria le
considerazioni svolte nel Capitolo 7 a proposito della questione del controllo del potere politico e del paradosso della libert.
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La distinzione importante ivi introdotta era quella fra persone e istituzioni. Abbiamo rilevato che, mentre la questione politica del giorno pu richiedere una soluzione personale, ogni politica a lungo termine e specialmente ogni politica democratica a lungo termine  deve essere concepita in termini di istituzioni impersonali. Ed abbiamo rilevato che, pi particolarmente, il problema del controllo dei governanti e della limitazione dei loro poteri,  in sostanza un problema istituzionale, il problema insomma di dar vita a istituzioni
capaci di impedire anche ai cattivi governanti di fare troppo danno.
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Considerazioni analoghe si possono applicare al problema del controllo del potere economico dello Stato. Ci contro cui dobbiamo guardarci  l'aumento del potere dei governanti. Noi dobbiamo guardarci dalle persone e dal loro arbitrio. Alcuni tipi di istituzioni possono conferire poteri arbitrari a una persona, mentre altri tipi di istituzioni glieli negano. Se prendiamo in considerazione, da questo punto di vista, la nostra legislazione del lavoro, noi troviamo entrambi questi tipi di istituzioni. Molte di queste leggi assicurano ben poco potere agli organi esecutivi dello Stato.
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Non  escluso, certo, che le leggi contro il lavoro dei fanciulli per esempio, possano prestarsi ad abusi da parte di un funzionario dello Stato, che pu servirsene per intimorire e dominare un cittadino innocente. Ma pericoli di questo genere non sono gravi se confrontati con quelli che sono inerenti a una legislazione che conferisce ai governanti poteri discrezionali, come ad esempio il potere di dirigere le forze di lavoro28. Analogamente, una legge che stabilisca che l'abuso, da parte di un cittadino, della sua propriet debba essere punito con la confisca risulta incomparabilmente meno pericolosa di quella che conferisce ai governanti, o ai funzionari dello Stato, poteri discrezionali di requisizione della propriet di un cittadino.
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Siamo cos arrivati alla distinzione di due metodi diversissimi29 per mezzo dei quali pu realizzarsi l'intervento economico dello Stato. Il primo  quello di realizzare una struttura legale di istituzioni protettive (leggi restrittive dei poteri del proprietario di animali o di un proprietario terriero ne sono un esempio). Il secondo  quello di conferire agli organi dello Stato il potere di agire entro certi limiti  come ritengono necessario per il perseguimento dei fini fissati dai governanti del momento. Possiamo definire la prima procedura intervento istituzionale o indiretto e la seconda intervento personale o diretto. (Naturalmente esistono casi intermedi).
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Non ci pu essere dubbio, dal punto di vista del controllo democratico, su quale di questi due metodi  preferibile insistere. La politica normale per ogni intervento democratico  quella di far uso del primo metodo in ogni caso in cui ci risulta possibile e di limitare l'uso del secondo metodo ai casi per i quali il primo metodo  inadeguato. (Casi del genere esistono. .
L'esempio classico  il bilancio, espressione della discrezione del Cancelliere e del suo senso di ci che  equo e giusto. Ed  pure concepibile, anche se quanto mai indesiderabile, che una misura anti-ciclica debba avere un carattere analogo).
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Dal punto di vista dell'ingegneria sociale gradualistica, la differenza tra i due metodi  della massima importanza. Solo il primo, il metodo istituzionale, permette di procedere ad aggiustamenti alla luce dei risultati dei dibattiti e delle esperienze. Esso solo rende possibile l'applicazione alle nostre azioni politiche del metodo dei tentativi e degli errori. Esso  a lungo termine; quindi la struttura legale permanente pu essere lentamente modificata, al fine di tenere il debito conto di conseguenze impreviste e indesiderate, di mutamenti in altre parti della struttura ecc.
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Esso solo ci consente di scoprire, mediante l'esperienza e l'analisi, che cosa effettivamente abbiamo ottenuto quando siamo intervenuti per il conseguimento di un determinato fine. Le decisioni discrezionali dei governanti e dei funzionari dello Stato sono al di fuori di questi metodi razionali. Esse sono decisioni a breve termine, transitorie, mutevoli da un giorno
all'altro o, nel migliore dei casi, da un anno all'altro. Di norma (il bilancio  la grande eccezione) esse non possono neppur essere pubblicamente discusse, sia perch manca la necessaria informazione, sia perch sono oscuri i principi in base ai quali la decisione  presa. Qualora tali principi esistono, di norma non sono istituzionalizzati, ma fanno parte di una tradizione dipartimentale interna.
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Ma non soltanto in questo senso si pu definire razionale il primo metodo e irrazionale il secondo: essi sono tali anche in un altro, diversissimo e importantissimo, senso. La struttura legale pu essere conosciuta e compresa dal singolo cittadino, e inoltre deve essere progettata in modo da risultare appunto comprensibile. Il suo funzionamento  prevedibile. Essa introduce un fattore di certezza e sicurezza nella vita sociale. Quando  modificata, si pu tener conto, per un periodo transitorio, di quegli individui che hanno elaborato i loro piani in base al presupposto della sua permanenza.
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Al contrario, il metodo dell'intervento personale fatalmente introduce un elemento sempre maggiore di imprevedibilit nella vita sociale e con esso si andr diffondendo la sensazione che la vita sociale  irrazionale e insicura. L'uso di poteri discrezionali  destinato a crescere rapidamente, una volta che sia diventato un metodo accettato, poich aggiustamenti saranno necessari e aggiustamenti a decisioni discrezionali a breve termine non possono essere attuati con mezzi istituzionali. Questa tendenza finisce con l'accrescere gravemente l'irrazionalit del sistema, suscitando in molti l'impressione che ci siano forze nascoste dietro la scena e rendendoli propensi ad abbracciare la teoria cospiratoria della societ con tutte le sue conseguenze: caccia all'eresia, ostilit nazionale, sociale e di classe.
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Nonostante tutto questo, la linea ovvia di condotta che consiste nel preferire, dovunque possibile, il metodo istituzionale  ben lungi dall'essere generalmente accettata. Questa mancata accettazione , a mio avviso, dovuta a ragioni diverse. Una di esse  che ci vuole un certo distacco per affrontare il compito a lungo termine di riprogettare la struttura legale. Ma i governanti vivono alla giornata e i poteri discrezionali appartengono a questo stile di vita a parte il fatto che i governanti sono inclini a preferire questi poteri nel proprio interesse;
inoltre, la ragione pi importante sta indubbiamente nel fatto che non si comprende l'importanza della distinzione fra i due metodi: la via alla comprensione di tale importanza  bloccata per i seguaci di Platone, Hegel e Marx.
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Essi non si renderanno mai conto che la vecchia domanda: Chi deve comandare? dev'essere sostituita dall'altra ben pi reale: Come possiamo controllare chi comanda?.
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Se ora torniamo alla teoria di Marx dell'impotenza della politica e dell'importanza decisiva delle forze storiche, dobbiamo senz'altro ammettere che si tratta di un edificio imponente. Esso  il diretto risultato del suo metodo sociologico; del suo storicismo economico, della dottrina che lo sviluppo del sistema economico, o del metabolismo dell'uomo, determina il suo sviluppo sociale e politico.
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L'esperienza del suo tempo, la sua indignazione umanitaria e il bisogno di offrire agli oppressi la consolazione di una profezia, la speranza, o anche la certezza, della loro vittoria, tutto ci  fuso in un grandioso sistema filosofico paragonabile o anche superiore ai sistemi olistici di Platone e Hegel.  dovuto soltanto al fatto accidentale che egli non fosse un reazionario se la storia della filosofia si occupa poco di lui e lo considera soprattutto alla stregua di un propagandista. Un recensore de Il Capitale scrisse: A prima vista,... Marx si presenta come il pi grande dei filosofi idealisti, e nel senso tedesco, cio nel senso cattivo della parola.
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Ma in realt egli  infinitamente pi realista di tutti i suoi predecessori30. Quel recensore colp nel segno. Marx fu l'ultimo dei creatori di grandi sistemi olistici. Noi dovremmo aver cura di fermarci a questo punto e di non sostituire al suo un altro Grande Sistema. Non abbiamo bisogno di olismo: abbiamo invece bisogno di ingegneria sociale gradualistica.
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Con queste considerazioni concludo la mia analisi critica della filosofia marxiana del metodo della scienza sociale, del suo determinismo economico e del suo storicismo profetico. La verifica finale di un metodo, comunque,  costituita dai suoi risultati pratici. Passo ora a un pi particolareggiato esame del risultato essenziale di quel metodo, la profezia del prossimo avvento di una societ senza classi.
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Note.
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1. Cfr. la Prefazione a Per la critica dell'economia politica, cit., p. 5. Per la teoria degli strati o livelli delle sovrastrutture, si vedano le citazioni della nota 13 al Capitolo 15.
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2. Per la raccomandazione di Platone in merito all'uso sia della persuasione che della forza, si vedano per esempio il testo relativo alla nota 35 al Capitolo 5 e le note 5 e 10 al Capitolo 8.
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3. Cfr. Lenin, Stato e rivoluzione, cit., pp. 73-5.
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4. Cfr. K. Marx, F. Engels, Manifest o del partito comunista, cit., p. 89.
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5. Cfr. Lenin, op. cit., p. 61; il corsivo  nell'originaie.
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6. Per i problemi caratteristici dell'essenzialismo storicistico e specialmente per i problemi del tipo: Che cos' lo Stato? o Che cos' il governo?, cfr. il testo relativo alle note 26-30 al Capitolo 3, 21-4 e 26 sgg. al Capitolo 11, e 26 al Capitolo 12. Per il linguaggio delle richieste politiche (o meglio delle proposte politiche, come dice L.J. Russell) che, a mio
giudiz io, deve sostituirsi a questo genere di essenzialismo, cfr. specialmente il testo fra le note 41 e 42 al Capitolo 6 e il punto (3) della nota 5 al Capitolo 5 Per l'essenzialismo di Marx, si vedano specialmente il testo relativo alla nota 11 e la nota 13 al Capitolo 15 la nota 16 al presente Capitolo e le note 20-24 al Capitolo 20. Cfr. specialmente l'osservazione metodologica di Il Capitale, Libro 3, cit., p. 930, citata nella nota 20 al Capitolo 20.
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7. Questa citazione  tratta dal Manifest o del partito comunista, cit., p. 58. Il testo seguente  tratto dalla Prefazione di
Engels alla prima traduzione inglese di Il Capitale. Cito qui l'intero passo conclusivo di questa Prefazione nel quale
Engels parla della conclusione di Marx che, per lo meno in Europa, l'Inghilterra  l'unico paese in cui l'inevitabile
rivoluz ione sociale potrebbe essere attuata per intero con mezzi pacifici e legali. Certo egli non ha dimenticato di
aggiungere che difficilmente si aspettava che le classi dominanti inglesi si sarebbero assoggettate a tale rivoluzione
p acifica e legale senza una "proslavery rebellion" (una "ribellione filo-schiavista", in ingl. nella trad. it. cit., [N.d.T.];
cfr. Il Capitale, cit., p. 57. Si veda anche il testo relativo alla nota 7 al Capitolo XIX). Questo passo mostra
chiarament e che, secondo il marxismo, la violenza o non-violenza della rivoluzione dipender dalla resistenza o non-
resist enz a della vecchia classe dirigente. Cfr. anche il testo relativo alle note 3 al Capitolo XIX.
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8. Cfr. F. Engels, Anti-Dhring, cit., p. 299; si vedano anche i passi menzionati nella nota 5 a questo Capitolo. La resistenza della borghesia  stata spezzata da vari anni in Russia, ma non ci sono sintomi di estinzione dello Stato russo, neppure nella sua organizzazione interna. La teoria dell'estinzione dello Stato  assolutamente irrealistica e penso che possa essere stata adottata da Marx e da Engels soprattutto per sottrarre ai loro rivali un'arma efficace di proselitismo. I rivali ai quali mi riferisco sono Bakunin e gli anarchici; Marx non amava vedere il proprio radicalismo superato da quello di nessun altro. Come Marx, gli anarchici si proponevano di rovesciare l'ordine sociale esistente, dirigendo tuttavia il loro attacco contro il sistema politico-legale, invece che contro il sistema economico. Per essi lo Stato era il nemico mortale che doveva essere distrutto. Se non fosse stato per i suoi concorrenti anarchici, Marx, partendo dalle sue premesse, avrebbe facilmente potuto ammettere la possibilit che l'istituzione dello Stato, sotto il socialismo, debba svolgere nuove e indispensabili funzioni, cio le funzioni di salvaguardia della giustizia e della libert attribuite ad essa dai grandi teorici della democrazia.
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9. Cfr. Il Capitale, cit., pp. 784 sg.
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10. Nel Capitolo 24 La cosiddetta accumulazione originaria, Marx stesso dice (Il Capitale, cit., p. 786) di non occuparsi dei motivi propulsori della rivoluzione agricola che hanno carattere puramente economico: qui cerchiamo le sue leve violente (cio politiche; in corsivo nell'originale).
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11. A proposito di questi passi e delle sovrastrutture, cfr. la nota 13 al Capitolo 15.
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12. Cfr. il testo relativo alle note a cui si fa riferimento nell'ultima nota.
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13. Una delle pi notevoli e importanti parti di Il Capitale, un documento davvero indistruttibile sulla sofferenza umana,  il Capitolo 8 del primo volume, intitolato La giornata lavorativa, nel quale Marx delinea la prima storia della legislazione del lavoro. Da questo ben documentato capitolo sono tratte le citazioni seguenti. Bisogna tuttavia rendersi conto che proprio questo capitolo contiene il materiale per una totale confutazione del "socialismo scientifico" di Marx, che  fondato sulla profezia del sempre crescente sfruttamento dei lavoratori. Nessuno pu leggere questo capitolo di Marx senza rallegrarsi del fatto che la sua profezia fortunatamente non si  avverata. Non  tuttavia impossibile che ci sia dovuto, in parte, alle attivit di organizzazione dei lavoratori svolte dai marxisti, ma il contributo fondamentale  venuto dall'accresciuta produttivit del lavoro che a sua volta, secondo Marx,
 un risultato dell'accumulazione capitalistica.
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14. Cfr. Il Capitale, cit., p. 279.
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15. Cfr. op. cit., pp. 289 sg. Il commento di Marx nella sua nota 90 a p. 290,  di estremo interesse. Egli mostra che casi come quest i furono usati dai reazionari Tory filo-schiavisti per propaganda a favore della schiavit. E mostra che fra gli altri partecip a questo movimento filo-schiavista Thomas Carlyle, l'oracolo (un precursore del fascismo). Carlyle, per usare le parole di Marx, ridusse l'unico avvenimento grandioso della storia contemporanea, la guerra civile americana, a questo livello: il Pietro del Nord vuol fracassare con tutta la sua forza il cranio al Paolo del Sud, per la ragione che il Pietro del Nord affitta il suo operaio "a giornata" e il Paolo del Sud l'affitta "a vita". Marx cita qui dall'articolo di Carlyle, Ilias Americana in nuce (Macmillan's Magazine, agosto 1863). E Marx conclude: Cos  finalmente scoppiata la bolla di sapone della simpatia dei tories pei salariati delle citt non quelli agricoli, per amor del cielo! Il nocciolo : schiavit! (Il corsivo nell'originale).
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Una delle ragioni per cui cito questo passo  che desidero sottolineare il completo dissenso di Marx dalla credenza che non c' molto da scegliere tra schiavit e schiavit del salario. Nessuno poteva sottolineare pi energicamente di Marx il fatto che l'abolizione della schiavit (e quindi l'introduzione della schiavit del salario)  un passo importantissimo e necessario dell'emancipazione degli oppressi. L'espressione schiavit del salario  quindi pericolosa e ingannatrice; infatti essa  stata interpretata da marxisti volgari, come una conferma che Marx concordava in realt con la valutazione che Carlyle dava della situazione.
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16. Marx definisce il valore di una merce come il numero medio di ore di lavoro necessario per la sua produzione. Questa definizione  una buona illustrazione del suo essenzialismo (Cfr. la nota 8 a questo Capitolo). Infatti, egli introduce il valore al fine di riuscire a cogliere la realt essenziale che corrisponde a ci che appare nella forma del prezzo di una merce. Il prezzo  un genere ingannevole di apparenza. Una cosa pu avere un prezzo, senza aver valore, scrive Marx (Il Capitale, cit., p. 135; cfr. anche eccellenti osservazioni del Cole nel suo Preface al Capital, trad. ingl. cit., specialmente nelle pp. 27 sgg.). Un abbozzo della teoria del valore di Marx si trova nel Capitolo 20. (Cfr. le not e 9-27 a quel Capitolo e il relativo testo).
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17. Per il problema degli schiavi del salario, cfr. la fine della nota 15 a questo Capitolo; anche Il Capitale, pp. 200 sg. (spec. la nota 40). Per l'analisi di Marx della quale sono qui brevemente delineati i risultati, si veda specialmente Il Capitale, cit ., pp. 198 sgg. e la nota 37 a p. 198; cfr. anche pi avanti, il mio Capitolo 20.
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La mia presentazione dell'analisi di Marx pu essere confortata dalla citazione di un'affermazione di Engels (Anti-Dhring, cit., p. 174), a proposito di un sommario de Il Capitale. Engels dice: In altri termini: anche se escludiamo la possibilit di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, ammettiamo che tutta la propriet privata originariament e poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali. Tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all'attuale modo di produzione capitalistico; alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di assistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa; alla degradazione dell'altra classe, che costituisce l'enorme maggioranza, la classe di proletari pauperizzati; al periodico alternarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l'odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato il bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica.
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Forse questo passo potr un giorno convincere un marxista volgare che il marxismo non spiega le depressioni con la cospirazione del grande capitale; Marx stesso disse (Il Capitale, Libro 2, ediz. it. a cura di R. Panzieri, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 430; il corsivo  mio): la produzione capitalistica comprende delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volont, che solo momentaneamente consentono quella relativa prosperit della classe operaia, e sempre soltanto come procellaria di una crisi.
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18. Per la dottrina la propriet  un furto o la propriet  una rapina, cfr. anche l'osservazione di Marx su John Watts in Il Capitale, cit. p. 603, nota 45.
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19. Per il carattere hegeliano della distinzione fra libert o democrazia, meramente formale e effettiva o reale, cfr. la nota 62 al Capitolo 12. Hegel ama attaccare la costituzione britannica per il suo culto della libert meramente formale, in opposizione allo Stato prussiano nel quale  attuata la libert reale. Per la citazione alla fine di questo capoverso, cfr. il passo citato nel testo relativo alla nota 7 al Capitolo 15. Si vedano anche le note 14 e 15 al Capitolo 20 e il relativo testo.
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20. Per il paradosso della libert e la necessit di protezione della libert da parte dello Stato, cfr. i quattro capoversi nel testo che precede la nota 42 al Capitolo 6 e specialmente le note 4 e 6 al Capitolo 7, e il relativo testo; si vedano anche la nota 41 al Capitolo 12 e il relativo testo, e la nota 7 al Capitolo 24.
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21. Contro questa analisi, si pu dire che, se supponiamo una concorrenza perfetta tra gli imprenditori come produttori e specialmente come acquirenti di lavoro sui mercati del lavoro (e se inoltre supponiamo non c' alcun esercito industriale di riserva di disoccupati a esercitare la sua pressione su questo mercato), in tal caso si potrebbe parlare di sfruttamento degli economicamente deboli da parte degli economicamente forti, cio dei lavoratori da parte degli imprenditori. Ma  proprio realistica la supposizione di una concorrenza perfetta fra gli acquirenti sul mercato del lavoro? Non  forse vero, per esempio, che su molti mercati locali del lavoro c' un solo acquirente di una certa importanza? Inoltre, noi non possiamo supporre che la concorrenza perfetta eliminerebbe automaticamente il problema della disoccupazione, se non altro perch la manodopera non si pu facilmente trasferire.
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22. Per il problema dell'intervento economico dello Stato e per la caratterizzazione del nostro attuale sistema economico come interventismo, si vedano i prossimi Capitoli, specialmente la nota 9 al Capitolo 18 e il relativo testo. Si pu osservare che l'interventismo, nel senso in cui  qui usato,  il complemento di quello che nel Capitolo 6, testo relativo alle note 22-24, ho chiamato protezionismo politico. ( chiaro perch e il termine protezionismo non possa essere usato invece di interventismo). Si vedano specialmente la nota 9 al Capitolo 18 e 25-26 al Capitolo 20, e il relativo testo.
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23. Il passo  citato pi ampiamente nel testo relativo alla nota 14 al Capitolo XIII; per la contraddizione fra azione pratica e determinismo storicistico, si veda tale nota e il testo relativo alle note 5 sgg. al Capitolo 22.
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24. Cfr. La sezione 2 del Capitolo 7.
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25. Si veda: Bertrand Russell, Il potere, trad. it., Feltrinelli, Milano 1967, pp. 88 sgg.; Walter Lippmann, The Good Society (1937), cfr. specialmente pp. 188 sgg.
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26. B. Russell, op. cit., pp. 91 sg. Il corsivo  mio.
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27. Le leggi di salvaguardia della democrazia sono ancora in uno stato piuttosto rudimentale di sviluppo. Moltissimo si pu e si deve fare. La libert di stampa, per esempio,  richiesta affinch al pubblico sia data una corretta informazione; ma, considerata da questo punto di vista, essa  una garanzia istituzionale assolutamente insufficiente al conseguimento di tale obiettivo. Ci che i buoni giornali abitualmente fanno oggi di loro propria iniziativa, cio fornire al pubblico ogni importante informazione disponibile, dovrebbe essere stabilito come loro dovere, o mediante leggi accuratamente strutturate o mediante l'instaurazione di un codice morale, approvato dall'opinione pubblica.
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Faccende come, ad esempio, la lettera di Zinovief, dovrebbero forse essere controllate da una legge che renda possibile l'annullamento di elezioni vinte con mezzi illegittimi e che renda responsabile del danno fatto un editore che venga meno al suo dovere di accertare nel miglior modo possibile la verit dell'informazione pubblicata; in questo caso dovrebbe accollargli le spese di una nuova elezione. Non posso qui entrare nei dettagli, ma  mia ferma convinzione che potremmo facilmente superare le difficolt tecnologiche che possono frapporsi al conseguimento di obiettivi come la condotta delle campagne elettorali soprattutto mediante appello alla ragione invece che alla passione.
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Non vedo perch non si dovrebbe, per esempio, standardizzare il formato, il tipo ecc. degli opuscoli elettorali ed eliminare i manifesti. Ci non mette necessariamente in pericolo la libert, allo stesso modo che le ragionevoli limitazioni imposte a coloro che ricorrono a un tribunale proteggono la libert piuttosto che metterla in pericolo. Gli attuali metodi di propaganda sono un insulto sia al pubblico che al candidato. La propaganda del genere che pu riuscire utile alla vendita di sapone non dovrebbe essere usata in faccende di tanta importanza.
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28. [Cfr. il Control of Engagement Order britannico, 1947. Il fatto che questa ordinanza non venga usata (e chiaramente non se ne abusa), mostra che la legislazione anche del tipo pi pericoloso  emanata senza assoluta necessit  ovviamente perch non  sufficientemente compresa la fondamentale differenza fra i due tipi di legislazione, cio quella
che stabilisce norme generali di condotta e quella che attribuisce al governo poteri discrezionali].
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29. [Per questa distinzione e per l'uso dell'espressione struttura legale si veda F.A. Hayek, The Road to Serfdom (cito dalla prima ed. inglese, Londra 1944). Si veda, per esempio, p. 54, dove Hayek parla della distinzione... fra la creazione di una struttura permanente di leggi nell'ambito della quale l'attivit produttiva  guidata dalla decisione individuale, e la direzione dell'attivit economica da parte di un'autorit centrale. (Il corsivo  mio). Hayek sottolinea l'importanza della prevedibilit della struttura legale; si veda, per esempio p. 56]. Il volume di Hayek  ora di nuovo disponibile in trad. it. presso Rusconi Milano, con il titolo: La via della schiavit.
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30. La recensione, pubblicata nel Messaggero Europeo di Pietroburgo,  citata da Marx nella Prefazione alla seconda edizione de Il Capitale, cit., p. 42. Per lealt verso Marx, dobbiamo dire che egli non sempre prese troppo sul serio il suo sistema e che era senz'altro pronto a deviare un po' del suo schema fondamentale, lo considerava come un punto di vista (e come tale certamente molto importante) piuttosto che come un sistema di dogmi.
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Cos leggiamo, in due pagine consecutive di Il Capitale (cit., pp. 813 sgg.), un'affermazione che ribadisce la normale teoria marxista del carattere secondario del sistema legale (o del suo carattere di copertura, di apparenza), e un'altra affermazione che attribuisce un ruolo importantissimo al potere politico dello Stato e lo eleva al rango di una forza economica pienamente sviluppata.
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La prima di queste affermazioni: L'autore avrebbe dovuto dire che le rivoluzioni si fanno con le leggi, si riferisce alla rivoluzione industriale e ad un autore che si chiedeva con quali leggi fosse stata effettuata. La seconda affermazione  un commento (e tutt'altro che ortodosso dal punto di vista marxista) sui metodi di accumulazione del capitale: tutti questi metodi, dice Marx, si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della societ... La violenza  la levatrice di ogni vecchia societ, gravida di una societ nuova.  essa stessa una potenza economica. Fino all'ultima frase, che ho riprodotto in corsivo, il passo  evidentemente ortodosso. Ma l'ultima frase infrange senz'altro questa ortodossia.
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Engels era pi dogmatico. Si veda, a conferma di ci, specialmente una delle affermazioni contenute nel suo Anti-Dhring (cit., pp. 194 sg.), dove scrive:  chiaro... quale funzione abbia... di fronte allo sviluppo economico... ogni forza politica. Egli sostiene che, ogni volta che la forza politica... agisce nel senso opposto,... con poche eccezioni, soggiace regolarmente allo sviluppo economico. Queste poche eccezioni sono casi isolati di conquista, in cui i conquistatori, pi rozzi, hanno... distrutto le forze produttive di cui non sapevano che fare. (Si vedano, tuttavia, le not e 1314 al Capitolo 15 e il relativo testo).
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Il dogmatismo e l'autoritarismo della maggior parte dei marxisti  un fenomeno davvero stupefacente. Esso sta appunto a dimostrare che usano il marxismo irrazionalmente, come un sistema metafisico. Un atteggiamento del genere lo si trova anche fra i radicali e i moderati. E. Burns, per esempio, fa (nell'antologia da lui curata A Handbook of Marxism, 1935, p. 374) l'affermazione sorprendentemente ingenua che le confutazioni... distorcono inevitabilmente le teorie di Marx; il che sembra implicare che le teorie di Marx sono inconfutabili, cio non-scientifiche; infatti, ogni teoria scientifica  confutabile e pu essere soppiantata da un'altra.
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L. Laurat, d'altra parte, in Marxism and Democracy, p. 226 dice: Guardando al mondo in cui viviamo, restiamo sbalorditi dalla precisione quasi matematica con la quale si vanno realizzando le essenziali predizioni di Karl Marx. Marx stesso sembra fosse di diverso avviso. Posso sbagliarmi in questo mio giudizio, ma credo nella sincerit della sua affermazione (Il Capitale, cit., p. 35): Sar per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica. Per quanto riguarda i pregiudizi della cosiddetta opinione pubblica, alla quale non ho fatto mai concessioni, per me vale sempre il motto del grande fiorentino: "Segui il tuo corso, e lascia dir le genti!" (in italiano nell'originale tedesco).
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LA PROFEZIA DI MARX.
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CAPITOLO DICIOTTESIMO.
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L'AVVENTO DEL SOCIALISMO.
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1.
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Lo storicismo economico  il metodo applicato da Marx ad una analisi dei mutamenti incombenti nella nostra societ. Secondo Marx, ogni particolare sistema sociale deve distruggere se stesso, per la semplice ragione che crea necessariamente le forze che producono il successivo periodo storico. Un'analisi sufficientemente penetrante del sistema feudale, intrapresa poco prima della rivoluzione industriale, avrebbe potuto portare all'individuazione delle forze che stavano distruggendo il feudalesimo e alla previsione delle pi importanti caratteristiche del nuovo periodo, il capitalismo.
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Analogamente, un'analisi dello sviluppo del capitalismo pu metterci in grado di individuare le forze che operano per la sua distruzione e di prevedere le pi importanti caratteristiche del nuovo periodo storico che si apre davanti a noi. Infatti, non c' assolutamente alcuna ragione per cui si debba credere che solo il capitalismo, fra tutti i sistemi sociali, sia destinato a durare per sempre. Al contrario, le condizioni materiali di produzione e, con esse, i modi di vita umana non sono mai cambiati cos rapidamente com' avvenuto sotto il capitalismo. Ma,
modificando in questo modo i suoi propri fondamenti, il capitalismo  destinato a trasformarsi e a produrre un nuovo periodo nella storia del genere umano.
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Secondo il metodo di Marx, i principi che abbiamo preso pi sopra in esame, le forze fondamentali o essenziali1 che distruggeranno o trasformeranno il capitalismo, devono essere cercate nell'evoluzione dei mezzi materiali di produzione. Una volta scoperte queste forze fondamentali,  possibile indicare la loro influenza sui rapporti sociali tra le classi e sui sistemi giuridici e politici.
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L'analisi delle fondamentali forze economiche e delle tendenze storiche suicide del periodo che chiam capitalismo fu intrapresa da Marx ne Il Capitale, capolavoro della sua vita. Il periodo storico e il sistema economico che egli prese in esame fu quello dell'Europa Occidentale e specialmente dell'Inghilterra, press'a poco dalla met del secolo decimottavo fino al 1867 (anno della pubblicazione del primo libro de Il Capitale).
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Il fine ultimo al quale mira quest'opera, come Marx stesso precisava nella sua prefazione2,  di svelare la legge economica del movimento della societ moderna, al fine di profetizzarne il destino. Un fine secondario3 era la confutazione degli apologisti del capitalismo, degli economisti che presentavano le leggi del modo capitalistico di produzione come se fossero inesorabili leggi di natura, dichiarando col Burke: le leggi del commercio sono leggi di natura e quindi leggi di Dio.
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Marx oppose a queste pretese leggi inesorabili quelle che egli sosteneva fossero le sole leggi inesorabili della societ, cio le sue leggi di sviluppo; e cerc di dimostrare che quelle che gli economisti dichiaravano leggi eterne e immutabili erano in realt soltanto delle regolarit temporanee destinate ad andare distrutte, insieme con lo stesso capitalismo.
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La profezia storica di Marx pu essere definita una argomentazione saldamente tessuta. Ma Il Capitale elabora soltanto quello che chiamer il primo passo di questo argomento, l'analisi delle fondamentali forze economiche del capitalismo e la loro influenza sui rapporti fra le classi. Il secondo passo, che porta alla conclusione che una rivoluzione sociale  inevitabile, e il terzo passo, che porta alla predizione dell'emergenza di una societ senza classi, cio socialista, sono solo abbozzati.
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In questo Capitolo spiegher prima di tutto pi chiaramente quelli che chiamo i tre passi dell'argomento marxista e poi esaminer dettagliatamente il terzo di questi passi. Nei due Capitoli successivi esaminer il secondo e il primo passo. Rovesciare in questo modo l'ordine di successione dei tre passi riesce particolarmente vantaggioso ai fini di un esame critico dettagliato; il vantaggio sta nel fatto che  in tal caso pi facile presumere senza pregiudizio la verit delle premesse di ciascun passo dell'argomento e concentrare interamente l'attenzione sulla domanda se la conclusione raggiunta in quel particolare passo discende effettivamente dalle rispettive premesse. Ecco dunque i tre passi.
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Nel primo passo del suo argomento, Marx analizza il metodo di produzione capitalistica. Egli scopre che c' una tendenza ad un incremento della produttivit del lavoro, connessa con i miglioramenti tecnici e con quella che egli chiama la crescente accumulazione dei mezzi di produzione. Partendo da qui, l'argomento lo porta alla conclusione che, nell'ambito dei rapporti sociali fra le classi, questa tendenza deve condurre all'accumulazione di una ricchezza sempre maggiore in un numero sempre minore di mani; vale a dire, si giunge alla conclusione che ci deve essere una tendenza verso un aumento della ricchezza e della miseria; della ricchezza nella classe dirigente, la borghesia, e della miseria nella classe governata, quella dei
lavoratori. Questo primo passo sar preso in esame nel Capitolo 20 (Il capitalismo e il suo destino).
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Nel secondo passo dell'argomento,  dato per scontato il risultato del primo passo. Da esso sono tratte due conclusioni: in primo luogo, che tutte le classi, ad eccezione di una piccola borghesia dirigente e di una vasta classe lavoratrice sfruttata, sono destinate a sparire o a diventare irrilevanti, in secondo luogo, che la crescente tensione fra queste due classi deve portare a una rivoluzione sociale. Questo passo sar analizzato nel Capitolo 19 (La rivoluzione sociale).
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Nel terzo passo dell'argomento, sono date a loro volta per scontate le conclusioni del secondo passo; ed  raggiunta la conclusione finale che, dopo la vittoria dei lavoratori sulla borghesia, ci sar una societ consistente di una sola classe e, quindi, una societ senza classi, una societ senza sfruttamento, vale a dire il socialismo.
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2.
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Vengo ora all'esame del terzo passo, quello della profezia finale dell'avvento del socialismo. Le premesse fondamentali di questo passo, che saranno citate nel prossimo Capitolo ma che qui sono prese per buone, sono queste: lo sviluppo del capitalismo ha portato sull'eliminazione di tutte le classi, ad eccezione di due: una ristretta borghesia e un immenso proletariato; e l'aumento della miseria ha spinto quest'ultimo a rivoltarsi contro i suoi sfruttatori. Le conclusioni sono, in primo luogo, che i lavoratori devono vincere la lotta e, in secondo luogo, che, eliminando la borghesia, essi devono instaurare una societ senza classi, dato che resta soltanto una classe.
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Ora, io sono disposto a concedere che la prima conclusione discende dalle premesse (unitamente a poche altre premesse di minore importanza che non  necessario prendere in considerazione). Non solo il numero dei borghesi  piccolo, ma la loro esistenza fisica, il loro metabolismo, dipende dal proletariato. Lo sfruttatore, il fannullone, muore di fame senza gli sfruttati; in ogni caso, se distrugge gli sfruttati, pone fine alla sua carriera di fannullone. Cos egli non pu vincere; egli pu, nel migliore dei casi, condurre una lotta prolungata.
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Il lavoratore, d'altra parte, non dipende per la sua sussistenza materiale dal suo sfruttatore; una volta che il lavoratore si ribella, una volta che egli ha deciso di contestare l'ordine esistente, lo sfruttatore non ha pi alcuna funzione sociale essenziale da svolgere. Il lavoratore pu distruggere il suo nemico di classe senza mettere in pericolo la propria esistenza. Quindi, non c' che un unico sbocco possibile. La borghesia scomparir.
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Ma la seconda conclusione regge?  vero che la vittoria dei lavoratori deve portare a una societ senza classi? Io non lo credo. Dal fatto che di due classi ne resta una sola, non consegue che ci sar una societ senza classi. Le classi non sono come individui, anche se ammettiamo che esse si comportano quasi come individui finch esistono due classi che si scontrano in battaglia. L'unit e solidariet di una classe, secondo l'analisi dello stesso Marx,  parte della sua coscienza di classe4 che a sua volta  in larghissima misura un prodotto della lotta di classe. Non c' ragione al mondo per cui gli individui che formano il proletariato debbano mantenere la loro unit di classe una volta che sia cessata la pressione della lotta contro il
nemico comune di classe.
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Qualsiasi latente conflitto di interessi  ora verosimilmente destinato a dividere il proletariato, una volta unito, in nuove classi e a dar luogo a una nuova lotta di classi. (I principi della dialettica stanno ad indicare che deve ben presto profilarsi una nuova antitesi, un nuovo antagonismo di classe. Tuttavia, naturalmente, la dialettica  abbastanza vaga e malleabile da spiegare qualsiasi cosa, e quindi anche un societ senza classi, come sintesi dialetticamente necessaria di uno sviluppo antitetico)5.
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Lo sviluppo pi verosomile , naturalmente, che coloro che si troveranno effettivamente al potere al momento della vittoria, quelli tra i leaders rivoluzionari che saranno sopravvissuti alla lotta per il potere e alle varie purghe insieme con il loro staff formeranno una Nuova Classe: la nuova classe dirigente della nuova societ, una specie di nuova aristocrazia o burocrazia6, ed  molto probabile che essi cercheranno di mascherare questo fatto. Essi potranno farlo, nella maniera pi conveniente, mantenendo quanto pi possibile dell'ideologia rivoluzionaria, traendo vantaggio da questi sentimenti invece di sprecare il loro tempo in sforzi inutili per distruggerli (secondo l'avvertimento del Pareto a tutti i governanti).
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E sembra abbastanza verosimile che essi saranno in grado di utilizzare nella pi larga misura possibile l'ideologia rivoluzionaria, se sfruttano, nello stesso tempo, la paura di sviluppi contro-rivoluzionari. In questo modo, l'ideologia rivoluzionaria servir loro per fini apologetici: servir loro sia come giustificazione dell'uso che essi fanno del potere, sia come mezzo di stabilizzarlo, insomma come nuovo oppio per il popolo.
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Press'a poco di questo genere sono gli eventi che, in base alle stesse premesse di Marx, sono verosimilmente destinati a verificarsi. Tuttavia non  mio compito qui quello di fare profezie storiche (o di interpretare la storia passata di molte rivoluzioni). Io intendo soltanto mostrare che la conclusione di Marx, la profezia dell'avvento di una societ senza classi, non discende dalle premesse. Il terzo passo dell'argomento di Marx dev'essere quindi considerato come sconclusionato.
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Pi di questo non penso di poter sostenere. Pi precisamente, non penso che sia possibile profetizzare che il socialismo non si realizzer o affermare che le premesse dell'argomento rendono molto improbabile l'introduzione del socialismo. , per esempio, possibile che la lotta prolungata e l'entusiasmo della vittoria contribuiscano a mantenere un sentimento di solidariet abbastanza forte da continuare fino a che non siano promulgate leggi che impediscano lo sfruttamento e l'abuso del potere. (L'instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti  la sola garanzia per l'eliminazione dello sfruttamento).
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Le possibilit di fondare una societ siffatta, dipenderanno, a mio avviso, in larghissima misura dalla devozione dei lavoratori alle idee di socialismo e di libert, in opposizione agli
interessi immediati della loro classe. Queste sono cose che non si possono facilmente prevedere; tutto quello che si pu dire con certezza  che la lotta di classe in quanto tale non sempre produce una durevole solidariet tra gli oppressi. Ci sono esempi di siffatta solidariet e di grande devozione alla causa comune; ma ci sono anche esempi di gruppi di lavoratori che perseguono il loro particolare interesse di gruppo anche dove esso  in aperto conflitto con l'interesse degli altri lavoratori e con l'idea della solidariet degli oppressi.
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Lo sfruttamento non sparisce necessariamente con la borghesia, dal momento che  possibilissimo che gruppi di lavoratori ottengano privilegi che equivalgono a uno sfruttamento di gruppi meno fortunati7.
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Vediamo dunque che un gran numero di potenziali sviluppi storici pu tener dietro ad una rivoluzione proletaria vittoriosa. Si apre certamente una troppo vasta gamma di possibilit all'applicazione del metodo della profezia storica. E in particolare bisogna sottolineare che sarebbe quanto mai anti-scientifico chiudere gli occhi di fronte a certe possibilit semplicemente perch non ci piacciono. Il credere vero qualcosa perch lo si desidera intensamente  un atto che, evidentemente, l'uomo non pu evitare. Ma non dev'essere scambiato per pensiero scientifico. E noi dobbiamo anche riconoscere che la profezia che si pretende scientifica fornisce, a un gran numero di persone, una forma di evasione.
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Essa assicura un'evasione dalle nostre responsabilit presenti in un futuro paradiso; e assicura l'adatto complemento di questo paradiso insistendo eccessivamente sull'impotenza dell'individuo di fronte a quelle che definisce le schiaccianti e demoniache forze economiche del momento presente.
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3.
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Se ora guardiamo un po' pi attentamente a queste forze e al nostro attuale sistema economico, possiamo costatare che la nostra critica teorica  confortata dall'esperienza. Ma dobbiamo ben guardarci dall'interpretare erroneamente l'esperienza alla luce del pregiudizio marxista che il socialismo o il comunismo  la sola alternativa e il solo possibile successore del capitalismo. N Marx n alcun altro ha mai dimostrato che il socialismo, nel senso di una societ senza classi, di un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno  la condizione per il libero sviluppo di tutti8,  la sola possibile alternativa allo spietato sfruttamento di quel sistema economico che egli descrisse per la prima volta un secolo fa (nel 1845) e al quale diede il nome di capitalismo9. E in realt, se qualcuno pretendesse dimostrare che il socialismo  il solo possibile successore del capitalismo sfrenato di cui parla Marx, ebbene noi potremmo molto semplicemente confutarlo richiamandoci ai fatti storici.
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Infatti, il laissez-faire  scomparso dalla faccia della terra, ma non  stato sostituito da un sistema socialista o comunista come Marx lo intendeva. Soltanto in un sesto della terra, in Russia, noi troviamo un sistema economico dove, in conformit con la profezia di Marx, i mezzi di produzione sono di propriet dello Stato, il cui potere politico tuttavia, in contrasto con la profezia di Marx, non mostra alcuna tendenza a scomparire. Ma dappertutto sulla terra il potere politico organizzato ha cominciato a svolgere funzioni economiche di vasta portata.
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Il capitalismo sfrenato ha lasciato il posto a un nuovo periodo storico, al nostro periodo di interventismo politico, di interferenza economica dello Stato. L'interventismo ha assunto varie
forme; c' la variet russa, c' la forma fascista di totalitarismo, e c' l'interventismo democratico dell'Inghilterra, degli Stati Uniti e delle democrazie minori, guidate dalla Svezia10, dove la tecnologia dell'intervento democratico ha raggiunto finora il suo massimo livello.
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Lo sviluppo che ha portato a questo intervento cominci gi al tempo di Marx con la legislazione inglese di fabbrica. Esso fece i suoi primi decisivi passi innanzi con l'introduzione della settimana di quarantotto ore e, successivamente, con l'introduzione dell'assicurazione contro la disoccupazione e altre forme di sicurezza sociale. Che sia assolutamente assurdo identificare il sistema economico delle democrazie moderne con il sistema che Marx chiam capitalismo risulta evidente al primo sguardo, confrontandolo con il suo programma in dieci punti per la rivoluzione comunista.
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Se lasciamo da parte i punti pi irrilevanti di questo programma (per esempio, 4. Confisca della propriet di tutti gli emigrati e ribelli), possiamo senz'altro dire che nelle democrazie la maggior parte di questi punti  stata messa in pratica, o completamente o in considerevole misura; e con essi, molti passi importanti, ai quali Marx non aveva neppure pensato, sono stati compiuti nella direzione della sicurezza sociale.
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Cito solo i seguenti punti del suo programma: 2. Una imposta sul reddito fortemente progressiva o proporzionale (Attuato). 3. Abolizione di ogni diritto di eredit (Largamente attuato mediante forti imposte di successione.  per lo meno dubbio che un aggravio di queste ultime sia desiderabile). 6. Controllo centrale da parte dello Stato dei mezzi di comunicazione e trasporto (Per ragioni militari questo punto fu attuato nell'Europa centrale prima della guerra del 1914, senza risultati particolarmente vantaggiosi. Esso  stato anche realizzato dalla maggior parte delle democrazie minori). 7. Aumento del numero e delle dimensioni delle fabbriche e degli strumenti di produzione di propriet dello Stato (Attuato nelle democrazie minori;
 per lo meno dubbio che esso sia sempre particolarmente vantaggioso). 10. Educazione gratuita per tutti i fanciulli in scuole pubbliche (cio di stato). Abolizione del lavoro dei fanciulli in fabbrica nella sua forma attuale (La prima richiesta  soddisfatta nelle democrazie minori e in una certa misura, praticamente dappertutto; la seconda  stata addirittura superata).
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Un certo numero di punti del programma di Marx11 (per esempio: 1. Espropriazione della propriet fondiaria) non  stato attuato nei paesi democratici. Questa  la ragione per cui i marxisti giustamente sostengono che questi paesi non hanno instaurato il socialismo. Ma se concludono da ci che questi paesi sono ancora capitalisti nel senso di Marx, allora ci danno semplicemente la conferma del carattere dogmatico del loro presupposto secondo il quale non ci pu essere nessun'altra alternativa. Ci dimostra come sia possibile lasciarsi accecare dal riverbero di un sistema preconcetto. Il marxismo non  solo una cattiva guida al futuro, ma rende anche i suoi seguaci incapaci di vedere quel che avviene davanti ai loro stessi occhi, nel
loro proprio periodo storico e talvolta anche persino con la loro cooperazione.
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4.
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Ma ci si potr chiedere se questa critica condanni assolutamente il metodo della profezia storica di vasta portata in quanto tale. Non potremmo, in linea di principio, consolidare le premesse dell'argomento profetico in maniera da ottenere una conclusione valida? Naturalmente, potremmo farlo.  sempre possibile ottenere qualsiasi conclusione che ci piace se rendiamo abbastanza solide le nostre premesse. Ma la situazione  tale che, quasi per ogni profezia storica di vasta portata, noi dovremmo fare, a proposito di fattori morali ed altri fattori del genere chiamato da Marx ideologico, tante supposizioni che vanno ben oltre la nostra capacit di ridurle a fattori economici.
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Ma Marx sarebbe stato il primo ad ammettere che questo  un modo di procedere assolutamente anti-scientifico. Tutto il suo metodo della profezia dipende dal presupposto che le influenze
ideologiche non devono essere trattate come elementi indipendenti e impredicibili, ma che sono riducibili a (e dipendenti da) condizioni economiche osservabili, e quindi sono predicibili.
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Anche taluni marxisti non ortodossi ammettono talvolta che l'avvento del socialismo non  soltanto una questione di sviluppo storico; l'affermazione di Marx che noi possiamo abbreviare e
attenuare le doglie del parto dell'avvento del socialismo  abbastanza vaga per poter essere interpretata nel senso che una politica sbagliata pu ritardare l'avvento del socialismo anche per secoli, mentre una politica appropriata potrebbe ridurre al minimo il tempo di tale sviluppo. Questa interpretazione consente anche ai marxisti di ammettere che dipender in larga misura da noi se lo sbocco di una rivoluzione sar o non sar una societ socialista; vale a dire dipender dai nostri obiettivi, dalla nostra devozione e sincerit e dalla nostra intelligenza, in altre parole da fattori morali o ideologici.
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La profezia di Marx, essi possono aggiungere,  una grande fonte di incoraggiamento morale ed  quindi verosimilmente destinata a favorire lo sviluppo del socialismo. Ci che Marx
effettivamente tenta di dimostrare  che ci sono soltanto due possibilit: che un mondo terribile debba continuare per sempre o che un mondo migliore debba alla fine emergere; e non val certo la pena di considerare seriamente la prima alternativa. Quindi la profezia di Marx  pienamente giustificata. Infatti, quanto pi chiaramente gli uomini si rendono conto di poter realizzare la seconda alternativa, tanto pi sicuramente essi faranno un decisivo balzo dal capitalismo al socialismo; ma una profezia pi precisa non pu essere formulata.
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Questo  un argomento che ammette l'influenza di fattori morali e ideologici irriducibili sul corso della storia e, con essa, l'inapplicabilit del metodo marxista. Per quanto riguarda quella parte dell'argomento che tenta di difendere il marxismo, dobbiamo ripetere che nessuno ha mai dimostrato che ci sono soltanto due possibilit: capitalismo e socialismo. Con l'opinione che noi non dobbiamo sprecare il nostro tempo ad aspettarci l'eterna continuazione di un mondo assolutamente insoddisfacente, sono senz'altro d'accordo. Ma l'alternativa non  necessariamente quella di aspettarci il profetizzato avvento di un mondo migliore o di facilitarne la nascita con la propaganda e altri mezzi irrazionali, e magari anche con la violenza.
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L'alternativa pu essere, per esempio, lo sviluppo di una tecnologia per il miglioramento immediato del mondo in cui viviamo, lo sviluppo di un metodo per l'ingegneria gradualistica, per l'intervento democratico12. I marxisti saranno naturalmente pronti a sostenere che questo genere di intervento  impossibile, perch la storia non pu essere fatta secondo piani razionali per migliorare il mondo. Ma questa teoria comporta stranissime conseguenze. Infatti, se le cose non possono essere migliorate mediante l'uso della ragione, sarebbe certamente un miracolo storico e politico se le forze irrazionali della storia dovessero da sole produrre un mondo migliore e pi razionale13.
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Cos noi siamo risospinti alla posizione che i fattori morali e altri fattori ideologici che non rientrano nell'ambito della profezia scientifica esercitano un'influenza di vasta portata sul corso della storia. Uno di questi fattori imprevedibili  appunto l'influenza della tecnologia sociale e dell'intervento politico in campo economico. Il tecnologo sociale e l'ingegnere gradualista possono progettare la costruzione di nuove istituzioni o la trasformazione di quelle vecchie; essi possono anche prospettare i modi e i mezzi di attuazione di questi cambiamenti; ma, per effetto di questa loro azione, la storia non diventa pi prevedibile.
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Infatti, essi non pianificano per l'intera societ e non possono sapere se i loro piani saranno realizzati; di fatto, questi ultimi non saranno mai realizzati senza grosse modifiche, in
parte perch la nostra esperienza cresce durante la costruzione, in parte perch dobbiamo venire a compromessi14. Cos Marx aveva perfettamente ragione quando sosteneva che la storia non pu essere pianificata sulla carta. Ma le istituzioni possono essere pianificate e, di fatto, vengono progettate. Soltanto pianificando15, grado a grado, le istituzioni atte a salvaguardare la libert, specialmente la libert dallo sfruttamento, possiamo sperare di realizzare un mondo migliore.
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5.
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Al fine di mostrare l'importanza politica pratica della teoria storica di Marx, mi propongo di illustrare ciascuno dei tre Capitoli nei quali mi occupo dei tre passi della sua argomentazione profetica con alcune osservazioni sugli effetti della sua profezia storica sulla recente storia europea. Infatti, questi effetti sono stati di vasta portata, a causa dell'influenza esercitata, nell'Europa centrale e orientale, dai due grandi partiti marxisti: il comunista e il socialdemocratico.
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Entrambi questi partiti erano assolutamente impreparati per un compito come la trasformazione della societ. I comunisti russi, che si trovarono per primi a disporre del potere, procedettero assolutamente inconsapevoli dei gravi problemi e dell'immensit di sacrifici e di sofferenze che li aspettavano. I socialdemocratici dell'Europa centrale, la cui ora venne un po' pi tardi, indietreggiarono per molti anni di fronte alle responsabilit che i comunisti si erano prontamente addossati.
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Essi dubitarono, probabilmente a ragione, che qualunque altro popolo che non fosse quello della Russia, che era stato orribilmente oppresso dallo zarismo, avrebbe sopportato le sofferenze
e i sacrifici imposti dalla rivoluzione, dalla guerra civile e da un lungo periodo di esperimenti all'inizio spesso falliti. Inoltre, durante gli anni critici dal 1918 al 1926, l'esito dell'esperimento russo apparve ad essi quanto mai incerto. E, in realt, non c'era certamente alcuna base per giudicarne le prospettive.
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Si potrebbe dire che la frattura fra comunisti e socialdemocratici dell'Europa centrale fu la frattura fra quei marxisti che avevano una specie di fede irrazionale nel successo finale dell'esperimento russo e quelli che, pi ragionevolmente, erano scettici nei confronti di esso. Quando dico irrazionale e pi ragionevolmente, giudico in base al loro proprio criterio di giudizio, in base al marxismo; infatti, secondo il marxismo, la rivoluzione proletaria sarebbe dovuta essere lo sbocco finale dell'industrializzazione e non viceversa e sarebbe quindi dovuta avvenire prima nei paesi altamente industrializzati e solo molto pi tardi in Russia17.
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Con questa osservazione, tuttavia, non intendo difendere i leaders socialdemocratici18, la cui linea politica fu interamente determinata dalla profezia marxista, dalla loro implicita convinzione che il socialismo doveva venire. Ma questa condizione si combinava spesso, nei leaders, con uno scetticismo irrimediabile sulle loro funzioni e sui loro compiti immediati e su ci che sarebbe avvenuto immediatamente dopo19. Essi avevano imparato dal marxismo a organizzare i lavoratori e ad instillare in essi una fede davvero straordinaria nella loro missione, la liberazione del genere umano20. Ma erano incapaci di prepararsi alla realizzazione delle loro promesse. Essi avevano imparato bene i loro manuali, sapevano tutto sul socialismo scientifico, ma sapevano anche che la preparazione di ricette per il futuro era utopismo anti-scientifico.
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Non aveva forse Marx stesso messo in ridicolo un seguace di Comte che lo aveva criticato nella Revue Positiviste perch non si preoccupava di programmi pratici? La Revue Positiviste aveva sprezzatamente replicato Marx21 mi rimprovera, da una parte, di aver trattato metafisicamente l'economia, dall'altra parte, indovinate un po', di essermi limitato a una scomposizione puramente critica del dato, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per l'osteria del futuro. Cos i leaders marxisti sapevano far di meglio che sprecare il tempo in faccende come la tecnologia.
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Proletari di tutti i paesi, unitevi!: in questa formula si esauriva il loro programma pratico. Quando i lavoratori dei loro paesi si unirono, quando si present loro l'occasione di assumere la responsabilit di governo e di gettare le fondamenta di un mondo migliore, quando suon la loro ora, essi lasciarono in secca i lavoratori. I leaders non sapevano che cosa fare. Aspettavano l'atteso suicidio del capitalismo. Dopo l'inevitabile collasso capitalistico, quando le cose fossero andate a rotoli e tutto fosse stato in disfacimento e il rischio del
discredito e dell'impopolarit fosse per essi considerevolmente diminuito, allora speravano di diventare i salvatori del genere umano. (E, in realt, dobbiamo sempre tener presente il fatto che il successo dei comunisti in Russia fu indubbiamente reso possibile, in parte, dalle cose terribili che erano accadute prima della loro ascesa al potere).
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Ma quando cominci il suo corso la grande depressione, che dapprima salutarono come l'atteso collasso, essi cominciarono a rendersi conto che i lavoratori erano sempre pi stanchi di continui rinvii e di pasti a base di interpretazioni della storia22; non bast pi dir loro che, secondo l'infallibile socialismo scientifico di Marx, il fascismo era senz'altro l'ultima trincea del capitalismo prima del suo imminente collasso. Tutto ci non bastava pi alle masse che soffrivano. A poco a poco i leaders cominciarono a rendersi conto delle terribili
conseguenze di una linea politica fatta di attese e di speranze nel grande miracolo politico. Ma era troppo tardi. L'occasione era ormai irrimediabilmente passata.
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Queste osservazioni sono molto schematiche. Ma forniscono qualche indicazione delle conseguenze pratiche della profezia di Marx sull'avvento del socialismo.
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Note.
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1. Per l'essenzialismo di Marx e per il fatto che i mezzi materiali di produzione svolgono il ruolo di essenze nella sua teoria,
cfr. specialmente la nota 13 al Capitolo 15 Si vedano anche la nota 6 al Capitolo XVII e le note 20-24 al Capitolo 20 e il relativo testo.
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2. Cfr. Il Capitale, cit., p. 33, e le note 14-16 al Capitolo 13.
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3. Quello che chiamo il fine secondario de Il Capitale, il suo fine antiapologetico, include un compito in certo qual modo accademico, cio la critica dell'economia politica per quanto riguarda il suo status scientifico.  a quest'ultimo compito che Marx alludeva sia nel titolo dell'opera anticipatrice de Il Capitale, ossia Per la critica dell'economia politica, che nel
sottotitolo (tralasciato nella trad. it. citata, N.d.T.) dello stesso Il Capitale, sottotitolo che, letteralmente tradotto, suona Critica dell'economia politica. Infatti, entrambi questi titoli alludono senza possibilit di dubbio alla Critica della Ragion pura di Kant.
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E questo titolo a sua volta, voleva significare: Critica della filosofia pura o metafisica per quanto riguarda il suo status scientifico. (Ci  pi chiaramente indicato dal titolo della parafrasi della Critica di Kant che cos suona in una traduzione quasi letterale: Prolegomeni ad ogni metafisica che in futuro possa legittimamente rivendicare uno status scientifico). Alludendo a Kant, evidentemente Marx voleva dire: Come Kant critic le pretese della Metafisica, rivelando che essa non era scienza ma per larga parte teologia apologetica, cos io critico qui le parallele pretese dell'economia borghese.
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Che nei circoli di Marx si considerasse la tendenza fondamentale della Critica di Kant come diretta contro la teologia apologetica o speculativa risulta evidente dalla presentazione che ne fa in Per la storia della religione e della filosofia in Germania (cit., pp. 274 sg.) un amico di Marx, Heine (cfr. le note 15 e 16 al Capitolo 15). Non  del tutto privo di interesse il fatto che, nonostante la supervisione di Engels, i primi traduttori inglesi de Il Capitale abbiano tradotto il suo sottotitolo come analisi critica della produzione capitalistica, sostituendo cos alla sottolineatura di quello che ho indicato nel testo come l'obiettivo primo di Marx un'allusione al suo obiettivo secondario. Burke  citato da Marx in Il Capitale, cit., p. 364, nota 8. La citazione  tratta da E. Burke, Thoughts and Details on Scarcit y, 1800, pp. 31 sg.
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4. Cfr. le mie osservazioni sulla coscienza di classe verso la fine della sezione 1 del Capitolo 16. Per quanto riguarda la continuit d'esistenza dell'unit di classe dopo che la lotta di classe contro il nemico di classe  cessata, a mio giudizio, non  in armonia con i presupposti di Marx, e specialmente con la sua dialettica, presumere che la coscienza di classe sia una cosa che pu essere accumulata e successivamente riposta, che essa possa sopravvivere alle forze che l'hanno prodotta. Ma l'ulteriore supposizione che essa debba necessariamente sopravvivere a queste forze contraddice alla teoria di Marx che considera la coscienza come uno specchio o un prodotto di dure realt sociali.
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Eppure, questa ulteriore supposizione deve essere fatta da chiunque sostenga con Marx che la dialettica della storia deve portare al socialismo. Il passo seguente, tratto dal Manifesto del partito comunista (cit., pp. 89 sgg.),  particolarmente interessante a questo proposito; esso contiene, infatti, una chiara affermazione che la coscienza di classe dei lavoratori  una mera conseguenza della necessit, ossia della forza delle circostanze, della pressione della situazione di classe; ma esso contiene nello stesso tempo la dottrina criticata nel testo, cio la profezia della societ senza classi. Ecco il passo: Se il proletariato, nella lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe, e per mezzo della rivoluzione
trasforma se stesso in classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione, esso abolisce, insieme con questi rapporti di produzione, anche le condizioni d'esistenza dell'antagonismo di classe e le classi in generale, e quindi anche il suo proprio dominio di classe.
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Al posto della vecchia societ borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe subentra un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno  la condizione per il libero sviluppo di tutti. (Cfr. anche il testo relativo alla nota 8 a questo Capitolo).  una bella convinzione, ma si tratta di una convinzione estetica e romantica;  un utopismo velleitario, per usare la terminologia marxista, non un socialismo scientifico.
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Marx combatt, ed aveva ragione di farlo, contro quello che chiamava utopismo (cfr. il Capitolo 9); ma, poich era anch'egli un romantico, non riusc a individuare la pi pericolosa componente dell'utopismo, cio l'isterismo romantico, l'irrazionalismo estetizzante; invece, egli combatt contro, i (senza dubbio estremamente immaturi) tentativi di pianificazione razionale, contrapponendo ad essi il proprio storicismo. (Cfr. la nota 21 al presente Capitolo).
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Nonostante tutto il suo acuto modo di ragionare e tutti i suoi sforzi per usare il metodo scientifico, Marx lasci che sentimenti irrazionali ed estetici prendessero, in certi casi, completo controllo dei suoi pensieri. Oggigiorno, a un atteggiamento del genere si d il nome di wishful thinking. Fu un wishful thinking romantico, irrazionale e anche mistico che indusse Marx a supporre che l'unit collettiva di classe e la solidariet di classe dei lavoratori sarebbero durate anche al di l di un mutamento nella situazione di classe.  dunque il wishful thinking, un collettivismo mistico e una reazione irrazionale contro l'effetto stressante della civilt, che porta Marx a profetizzare il necessario avvento del socialismo.
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Questo genere di romanticismo  uno degli elementi del marxismo che ha pi forte presa su molti dei suoi seguaci. Esso trova, per esempio, la sua pi toccante espressione nella dedica dei Moscow Dialogues di Hecker. Hecker vi parla del socialismo come di un ordine sociale in cui la lotta di classe e di razza non esister pi e in cui tutti saranno partecipi di verit, bont e bellezza. Chi non amerebbe avere il cielo in terra? Eppure, dev'essere uno dei primi principi di una politica razionale la persuasione che noi non possiamo realizzare il cielo in terra. .
Noi non siamo in procinto di diventare liberi spiriti o angeli, almeno per qualche secolo ancora. Noi siamo legati a questa terra dal nostro metabolismo, come Marx una volta ebbe saggiamente a proclamare; o, per usare la formula del cristianesimo, noi siamo spirito e carne. Perci dobbiamo essere pi modesti. In politica e in medicina, chi promette troppo non pu essere altro che un ciarlatano. Noi dobbiamo cercar di migliorare le cose, ma dobbiamo sbarazzarci della idea di una pietra filosofale, di una formula che converta senz'altro la nostra corrotta societ umana in puro oro perenne.
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Al fondo di tutto ci sta la speranza di riuscire ad allontanare il diavolo dal nostro mondo. Platone pensava di poterlo fare ricacciandolo nelle classi inferiori e governando su di esso. Gli anarchici sognarono che, una volta che lo Stato, che il sistema politico, fosse stato distrutto, tutto sarebbe andato per il meglio. E Marx coltiv l'analogo sogno di cacciare il diavolo distrugendo il sistema economico.
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Queste osservazioni non vogliono implicare che  impossibile fare progressi anche rapidi, forse anche mediante l'introduzione di riforme relativamente modeste, come, ad esempio, una riforma della tassazione o una riduzione del tasso di interesse. Desidero solo ribadire che dobbiamo aspettarci che ogni eliminazione di un male determini, come sua non voluta ripercussione, un gran numero di nuovi, anche se forse molto meno gravi, mali che possono presentare un completamente diverso grado di urgenza. Cos il secondo principio di una saggia politica dovrebbe essere questo: ogni politica consiste nello scegliere il male minore (come disse il poeta e critico viennese K. Kraus). E i politici dovrebbero manifestare il massimo zelo nella ricerca dei mali che le loro azioni devono necessariamente produrre, invece di nasconderli, dato che altrimenti deve risultare impossibile un'adeguata valutazione del rispettivo grado di gravit dei
diversi mali.
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5. Bench io non intenda occuparmi della dialettica di Marx (cfr. la nota 4 al Capitolo 13), posso dimostrare che sarebbe possibile rinforzare l'argomento logicamente inconcludente di Marx con il cosiddetto ragionamento dialettico. In conformit con questo ragionamento, ci di cui abbiamo bisogno  una descrizione delle tendenze antagonistiche in seno al capitalismo, tale che il socialismo (per esempio nella forma di un capitalismo totalitario di Stato) ne risulti come la sintesi necessaria. Le due tendenze antagonistiche del capitalismo possono forse essere indicate nei termini seguenti.
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Tesi: la tendenza verso l'accumulazione del capitale in poche mani; verso l'industrializzazione e il controllo burocratico dell'industria; verso il livellamento economico e psicologico dei lavoratori attraverso la standardizzazione dei bisogni e desideri. Antitesi: la crescente miseria delle grandi masse; la loro crescente coscienza di classe in conseguenza: a) della lotta di classe; b) della crescente consapevolezza della loro decisiva importanza nell'ambito di un sistema economico come quello di una societ industriale in cui la classe lavoratrice  la sola classe produttiva e quindi la sola classe essenziale. (Cfr. anche la nota 15 al Capitolo 19 e il relativo testo).
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Non  certo necessario mostrare come ne emerga la desiderata sintesi marxista; ma pu essere necessario ricordare come una lieve modifica di accento nella descrizione della tendenza antagonistica possa portare a sintesi radicalmente diverse: di fatto, a qualsiasi altra sintesi che ci si proponga di difendere. Per esempio, si potrebbe facilmente presentare il fascismo come una sintesi necessaria, o forse la tecnocrazia o anche un sistema di interventismo democratico.
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6. Bryan Magee scrive a proposito di questo passo: Ecco che cos' la nuova classe di Djilas: una teoria pienamente elaborata della realt della rivoluzione comunista, scritta da un impenitente comunista.
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7. La storia del movimento della classe operaia  piena di contrasti. Essa mostra che i lavoratori sono stati disposti ai pi grandi sacrifici nella loro lotta per la liberazione della propria classe e, al di l di questa, per la liberazione del genere umano. Ma ci sono anche molti capitoli che narrano una triste storia di egoismi trionfanti e di perseguimento di
interessi settoriali a danno degli interessi generali.  certamente comprensibile che un sindacato, che ottiene un grande vantaggio per i suoi membri attraverso la solidariet e la contrattazione collettiva, debba cercar di escludere da questi benefici coloro che non sono disposti ad aderire al sindacato; per esempio facendo inserire nei loro contratti collettivi la clausola che devono essere impiegati soltanto membri del sindacato.
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Ma la cosa cambia completamente aspetto, ed  senz'altro condannabile, se un sindacato, che in questo modo ha conseguito un monopolio, chiude la lista dei propri membri, tenendone fuori quei lavoratori che vogliono aderire senza neppur stabilire un metodo giusto (come ad esempio il rigido rispetto di una lista di attesa) per l'ammissione di nuovi membri. Che cose di questo genere accadano sta a dimostrare che il fatto che un uomo sia un lavoratore non sempre gli impedisce di dimenticare tutto sul dovere di solidariet con gli oppressi e di utilizzare in pieno i privilegi economici di cui pu godere, cio di sfruttare i lavoratori suoi compagni.
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8. Cfr. il Manifesto del partito comunista, cit., p. 90; il brano  citato pi ampiamente nella nota 4 a questo Capitolo, nella quale mi occupo del romanticismo di Marx.
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9. Il termine capitalismo  troppo vago per poter essere usato come nome di un determinato periodo storico. Il termine capitalismo fu inizialmente usato in senso spregiativo ed ha conservato questo senso (sistema che favorisce i grossi profitti fatti da gente che non lavora) nell'uso popolare. Ma nello stesso tempo  stato anche usato in un senso scientifico neutro, ma con vari significati diversi. In quanto, secondo Marx, tutte le accumulazioni di mezzi di produzione possono essere chiamate a capitale, possiamo anche dire che capitalismo  in un certo senso sinonimo di industrialismo.
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Possiamo, in questo senso, legittimamente definire come capitalismo di Stato una societ comunista nella quale lo Stato  proprietario di tutto il capitale. Per queste ragioni propongo di usare l'espressione capitalismo sfrenato per indicare quel periodo che Marx analizz e battezz come capitalismo e il termine interventismo per indicare il nostro periodo. Il termine interventismo pu in realt coprire i tre tipi fondamentali di ingegneria sociale del nostro tempo: l'interventismo collettivistico della Russia; l'interventismo democratico della Svezia e delle democrazie minori e il New Deal in America; e anche i metodi fascisti di economia diretta. Quello che Marx chiamava capitalismo cio il capitalismo sfrenato  completamente svanito nel 20 secolo.
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10. I socialdemocratici svedesi, cio il partito che diede avvio all'esperimento svedese, erano un tempo marxisti, ma poi rinunciarono alle teorie marxiste subito dopo la loro decisione di accettare responsabilit governative e di impegnarsi in un grande programma di riforma sociale. Uno degli aspetti in cui l'esperimento svedese si discosta dal marxismo  la sua insistenza sul consumatore e sul ruolo ricoperto dalle cooperative di consumo in opposizione alla dogmatica insistenza marxista sulla produzione. La teoria economico-tecnologica degli svedesi  fortemente influenzata da quella che i marxisti chiamerebbero economia borghese, mentre non ha parte alcuna in essa la teoria marxista ortodossa del valore.
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11. Per questo programma, si veda Manifesto del partito comunista, cit., pp. 88 sg. Per il punto (1), cfr. il testo relativo alla nota 15 al Capitolo 19. Si pu osservare che anche in una delle pi radicali prese di posizione adottate da Marx, quella contenuta nell'Appello alla Lega Comunista (1850), egli considerava come una misura decisamente rivoluzionaria un'imposta progressiva sul reddito. Nella descrizione finale della tattica rivoluzionaria verso la fine di questo appello che culmina nel grido di battaglia: Rivoluzione permanente!, Marx dice: Se i democratici propongono la tassazione proporzionale, i lavoratori devono richiedere la tassazione progressiva. E se i democratici dovessero dichiararsi favorevoli a una tassa progressiva moderata, i lavoratori devono battersi per una tassa decisamente progressiva; cos decisamente progressiva da provocare il collasso del grande capitale. (Cfr. Marx Engels, Ausgewahlte Schriften, voll. 2, Dietz, Berlin, 1951, p p . 102 sg. e specialmente la nota 41 al Capitolo 20).
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12. Per la mia concezione dell'ingegneria sociale gradualistica, cfr. specialmente il Capitolo 9. Per l'intervento politico in campo economico e per una pi precisa chiarificazione termine interventismo si veda la nota 9 a questo Capitolo e il relativo testo.
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13. Ritengo molto importante questa critica del Marxismo. Ad essa accenno nelle sezioni 17-18 della mia Miseria dello storicismo (cit.) e, come ivi indicato, ad essa ci si pu sottrarre solo enunciando una teoria morale storicistica. Ma credo che solo accettando tale teoria (cfr. il Capitolo 22, specialmente le note 5 sgg. e il relativo testo) il marxismo pu evitare l'accusa di predicare la fede nei miracoli politici (Questa espressione  di Julius Kraft). Si vedano anche le note 4 e 21 al presente Capitolo.
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14. Per il problema del compromesso, cfr. l'osservazione alla fine del capoverso al quale si riferisce la nota 3 al Capitolo 9. Per una giustificazione dell'osservazione nel testo: Infatti, essi non pianificano per l'intera societ si veda il Capitolo 9 e la mia Miseria dello storicismo (cit.), 2 (specialmente la critica dell'olismo).
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15. F.A. von Hayek (cfr., per esempio, il suo Freedom and the Economic System, Chicago, 1939) sostiene che un'economia pianificata centralizzata deve comportare i pi gravi pericoli per la libert individuale. Ma sottolinea pure che  necessario pianificare per la libert. (Pianificare per la libert auspica anche il Mannheim nel suo Man and Society in an Age of Reconstruction, 1941 [trad. it. L'uomo e la societ in un'et di ricostruzione, Comunit, Milano, 1959]. Ma, poich la sua idea di pianificazione  accentuatamente collettivistica e olistica, io sono convinto che essa debba portare alla tirannide e non alla libert; e, in realt, la libert di Mannheim  figlia di quella di Hegel. Cfr. la fine del Capitolo 23 e il mio saggio citato alla fine della nota precedente).
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16. Questa contraddizione fra la teoria storica marxista e la realt storica russa  esaminata nel Capitolo 15 note 13 e 14 e relativo testo.
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17. Questa  un'altra contraddizione fra la teoria marxista e la pratica storica; in contrasto con quella ricordata nell'ultima nota, questa seconda contraddizione ha dato luogo a molte discussioni e tentativi di spiegare il fenomeno mediante il ricorso a ipotesi ausiliarie. La pi importante di queste ultime  la teoria dell'imperialismo e dello sfruttamento coloniale. Questa teoria afferma che lo sviluppo rivoluzionario  ostacolato in paesi nei quali il proletario insieme con il capitalista raccoglie l dove non  stato lui a seminare, ma gli indigeni oppressi delle colonie. Questa ipotesi, che  indubbiament e smentita da sviluppi come quelli che hanno avuto luogo nelle democrazie minori non imperialiste, sar esaminata pi ampiamente nel Capitolo 20 (testo relativo alle note 37-40).
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Molti socialdemocratici hanno interpretato la rivoluzione russa, in conformit con lo schema di Marx, come una rivoluzione borghese ritardata, sostenendo che questa rivoluzione era connessa con uno sviluppo economico parallelo alla rivoluzione industriale nei paesi pi avanzati. Ma questa interpretazione parte naturalmente dal presupposto che la storia deve conformarsi allo schema marxista. In realt, un problema di tipo essenzialista, come quello di decidere se la rivoluzione russa  una rivoluzione industriale ritardata o una rivoluzione sociale prematura, ha carattere meramente verbale; e, se esso porta a difficolt in seno al marxismo, ci dimostra soltanto che il marxismo incontra difficolt verbali nel descrivere eventi che non sono stati previsti dai suoi fondatori.
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18. I capi furono capaci di ispirare ai seguaci una fede entusiastica nella loro missione, quella cio di liberare il genere umano. Ma i capi furono anche responsabili del fallimento finale della loro politica e del collasso del movimento. Questo fallimento fu dovuto, in larghissima misura, a irresponsabilit intellettuale. I capi avevano assicurato ai lavoratori che il
marxismo era una scienza e che la componente intellettuale del movimento era in ottime mani. Ma essi non adottarono mai un atteggiamento scientifico, cio critico, nei confronti del marxismo. Finch poterono applicarlo (e che cosa c' di pi facile?), finch poterono interpretare la storia in articoli e discorsi, essi si sentivano intellettualmente soddisfatti.
(Cfr. anche le note 19 e 22 a questo Capitolo).
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19. Per alcuni anni prima dell'ascesa del fascismo nell'Europa Centrale, nelle file dei socialdemocratici era rilevabile un disfattismo molto accentuato. Essi cominciarono a credere che il fascismo fosse uno stadio inevitabile nello sviluppo sociale. Cominciarono cio ad apportare qualche modifica allo schema di Marx, ma non ebbero mai il minimo dubbio sulla correttezza dell'approccio storicistico, non si resero mai conto del fatto che un interrogativo come questo: Il fascismo  uno stadio inevitabile nello sviluppo della civilt?, pu essere assolutamente fuorviante.
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20. Il movimento marxista nell'Europa centrale ebbe pochi precedenti nella storia. Era un movimento che, nonostante il suo professato ateismo, si pu senz'altro chiamare un grande movimento religioso. (Forse questo fatto pu colpire alcuni di quegli intellettuali che non prendono sul serio il marxismo). Naturalmente, era, per molti rispetti, un movimento collettivista e anche tribale. Ma era un movimento dei lavoratori per educarsi al loro grande compito; per emanciparsi, per elevare lo standard dei loro interessi e del loro tempo libero; per sostituire l'alpinismo all'alcool, la musica classica allo swing, i libri seri ai racconti polizieschi. L'emancipazione della classe lavoratrice pu essere realizzata soltanto dai lavoratori stessi: questa era la loro convinzione. (Per la profonda impressione prodotta da questo movimento su alcuni osservatori, si veda, per esempio, G.E.R. Gedye, Fallen Bastions, 1939).
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21. La citazione  tratta dalla Prefazione di Marx alla seconda edizione de Il Capitale (cfr. Il Capitale, cit., p. 42; cfr. anche la nota 6 al Capitolo 13). Essa mostra quanta fortuna Marx avesse fra i suoi recensori (cfr. anche la nota 26 al Capitolo 17 e il relativo testo).
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Un altro interessantissimo passo nel quale Marx manifesta il suo anti-utopismo e storicismo si trova in La guerra civile in Francia (trad. it. di E. Zaniboni, Roma 1902, Feltrinelli Reprint, Milano, pp. 47-48), dove Marx cos si esprime in termini elogiativi sulla Comune parigina del 1871: La classe operaia non ha preteso nessun miracolo dalla Comune. Essa sa che, per elaborare la sua stessa emancipazione e, con questa, quella forma di vita superiore alla quale la societ presente tende irresistibilmente... ha da sostenere ancora lunghe lotte, una intera serie di processi storici, in forza dei quali gli uomini non meno delle circostanze saranno completamente trasformati. Essa non ha da realizzare alcun ideale; essa non ha che da porre in libert gli elementi della societ nuova, che si sono gi sviluppati in grembo della societ borghese in sfacelo.
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Pochi sono i passi in cui Marx manifesta con pi energia la storicistica mancanza di piani. La classe operaia ha da sostenere ancora lunghe lotte..., dice Marx. Ma se essa non ha da attuare alcun piano, da realizzare alcun ideale, come dice Marx, per che cosa si batte? Essa non si aspettava miracoli, dice Marx, ma egli stesso si aspettava miracoli, dal momento che credeva che la lotta storica tende irresistibilmente verso una forma di vita, sociale superiore. (Cfr. le note 4 e 13 al presente Capitolo).
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Marx aveva in qualche misura ragione quando si rifiutava di impegnarsi nell'ingegneria sociale. Organizzare i lavoratori era senza dubbio il pi importante compito pratico del suo tempo. Se una scusa sospetta come: il tempo non era maturo pu mai essere giustamente applicata, bisogna senz'altro applicarla al rifiuto di Marx di occuparsi di problemi di ingegneria sociale istituzionale razionale. (Questo punto  messo in evidenza dal carattere infantile delle proposte utopistiche gi gi fino a comprendere, per esempio, Bellanly).
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Ma fu un male il fatto che egli utilizzasse, a sostegno di questa sana intuizione politica, un attacco teorico contro la tecnologia sociale. In questo modo i suoi seguaci dogmatici trovarono una giustificazione alla loro decisione di continuare nello stesso atteggiamento in un'epoca in cui le cose erano cambiate e la tecnologia era diventata politicamente pi importante anche dell'organizzazione dei lavoratori.
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22. I capi marxisti interpretavano gli eventi come gli alti e bassi dialettici della storia. Cos essi svolgevano la funzione di ciceroni, di guide attraverso le alture (e le valli) della storia, piuttosto che di leaders politici dell'azione. Questa equivoca arte di interpretare gli eventi terribili della storia invece di combatterli fu denunciata con forza dal poeta K.
Kraus (menzionato nella nota 4 a questo Capitolo).
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CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
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LA RIVOLUZIONE SOCIALE.
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Il secondo passo dell'argomento profetico di Marx ha come sua pi importante premessa la supposizione che il capitalismo deve portare ad un aumento della ricchezza e della miseria: della ricchezza nella borghesia numericamente in diminuzione e della miseria nella classe lavoratrice numericamente in aumento. Questa supposizione sar criticata nel prossimo Capitolo, ma qui  presa per buona.
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Le conclusioni derivate da essa si possono dividere in due parti. La prima parte  una profezia a proposito dello sviluppo della struttura di classe del capitalismo. Essa afferma che tutte le classi, ad eccezione della borghesia e del proletariato, e soprattutto le cosiddette classi medie, sono destinate a sparire e che, in conseguenza della tensione crescente fra la borghesia e il proletariato, quest'ultimo avr una sempre maggiore coscienza di classe e diventer sempre pi unito.
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La seconda parte  la profezia che questa tensione non pu essere assolutamente eliminata e che porter a una rivoluzione proletaria.
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Credo che nessuna delle due conclusioni discenda dalla premessa. La mia critica sar, in sostanza, simile a quella illustrata nell'ultimo Capitolo: tenter cio di dimostrare che l'argomento di Marx trascura un gran numero di sviluppi possibili.
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1.
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Consideriamo anzitutto la prima conclusione, cio la profezia che tutte le classi sono destinate a sparire, o a diventare irrilevanti, ad eccezione della borghesia e del proletariato la cui coscienza di classe e solidariet devono crescere. Bisogna riconoscere che la premessa, la teoria marxiana della ricchezza e della miseria crescenti, prevede la scomparsa di una certa classe media, quella dei capitalisti deboli e della piccola borghesia. Ogni capitalista ne ammazza altri pi deboli, dice Marx1; questi capitalisti pi deboli possono effettivamente
essere ridotti alla condizione di salariati, il che per Marx  lo stesso che proletari. Questo processo  conseguenza dell'aumento di ricchezza, dell'accumulazione sempre maggiore di capitale, della concentrazione e centralizzazione in un numero sempre minore di mani.
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Un destino analogo,  assegnato ai piccoli ceti medi, come dice Marx2. I piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perch il loro esiguo capitale non basta all'esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti pi grandi, in parte perch le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione.
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Cos il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione. Questa descrizione  senz'altro abbastanza accurata, specialmente per quanto riguarda le attivit artigiane ed  anche vero che molti proletari provengono dal mondo contadino.
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Ma, per quanto acute siano le osservazioni di Marx, il quadro resta difettoso. Il movimento da lui analizzato  un movimento industriale; il suo capitalista  il capitalista industriale, il suo proletario  il lavoratore industriale. E bench molti lavoratori industriali provengano dal mondo contadino, ci non significa che i coltivatori e i contadini, per esempio, siano tutti gradualmente ridotti alla condizione di lavoratori industriali. Neanche i braccianti agricoli sono necessariamente uniti ai lavoratori industriali da un comune senso di solidariet e coscienza di classe.
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La dispersione degli operai rurali su estensioni d'una certa vastit ammette Marx spezza allo stesso tempo la loro forza di resistenza, mentre la concentrazione accresce la forza di resistenza degli operai urbani3. Ci non autorizza affatto a ipotizzare l'unificazione in un tutto unitario dotato di coscienza di classe. Ci mostra, piuttosto, che c' almeno una possibilit di divisione e che il lavoratore agricolo pu talvolta essere troppo dipendente dal suo padrone, coltivatore o contadino, per fare causa comune con il proletariato industriale.
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Ma che coltivatori o contadini possono facilmente preferire di appoggiare la borghesia piuttosto che gli operai  osservazione fatta dallo stesso Marx4 ed un programma di operai come quello del Manifesto5, la cui prima richiesta  la espropriazione della propriet fondiaria, non  certo destinato a contrastare questa tendenza. Ci dimostra che  almeno possibile che le classi medie rurali non scompaiano e che il proletariato rurale non si fondi con il proletariato industriale.
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Ma non  tutto. La stessa analisi di Marx mostra come sia vitalmente importante per la borghesia fomentare divisioni fra i salariati e, come Marx stesso ha previsto, questo obiettivo pu essere raggiunto in almeno due modi. Uno  la creazione di una nuova classe media, di un gruppo privilegiato di salariati che si sentono superiori al lavoratore manuale6, e, nello stesso tempo si sentono dipendenti dai loro datori di lavoro, di cui sono alla merc. L'altro  l'utilizzazione di quello strato inferiore della societ che Marx chiam la plebaglia
(Lumpenproletariat).
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Questo , come rilev Marx, l'ambito di reclutamento dei criminali che possono essere disposti a vendersi al nemico di classe. L'aumento della miseria pu tendere, com'egli stesso ammette, ad accrescere il numero degli appartenenti a questa classe: sviluppo questo che non pu certo contribuire alla solidariet di tutti gli oppressi. Ma neppure la solidariet della classe dei lavoratori industriali  una conseguenza necessaria della crescente miseria. Certo, la crescente miseria deve provocare resistenza ed  anche probabile che provochi esplosioni insurrezionali. Ma la supposizione del nostro argomento  che la miseria non pu essere alleviata fino a quando non  stata conquistata la vittoria nella rivoluzione sociale.
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Ci implica che i lavoratori che resistono saranno battuti pi volte nei loro infruttuosi tentativi di migliorare la loro sorte. Ma uno sviluppo del genere non rende necessariamente ai lavoratori la coscienza di classe nel senso marxista7, cio non li rende fieri della loro classe e sicuri della loro missione; pu semmai rendere ad essi la coscienza di classe nel senso che diventano consapevoli del fatto di appartenere a un esercito battuto.
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E probabilmente cos avverr se i lavoratori non traggono forza dalla constatazione che il loro numero e la loro potenziale rilevanza economica continuano a crescere. Ci potrebbe avvenire se, come Marx profetizz, tutte le classi, ad eccezione della loro e di quella dei capitalisti, dovessero manifestare la tendenza a scomparire. Ma poich, come abbiamo visto, questa profezia non risulta necessariamente vera,  possibile anche che la solidariet dei lavoratori industriali finisca con l'essere incrinata dal disfattismo.
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Cos, in contrasto con la profezia di Marx che sostiene che deve svilupparsi una divisione netta fra due classi, troviamo che, sulla base dei suoi stessi presupposti, pu invece delinearsi la seguente struttura di classe: 1. borghesia; 2. grandi proprietari terrieri; 3. altri proprietari terrieri; 4. lavoratori rurali; 5. nuova classe media; 6. lavoratori industriali; 7. plebaglia (Lumpenproletariat). (E pu anche svilupparsi, naturalmente, qualsiasi altra combinazione di queste classi). E troviamo, inoltre, che uno sviluppo del genere pu anche incrinare l'unit dei lavoratori industriali.
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Possiamo dunque dire che la prima conclusione del secondo passo dell'argomento di Marx non regge. Ma, come nella mia critica del terzo passo, anche qui devo dire che non intendo sostituire un'altra profezia alla profezia di Marx. Io non affermo che la profezia non pu avverarsi o che si verificheranno gli sviluppi alternativi che ho indicato. Affermo soltanto che essi possono verificarsi. (E, in realt, questa possibilit non pu venir negata dagli esponenti delle ali marxiste radicali che ricorrono all'accusa di tradimento, di corruzione e di insufficiente solidariet di classe come argomento preferito per spiegare quegli sviluppi che non si conformano al programma profetico).
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Che cose del genere possono avvenire dovrebbe risultare chiaro a chiunque abbia fatto attenzione allo sviluppo che ha portato al fascismo, nel quale ebbero la loro parte tutte le possibilit che ho menzionato. Ma la semplice possibilit basta a distruggere la prima conclusione raggiunta nel secondo passo dell'argomento di Marx. Ci naturalmente incide sulla seconda conclusione, la profezia dell'imminente rivoluzione sociale. Ma, prima di iniziare una critica del modo in cui si giunge a formulare questa profezia,  necessario esaminare piuttosto dettagliatamente il ruolo svolto da essa nel quadro dell'intero argomento, come pure l'uso che Marx fa dell'espressione rivoluzione sociale.
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2.
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Che cosa intendesse Marx quando parlava di rivoluzione sociale sembra a prima vista abbastanza chiaro. La sua rivoluzione sociale del proletariato  un concetto storico. Essa sta ad indicare la pi o meno rapida transizione dal periodo storico del capitalismo a quello del socialismo. In altre parole  il nome di un periodo transitorio di lotta di classe fra le due classi pi importanti, fino alla vittoria definitiva dei lavoratori. Quando gli si chiedeva se l'espressione rivoluzione sociale comportasse una violenta guerra civile fra le due classi, Marx rispondeva8 che la cosa non stava necessariamente in questi termini, aggiungendo, tuttavia, che la prospettiva di evitare la guerra civile non era, disgraziatamente, molto valida. Ed egli avrebbe potuto aggiungere che, dal punto di vista della profezia storica, la domanda poteva forse non essere del tutto irrilevante, ma che era comunque di secondaria importanza. La vita sociale, ribadisce il marxismo,  violenta e la guerra di classe pretende ogni giorno le sue vittime9. Quello che conta effettivamente  il risultato, il socialismo.
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Raggiungere questo risultato  la caratteristica essenziale della rivoluzione sociale. Ora, se noi dovessimo considerare come provato, o come intuitivamente certo, che il capitalismo sar seguito dal socialismo, allora questa spiegazione dell'espressione rivoluzione sociale potrebbe essere del tutto soddisfacente. Ma poich dobbiamo servirci della dottrina della rivoluzione sociale come parte integrante dell'argomentazione scientifica per mezzo della quale ci proponiamo di provare l'avvento del socialismo, la spiegazione  senz'altro del tutto insoddisfacente. Se in una tale argomentazione cerchiamo di caratterizzare la rivoluzione sociale come transizione al socialismo, allora l'argomentazione diventa un circolo vizioso come quello del medico, al quale era stato chiesto di giustificare la sua predizione della morte di un paziente e che aveva dovuto confessare di non conoscere n i sintomi n null'altro della malattia, ma solo che essa si sarebbe trasformata in una malattia fatale. (Se il paziente non moriva, evidentemente quella non era ancora la malattia fatale; e se una rivoluzione non porta al socialismo evidentemente essa non  ancora la rivoluzione sociale).
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Noi possiamo anche formulare semplicemente questa critica affermando che in nessuno dei tre passi dell'argomento profetico dobbiamo muovere da qualche presupposto che sia dedotto soltanto in un passo successivo. Siffatte considerazioni mostrano che, per un'adeguata ricostruzione dell'argomento di Marx, dobbiamo trovare una caratterizzazione della rivoluzione sociale che non faccia appello al socialismo e che consenta alla rivoluzione sociale di svolgere la sua parte in questo argomento nel miglior modo possibile. Una caratterizzazione che soddisfi a queste condizioni sembra essere la seguente.
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La rivoluzione  sociale  il tentativo da parte di un proletariato in larga misura unito, di conquistare un potere politico totale, tentativo intrapreso con il fermo proposito di non rinunciare alla violenza, qualora la violenza dovesse essere necessaria al raggiungimento dell'obiettivo, e di opporsi a ogni sforzo degli avversari di riconquistare influenza politica. Questa caratterizzazione elimina le difficolt ora ora menzionate; si adatta al terzo passo dell'argomento nella misura in cui esso risulta valido, conferendogli quel grado di plausibilit che il passo stesso indubbiamente possiede; ed , come dimostreremo, in armonia con il marxismo e specialmente con la sua tendenza storicistica ad evitare una posizione precisa10 in merito all'uso effettivo o meno della violenza in questa fase della storia.
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Ma anche se, considerata come profezia storica, la caratterizzazione indicata resta indefinita a proposito dell'uso della violenza,  importante rendersi conto che la cosa risulta completamente diversa dal punto di vista morale o legale. Considerata da un tale punto di vista, la caratterizzazione qui proposta della rivoluzione sociale fa di essa indubbiamente una sollevazione violenta; infatti, la questione relativa all'effettivo uso o meno della violenza  meno importante dell'intenzione; e noi siamo partiti dal presupposto della ferma
determinazione di non rinunciare alla violenza qualora risultasse necessaria al raggiungimento degli obiettivi del movimento.
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Dire che la determinazione di non rinunciare alla violenza  decisiva per il carattere della rivoluzione sociale come sollevazione violenta  conforme non solo al punto di vista morale e legale, ma anche all'opinione corrente in proposito. Infatti, se un uomo  deciso a usare violenza al fine di raggiungere i suoi obiettivi, allora possiamo dire che egli adotta comunque un atteggiamento violento, sia o non sia la violenza effettivamente usata in un determinato caso. Certo, se si tratta di fare previsioni in merito a una futura azione di quest'uomo, dobbiamo essere altrettanto indeterminati che il marxismo, dichiarando che non sappiamo se egli ricorrer effettivamente o meno alla forza. (Cos la nostra caratterizzazione concorda in questo punto con la concezione marxista). Ma questa mancanza di determinatezza evidentemente viene meno se non ci proponiamo di formulare una profezia storica, ma cerchiamo di caratterizzare il suo atteggiamento nella maniera ordinaria.
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Ora, io desidero mettere bene in chiaro che proprio questa profezia di una rivoluzione che pu essere violenta ritengo che sia, dal punto di vista della politica pratica, l'elemento di gran lunga pi dannoso nel marxismo; penso che sar pi opportuno illustrare brevemente le ragioni di questa mia convinzione, prima di procedere oltre con l'analisi.
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Io non sono contrario, in tutti i casi e in tutte le circostanze, alla rivoluzione violenta. Io credo, con alcuni pensatori cristiani del Medioevo e del Rinascimento, i quali ammisero il ricorso al tirannicidio, che, sotto una tirannide, pu davvero non esserci alcuna altra possibilit e che una rivoluzione violenta pu essere giustificata. Ma credo anche che qualsiasi rivoluzione del genere debba avere come scopo soltanto l'instaurazione di una democrazia; e per democrazia non intendo affatto qualcosa di vago come il governo del popolo o il governo della maggioranza, ma un insieme di istituzioni (e fra esse specialmente le elezioni generali, cio il diritto del popolo di licenziare il governo) che permettano il controllo pubblico dei
governanti e il loro licenziamento da parte dei governati e che consentano ai governati di ottenere riforme senza ricorrere alla violenza e anche contro la volont dei governanti.
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In altre parole, l'uso della violenza  giustificato solo sotto una tirannide che renda impossibile le riforme senza violenza e dovrebbe avere soltanto un obiettivo: quello di realizzare uno stato di cose che renda possibile le riforme senza violenza.
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Io credo che non si debba mai tentare di ottenere pi di questo con mezzi violenti. Sono, infatti, dell'avviso che qualsiasi tentativo del genere comporti il rischio di compromettere ogni prospettiva di riforma ragionevole. L'uso prolungato della violenza pu portare alla fine alla perdita della libert, dato che  destinato a portare con s non il governo spassionato della ragione, ma il governo dell'uomo forte. Una rivoluzione violenta, che cerchi di ottenere pi che la distruzione della tirannide, ha almeno altrettante probabilit di dar vita a un'altra
tirannide che di raggiungere i suoi reali obiettivi.
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C' solo un altro caso di uso della violenza nei conflitti politici che sono disposto a ritenere giustificato. Intendo riferirmi alla resistenza, una volta instaurata la democrazia, a qualsiasi attacco (venga esso dall'esterno o dall'interno dello stato) contro la costituzione e l'uso dei metodi democratici. Qualsiasi attacco del genere, specialmente se viene dal governo in carica o  tollerato da esso, dev'essere contrastato da tutti i cittadini leali, anche con il ricorso alla violenza.
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Di fatto, il funzionamento della democrazia si fonda in larga misura sulla convinzione che un governo il quale cerchi di abusare dei suoi poteri e di costituirsi in tirannide (o che tolleri l'instaurazione di una tirannide da parte di chiunque altro) si mette da se stesso fuori legge, e che i cittadini hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di considerare l'azione di un governo siffatto come un crimine e i suoi membri come una pericolosa banda di criminali. Ma sostengo che una siffatta resistenza ai tentativi di rovesciamento della democrazia deve avere inequivocabilmente carattere difensivo. Neppure la pi piccola ombra deve sussistere che il solo fine della resistenza  quello di salvare la democrazia.
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La minaccia di sfruttare la situazione per l'instaurazione di una controtirannide  altrettanto criminale che il tentativo originario di introdurre una tirannide; l'uso di una minaccia del genere, anche se fatto con la sincera intenzione di salvare la democrazia spaventando i suoi nemici, sarebbe quindi un cattivissimo metodo di difesa della democrazia; infatti, una minaccia del genere getterebbe la confusione nelle file dei democratici nell'ora del pericolo e quindi probabilmente finirebbe con l'aiutare il nemico.
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Queste osservazioni confermano che un'efficace politica democratica richiede dai suoi difensori l'osservanza di certe regole. Alcune di queste regole saranno elencate pi avanti nel corso di questo Capitolo; io qui desidero soltanto mettere in chiaro le ragioni per cui ritengo che l'atteggiamento marxista nei confronti della violenza sia uno dei pi importanti punti da prendere in considerazione in qualsiasi analisi di Marx.
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3.
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A seconda della loro interpretazione della rivoluzione sociale, possiamo distinguere due gruppi principali di marxisti: un'ala radicale e un'ala moderata (che corrispondono grosso modo, ma non precisamente11, ai partiti comunista e socialdemocratico).
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I marxisti spesso rifiutano di discutere la questione se sia giustificata o meno una rivoluzione violenta; essi dicono di non essere moralisti, ma scienziati e di non avventurarsi in speculazioni intorno a quel che dovrebbe essere, ma soltanto di attenersi ai fatti relativi a quel che  o che sar. In altre parole, essi sono profeti storici che si limitano alla questione di quel che avverr. Ma supponiamo di essere riusciti a persuaderli a discutere la giustificazione della rivoluzione sociale. In questo caso credo che troveremo tutti i marxisti
d'accordo, in linea di principio, con la vecchia opinione che le rivoluzioni violente sono giustificate solo se dirette contro una tirannide. A partire da questo punto, le opinioni delle due ali divergono.
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L'ala radicale sostiene che, secondo Marx, ogni governo di classe  necessariamente una dittatura, vale a dire una tirannide12. Una vera democrazia pu essere quindi realizzata solo con l'instaurazione di una societ senza classi, rovesciando, se necessario con la violenza, la dittatura capitalistica. L'ala moderata non concorda con questa prospettiva ma sostiene che la democrazia pu in qualche misura essere realizzata anche sotto il capitalismo e che  quindi possibile attuare la rivoluzione sociale mediante riforme pacifiche e graduali.
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Ma anche quest'ala moderata sostiene che un siffatto sviluppo pacifico  incerto; essa afferma che molto probabilmente sar la borghesia a ricorrere alla forza, se posta di fronte alla prospettiva di essere battuta dai lavoratori nel campo di battaglia democratico; e proclama che in questo caso sarebbe giustificata la rappresaglia da parte dei lavoratori e l'instaurazione di un loro governo con mezzi violenti13. Entrambe le ali pretendono di rappresentare il vero marxismo di Marx e, in un certo senso, hanno ragione entrambe. Infatti come abbiamo gi
rilevato, le opinioni di Marx a questo proposito sono piuttosto ambigue, a causa del suo approccio storicistico; inoltre egli sembra aver mutato le sue vedute durante il corso della sua vita partendo con l'assumere una posizione radicale ed assumendone successivamente una pi moderata14.
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Prender prima in esame la posizione radicale, perch mi sembra essere la sola che concorda perfettamente con Il Capitale e con la tendenza generale dell'argomento di Marx. Infatti, secondo la dottrina centrale de Il Capitale, l'antagonismo fra capitalisti e lavoratori deve necessariamente crescere e non c' nessuna possibilit di compromesso, sicch il capitalismo non pu essere migliorato, ma solo distrutto. Sar qui opportuno riportare il passo fondamentale de Il Capitale in cui Marx riassume la tendenza storica dell'accumulazione capitalistica.
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Egli scrive: Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell'asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre pi s'ingrossa ed  disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che  sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l'ultima ora della propriet privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati15.
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Alla luce di questo passo fondamentale, non c' dubbio che il nucleo centrale dell'insegnamento di Marx ne Il Capitale  rappresentato dall'impossibilit di riformare il capitalismo e dalla
profezia del suo rovesciamento violento: dottrina che corrisponde, quindi, a quella dell'ala radicale. Questa dottrina si adatta perfettamente al nostro argomento profetico. Infatti, se accettiamo non solo la premessa del secondo passo ma anche la prima conclusione, allora ne consegue sicuramente la profezia della rivoluzione sociale, in conformit con il passo de Il Capitale che abbiamo riportato. (E ne consegue anche la vittoria dei lavoratori, come abbiamo rilevato nell'ultimo Capitolo).
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In realt,  impossibile pensare a una classe lavoratrice perfettamente unita o dotata di piena coscienza di classe che alla fine, se la sua miseria non pu essere mitigata con altri mezzi,
non compia il risoluto tentativo di rovesciare l'ordine sociale. Ma ci, naturalmente, non salva la seconda conclusione. Infatti, noi abbiamo gi dimostrato che la prima conclusione non  valida e dalla sola premessa, dalla teoria della ricchezza e della miseria crescenti, non pu essere dedotta l'inevitabilit della rivoluzione sociale. Come abbiamo rilevato nella nostra analisi della prima conclusione, tutto ci che possiamo dire  che possono risultare inevitabili episodi insurrezionali, ma che, non avendo noi la certezza n dell'unit di classe n di una sviluppata coscienza di classe fra i lavoratori, non possiamo identificare tali episodi con la rivoluzione sociale. (Essi non sono neppure necessariamente vittoriosi, sicch la supposizione che rappresentino la rivoluzione sociale non sarebbe conforme al terzo passo).
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Diversamente dalla posizione radicale, che almeno quadra perfettamente con l'argomento profetico, la posizione moderata lo distrugge completamente. Ma, come abbiamo gi rilevato, anch'essa ha il conforto dell'autorit di Marx. Marx visse abbastanza a lungo da vedere realizzate riforme che, secondo la sua teoria, sarebbero state impossibili. Ma egli non riconobbe mai che questi miglioramenti della sorte dei lavoratori erano, nello stesso tempo, confutazioni della sua teoria. La sua ambigua concezione storicistica della rivoluzione sociale gli permise di interpretare queste riforme come il preludio16 o anche come l'inizio di quest'ultima.
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Come ci rivela Engels17, Marx giunse alla conclusione che, comunque, l'Inghilterra  l'unico paese in cui l'inevitabile rivoluzione sociale potrebbe essere attuata per intero con mezzi pacifici e legali. Certo egli non ha dimenticato di aggiungere che difficilmente si aspettava che le classi dominanti inglesi si sarebbero assoggettate a tale rivoluzione pacifica e legale
senza una "proslavery rebellion". Questa osservazione concorda con una lettera18 nella quale Marx scriveva, appena tre anni prima della sua morte: Il mio partito... ritiene una rivoluzione inglese non necessaria ma in base ai precedenti storici possibile.
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Val la pena di rilevare che, almeno nella prima di queste affermazioni, la teoria dell'ala moderata,  espressa chiaramente; la teoria cio che qualora la classe dirigente non dovesse sottomettersi, la violenza sarebbe inevitabile. Queste teorie moderate mi sembra distruggano l'intero argomento profetico19. Esse implicano la possibilit di un compromesso, di una
riforma graduale del capitalismo e, quindi, di un'attenuazione dell'antagonismo di classe. Ma l'unica base dell'argomento profetico  il presupposto di un sempre maggiore antagonismo di classe.
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Non c' alcuna necessit logica per cui una riforma graduale, conseguita per via di compromesso, debba portare alla distruzione completa del sistema capitalistico; perch mai i lavoratori, che hanno imparato dall'esperienza che possono migliorare la loro sorte per via di riforme graduali, non dovrebbero preferire di attenersi a questo metodo, anche se non assicura la vittoria completa, cio la sottomissione della classe dirigente; perch mai non dovrebbero venire a compromesso con la borghesia e lasciarla in possesso dei mezzi di produzione,
piuttosto che rischiare tutto quello che sono riusciti ad ottenere avanzando richieste destinate a provocare scontri violenti?
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Soltanto se partiamo dal presupposto che i proletari non hanno null'altro da perdere che le loro catene20, solo se partiamo dal presupposto che la legge della miseria crescente  valida, o almeno che rende i miglioramenti impossibili, soltanto allora possiamo profetizzare che i lavoratori saranno costretti a fare il tentativo di rovesciare l'intero sistema. Un'interpretazione evoluzionistica della rivoluzione sociale distrugger l'intero argomento marxista, dal primo all'ultimo passo; tutto quello che resta del marxismo sarebbe in tal caso
l'approccio storicistico. Se si vuole ancora tentare una profezia storica, essa evidentemente dev'essere basata su un argomento del tutto nuovo.
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Se cerchiamo di elaborare un argomento cos modificato, il quale si conformi alle ultime posizioni di Marx e a quelle dell'ala moderata, preservando il pi possibile della teoria originaria, perveniamo a un argomento fondato interamente sull'asserzione che la classe lavoratrice rappresenta ora, o rappresenter un giorno, la maggioranza del popolo. L'argomento sarebbe, nelle sue grandi linee, il seguente: il capitalismo sar trasformato da una rivoluzione sociale, espressione con la quale non s'intende altro che l'avanzamento della lotta di classe fra capitalisti e lavoratori.
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Questa rivoluzione pu o progredire con metodi graduali e democratici o essere violenta, oppure pu essere volta a volta graduale e violenta. Tutto ci dipender dalla resistenza della borghesia. Ma in ogni caso, e particolarmente se lo sviluppo  di tipo pacifico, essa deve concludersi con l'assunzione da parte dei lavoratori della posizione di classe dominante21, con la conquista della democrazia da parte dei lavoratori, come dice il Manifesto; infatti, il movimento proletario  il movimento indipendente e consapevole dell'enorme maggioranza nell'interesse dell'enorme maggioranza.
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 importante rendersi conto del fatto che anche in questa forma moderata e modificata, la predizione non regge. E la ragione  la seguente. La teoria della miseria crescente dev'essere abbandonata se si ammette la possibilit di riforma graduale; ma con essa viene meno anche l'apparente giustificazione dell'osservazione che i lavoratori industriali devono un giorno formare la enorme maggioranza. Non intendo affermare che questa osservazione effettivamente discenda dalla teoria marxista della miseria sempre crescente, dato che questa teoria non ha mai prestato sufficiente attenzione ai coltivatori e ai contadini.
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Ma se la legge della miseria crescente, che si presume riduca la classe media al livello del proletariato, non  valida, allora dobbiamo essere disposti ad ammettere che una classe media di
notevole consistenza continua a esistere (o che  sorta una nuova classe media) e che essa pu cooperare con le altre classi non-proletarie per contrastare l'aspirazione al potere degli operai e nessuno pu prevedere con certezza quale sarebbe lo sbocco di una situazione del genere. In realt, le statistiche non rilevano pi alcuna tendenza all'aumento del numero dei lavoratori industriali in rapporto alle altre classi della popolazione.
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C', piuttosto, la tendenza opposta, nonostante il fatto che continua l'accumulazione degli strumenti di produzione. Questo fatto di per s solo confuta la validit dell'argomento profetico modificato. Tutto ci che resta di esso  l'importante osservazione (che tuttavia non si eleva al presuntuoso livello di una profezia storicistica) che le riforme sociali sono realizzate in larga misura22 sotto la pressione degli oppressi o (se si preferisce quest'altra espressione) sotto la pressione della lotta di classe; vale a dire che l'emancipazione degli oppressi dev'essere in larga misura una conquista degli oppressi stessi23.
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L'argomento profetico  insostenibile e irreparabilmente compromesso in tutte le sue interpretazioni, siano radicali o moderate. Ma per una piena comprensione di questa situazione, non basta confutare la profezia modificata;  anche necessario prendere in esame l'ambiguo atteggiamento nei confronti del problema della violenza che possiamo riscontrare nei partiti marxisti sia radicali che moderati.
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Questo atteggiamento, a mio giudizio, ha una considerevole influenza sulla possibilit o meno della conquista della democrazia; infatti dovunque l'ala marxista moderata  riuscita a vincere un'elezione generale, o a sfiorare la vittoria, una delle ragioni del successo sembra da ricercare nel fatto che essa ha avuto il consenso di larghi settori della classe media. E ci si  verificato a causa del suo umanitarismo, della sua lotta per la libert e contro l'oppressione. Ma la sistematica ambiguit dell'atteggiamento dei marxisti nei confronti della violenza, non solo tende a neutralizzare questo consenso, ma favorisce anche direttamente gli interessi degli anti-democratici, degli anti-umanitari, dei fascisti.
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Ci sono nella dottrina marxista due ambiguit strettamente connesse ed entrambe sono importanti da questo punto di vista. La prima  un ambiguo atteggiamento nei confronti della violenza, fondato sull'approccio storicistico. La seconda  il modo ambiguo in cui i marxisti parlano della conquista del potere politico da parte del proletariato, per usare l'espressione del Manifesto24. Che significa ci? Pu significare, e talvolta  interpretato in questo senso, che il partito dei lavoratori ha l'innocuo e ovvio scopo di ogni partito democratico: quello cio di ottenere una maggioranza e di formare un governo.
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Ma pu significare, e spesso i marxisti lasciano intendere che questa  l'interpretazione giusta, che il partito, una volta conquistato il potere, intende trincerarsi in tale situazione, che user cio il proprio voto maggioritario in maniera tale da rendere difficilissima per gli altri la prospettiva di riconquista del potere coi mezzi democratici normali. La differenza fra queste due interpretazioni  estremamente importante. Se un partito, che in un certo momento  in minoranza, progetta di sopprimere l'altro partito, o con la violenza o per mezzo di
un voto di maggioranza, allora riconosce implicitamente al partito attualmente maggioritario il diritto di fare la stessa cosa. Esso perde qualsiasi diritto morale di protestare contro l'oppressione; e, di fatto, fa il gioco di quei gruppi che, in seno all'attuale partito di governo, intendono sopprimere l'opposizione con la forza.
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Posso chiamare brevemente queste due ambiguit l'ambiguit della violenza e l'ambiguit della conquista del potere. Entrambe sono radicate non solo nell'indeterminatezza dell'approccio storicistico, ma anche nella teoria marxista dello stato. Se lo stato  essenzialmente una tirannide di classe, allora, da una parte, la violenza  consentita e, dall'altra, tutto quel che si pu fare  di sostituire alla dittatura della borghesia quella del proletariato. Preoccuparsi troppo della democrazia formale serve solo a dimostrare mancanza di senso storico; dopo tutto, la democrazia, come dice Lenin,  solo una tappa dello sviluppo storico25.
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Le due ambiguit hanno un'incidenza rilevante sulle dottrine tattiche sia dell'ala radicale che dell'ala moderata. Ci  comprensibile dal momento che l'uso sistematico dell'ambiguit consente ad esse di allargare l'ambito dal quale possono reclutare eventuali simpatizzanti. Questo, tuttavia,  un vantaggio tattico che pu facilmente convertirsi in svantaggio al momento critico: infatti, pu portare a una frattura ogni volta che i membri pi radicali pensano che  suonata l'ora di scatenare l'azione violenta. Il modo in cui l'ala radicale pu fare un
uso sistematico dell'ambiguit della violenza pu essere illustrato dalle seguenti citazioni tratte dall'analisi critica che il Parkes ha recentemente condotto del marxismo26.
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Poich il Partito Comunista degli Stati Uniti ora dichiara non solo di non patrocinare attualmente la rivoluzione, ma di non averla mai patrocinata neppure in passato, sar opportuno citare alcune affermazioni contenute nel Programma dell'Internazionale Comunista (elaborato nel 1928). Da questo Programma il Parkes cita, tra gli altri, i seguenti passi: La conquista del potere da parte del proletariato non significa la (cattura) pacifica dello stato borghese bell'e pronto per mezzo di una maggioranza parlamentare... La conquista del potere...  il rovesciamento violento del potere borghese, la distruzione dell'apparato capitalistico di Stato... Il Partito... si trova di fronte al compito di guidare le masse a un attacco diretto contro lo stato borghese. Ci si ottiene per mezzo... della propaganda... e dell'azione di massa... Questa azione di massa comprende..., infine, lo sciopero generale insieme con l'insurrezione armata... Quest'ultima forma... che  la forma suprema, dev'essere condotta in conformit con le norme di guerra.
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Dalle precedenti citazioni risulta evidente che questa parte del programma non consente equivoci, ma ci non impedisce al partito di fare un uso sistematico dell'ambiguit della violenza, ripiegando, se la situazione tattica27 lo richiede, in una interpretazione non violenta del termine rivoluzione sociale; e ci nonostante il paragrafo conclusivo del Manifesto28 (che  mantenuto nel programma del 1928): I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l'abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente.
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Ma ancora pi importante  il modo in cui l'ala moderata ha usato sistematicamente l'ambiguit della violenza e quella della conquista del potere. Esso  stato sviluppato specialmente da Engels, sulla base delle opinioni pi moderate di Marx citate pi sopra, ed  diventato una dottrina tattica che ha grandemente influenzato gli sviluppi successivi. La dottrina alla quale mi riferisco potrebbe essere presentata nei termini seguenti29: noi marxisti preferiamo di gran lunga, se ci  possibile, uno sviluppo pacifico e democratico verso il socialismo, ma il nostro realismo politico ci lascia prevedere la probabilit che la borghesia non se ne star con le mani in mano quando saremo prossimi a raggiungere la maggioranza.
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La borghesia cercher piuttosto di distruggere la democrazia. In questo caso, noi non dobbiamo indietreggiare, ma impegnarci nella lotta e conquistare il potere politico. E poich proprio questo  lo sbocco probabile, noi dobbiamo preparare ad esso i lavoratori, altrimenti tradiremmo la nostra causa. Ecco in proposito uno dei passi di Engels30: Per il momento... la legalit... sta lavorando cos bene in nostro favore che saremmo stolti ad abbandonarla finch dura. Resta da vedere se non sar la borghesia... ad abbandonarla per prima al fine di schiacciarci con la violenza. Sparate per primi, signori della borghesia! Nessun dubbio: saranno loro a sparare per primi. Un bel giorno la... borghesia si stancher di... star ad osservare la forza in rapida crescita del socialismo e far ricorso alla illegalit e alla violenza.
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Che cosa avverr allora  lasciato sistematicamente nell'ambiguit. E questa ambiguit  usata come una minaccia; infatti, nei passi successivi Engels si rivolge ai signori della borghesia nei seguenti termini: Se voi violate... la costituzione... allora la socialdemocrazia  libera, e pu fare nei vostri confronti ci che vuole. Ma ci ch'essa far allora,
si guarda bene dal farvelo sapere oggi!.
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 interessante rilevare quanto profondamente questa dottrina differisca dalla concezione originaria del marxismo che predicava che la rivoluzione sarebbe venuta come risultato della crescente pressione del capitalismo sui lavoratori e non come risultato della crescente pressione di un forte movimento della classe lavoratrice sui capitalisti. Questo decisivo cambiamento di fronte31 mostra l'influenza dello sviluppo che effettivamente risult caratterizzato da decrescente miseria. Ma la nuova dottrina di Engels, che lascia l'iniziativa rivoluzionaria o pi precisamente, contro-rivoluzionaria, alla classe dirigente,  tatticamente assurda e destinata al fallimento.
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La teoria marxista originaria sosteneva che la rivoluzione dei lavoratori sarebbe scoppiata nella fase pi bassa di una depressione, cio nel momento in cui il sistema politico  indebolito dal collasso del sistema economico, situazione questa che contribuirebbe grandemente alla vittoria dei lavoratori. Ma se i signori della borghesia sono invitati a sparare per primi,  pensabile che essi siano cos sciocchi da non scegliere con accortezza il momento pi conveniente da non prepararsi adeguatamente alla guerra che si accingono ad intraprendere?
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E poich, secondo la teoria, essi detengono il potere, una tale preparazione non significher la mobilitazione di forze contro le quali i lavoratori non avranno la minima possibilit di vittoria? A questa critica non si pu far fronte modificando la teoria in modo che i lavoratori non debbano aspettare che l'avversario colpisca, ma cerchino di prevenirlo, dal momento che, in base ai presupposti della dottrina stessa, dev'essere sempre facile, per coloro che sono al potere, anticipare l'avversario in fatto di preparazione: preparare fucili, se, i lavoratori preparano bastoni; cannoni, se preparano fucili; aerei da bombardamento, se preparano cannoni ecc.
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Ma questa critica, bench pratica e confortata dall'esperienza,  soltanto superficiale. I difetti essenziali della dottrina stanno pi a fondo. La critica che ora mi propongo di svolgere cerca di mostrare che tanto il presupposto della dottrina, quanto le sue conseguenze tattiche sono tali da essere verosimilmente destinati a produrre proprio quella reazione anti-democratica della borghesia che la teoria profetizza, e che tuttavia proclama (con ambiguit) di aborrire: il rafforzamento dell'elemento anti-democratico nella borghesia e, di conseguenza, la guerra civile. E noi sappiamo che ci pu portare alla sconfitta e al fascismo.
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La critica alla quale accenno , in breve, che la dottrina tattica di Engels e, pi generalmente, le ambiguit della violenza e della conquista del potere rendono impossibile il funzionamento della democrazia, una volta che siano state fatte proprie da un grosso partito politico. In fondo questa critica nell'asserzione che la democrazia pu funzionare solo se i principali partiti concordano in una concezione delle sue funzioni che pu essere compendiata nei seguenti punti essenziali (cfr. anche la sezione 2 del Capitolo 7):
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1. La democrazia non pu compiutamente caratterizzarsi solo come governo della maggioranza, bench l'istituzione delle elezioni generali sia della massima importanza. Infatti una maggioranza pu governare in maniera tirannica. (La maggioranza di coloro che hanno una statura inferiore a 6 piedi pu decidere che sia la minoranza di coloro che hanno statura superiore a 6 piedi a pagare tutte le tasse). In una democrazia, i poteri dei governanti devono essere limitati ed il criterio di una democrazia  questo: in una democrazia i governanti cio il
governo possono essere licenziati dai governati senza spargimenti di sangue. Quindi se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilit di lavorare per un cambiamento pacifico, il loro governo  una tirannia.
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2. Dobbiamo distinguere soltanto fra due forme di governo, cio quello che possiede istituzioni di questo genere e tutti gli altri; vale a dire fra democrazia e tirannide.
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3. Una costituzione democratica consistente deve escludere soltanto un tipo di cambiamento nel sistema legale, cio quel tipo di cambiamento che pu mettere in pericolo il suo carattere democratico.
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4. In una democrazia, l'integrale protezione delle minoranze non deve estendersi a coloro che violano la legge e specialmente a coloro che incitano gli altri al rovesciamento violento della democrazia32.
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5. Una linea politica volta all'instaurazione di istituzioni intese alla salvaguardia della democrazia deve sempre operare in base al presupposto che ci possono essere tendenze anti-democratiche latenti sia fra i governati che fra i governanti.
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6. Se la democrazia  distrutta, tutti i diritti sono distrutti, anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione33.
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7. La democrazia offre un prezioso campo di battaglia per qualsiasi riforma ragionevole dato che essa permette l'attuazione di riforme senza violenza. Ma se la difesa della democrazia non diventa la preoccupazione preminente in ogni battaglia particolare condotta su questo campo di battaglia, le tendenze anti-democratiche latenti che sono sempre presenti (e che fanno appello a coloro che soffrono sotto l'effetto stressante della societ, quale lo abbiamo definito nel Capitolo 10) possono provocare il crollo della democrazia.
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Se la comprensione di questi principi non  ancora sufficientemente sviluppata, bisogna promuoverla. La linea politica opposta pu riuscire fatale; essa pu comportare la perdita della battaglia pi importante, che  la battaglia per la stessa democrazia.
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In contrapposizione a una linea politica siffatta, quella dei partiti marxisti pu essere definita una linea politica che rende i lavoratori sospettosi della democrazia. In realt dice Engels lo Stato non  che una macchina per la oppressione d'una classe per mezzo di un'altra, e ci non meno nella repubblica democratica che nella monarchia34. Ma concezioni di questo genere devono determinare:
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1. Una linea politica che consiste nel far ricadere sulla democrazia la responsabilit di tutti i mali che non impedisce, invece che nel riconoscere che la responsabilit ricade sui democratici, e di solito sull'opposizione non meno che sulla maggioranza. (Ogni opposizione ha la maggioranza che si merita).
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2. Una linea politica che tende ad educare i governati a considerare lo Stato non come loro proprio, ma come appartenente ai governanti.
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3. Una linea politica che ribadisce che c' un solo modo per migliorare le cose, quello cio della conquista totale del potere. Ma ci trascura il solo aspetto di importanza decisiva nella democrazia, il fatto cio che essa riesce a controllare e controbilanciare il potere. Una linea politica di questo genere finisce col lavorare a vantaggio dei nemici della societ aperta, fornendo ad essi un'involontaria quinta colonna. E contro il Manifesto che afferma35, ambiguamente, che il primo passo nella rivoluzione operaia  l'elevarsi del proletariato a
classe dominante, la conquista della democrazia, sostengo che, se proprio questo viene considerato come il primo passo, allora la battaglia della democrazia  irrimediabilmente perduta.
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Queste sono le conseguenze generali delle dottrine tattiche di Engels e delle ambiguit radicate nella teoria della rivoluzione sociale. In ultima analisi esse non sono che le conseguenze estreme del modo platonico di porsi il problema della politica chiedendo: Chi deve governare lo Stato? (cfr. il Capitolo 7).  tempo ormai che ci si renda conto che la domanda: Chi deve esercitare il potere nello Stato? importa ben poco rispetto alle domande: Come  esercitato il potere?, e Quanto  il potere esercitato?. Dobbiamo renderci conto che, in sostanza, tutti i problemi politici sono problemi istituzionali, problemi di struttura legale piuttosto che di persone, e che il progresso verso una maggiore uguaglianza pu essere salvaguardato soltanto mediante il controllo istituzionale del potere.
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Come nel Capitolo precedente, cercher ora di illustrare il secondo passo fornendo qualche esempio sul modo in cui la profezia ha influenzato gli sviluppi storici recenti. Tutti i partiti hanno una specie di interesse acquisito nei motivi impopolari dei loro oppositori: vivono di essi e, quindi, sono destinati a insistere su di essi, a sottolinearli e anche ad anticiparli. Essi possono anche incoraggiare gli errori politici dei loro oppositori nella misura in cui possono farlo senza condividerne la responsabilit. Ci unitamente alla teoria di Engels, ha spinto alcuni partiti marxisti a compiacersi delle iniziative politiche promesse dai loro oppositori contro la democrazia.
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Invece di combattere energicamente contro queste iniziative, si compiacevano di dire ai loro seguaci: Vedete che cosa combina questa gente. Questa la chiamano democrazia. Questa la chiamano libert ed uguaglianza! Ricordatevelo quando viene il giorno della resa dei conti. (Frase ambigua che pu riferirsi sia al giorno delle elezioni che al giorno della rivoluzione). .
Questa linea politica, che consiste nel lasciare che i propri oppositori si smascherino da s, se estesa anche alle iniziative dirette contro la democrazia, porta al disastro.  la linea politica del fare gran chiasso, ma del non fare niente di concreto di fronte al reale e crescente pericolo al quale sono esposte le istituzioni democratiche.  la linea politica che consiste nel parlare da lupi e nell'agire da agnelli, che ha insegnato ai fascisti il vantaggioso metodo di parlare da agnelli e di agire da lupi. Non c' infatti possibilit di dubbio sui vantaggi che l'ambiguit or ora ricordata ha assicurato a quei gruppi fascisti che si proponevano di distruggere la democrazia. Infatti dobbiamo sempre tenere presente la possibilit che tali gruppi esistono e che la loro influenza in seno alla cosiddetta borghesia dipenda in larga misura dalla linea politica seguita dai partiti dei lavoratori.
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Per esempio, consideriamo pi da vicino come  stata sfruttata, nella lotta politica, la minaccia di rivoluzione o anche di scioperi politici (in opposizione a conflitti salariali, ecc.). Come abbiamo indicato pi sopra, la questione decisiva in questo caso  se tali mezzi sono usati come armi offensive o semplicemente per la difesa della democrazia. In seno a una democrazia, essi risultano giustificati solo come arma puramente difensiva e, quando sono stati risolutamente applicati con propositi inequivocabilmente difensivi, hanno in genere portato al successo. (Si pensi alla rapida liquidazione del putsch di Kapp).
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Ma, se usati come arma offensiva, portano fatalmente a un rafforzamento delle tendenze anti-democratiche nel campo dell'opposizione, perch ovviamente impediscono alla democrazia di
funzionare. Inoltre un tale uso rende l'arma inefficace per la difesa. Se si usa la frusta, quando il cane  tranquillo, essa riuscir inefficace quando si dovr utilizzarla per dissuaderlo dal diventare cattivo. La difesa della democrazia deve consistere nel rendere gli esperimenti anti-democratici troppo onerosi per coloro che li tentano; molto pi onerosi di un compromesso democratico... Il ricorso, da parte dei lavoratori, a qualsivoglia genere di pressione non-democratica  verosimilmente destinato a provocare una contropressione simile o addirittura anti-democratica, cio a provocare una manovra contro la democrazia.
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Una tale manovra anti-democratica da parte dei governanti , naturalmente, una cosa molto pi seria e pericolosa di una manovra analoga da parte dei governati. Dovrebbe essere compito
dei lavoratori contrastare risolutamente questa manovra pericolosa, bloccarla fin nelle sue origini meno vistose. Ma come possono essi ora combattere in nome della democrazia? La loro stessa azione anti-democratica finisce con l'offrire un'occasione ai loro nemici e ai nemici della democrazia.
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Le vicende dello sviluppo ora indicate possono, se si vuole, essere interpretate diversamente: possono cio portare alla conclusione che la democrazia non va. Questa , del resto, una conclusione che molti marxisti hanno tratto. Dopo essere stati battuti in quella che credevano fosse la lotta democratica (che in realt avevano gi perduto nel momento in cui avevano formulato la loro dottrina tattica), essi dissero: Siamo stati troppo miti, troppo umani: la prossima volta faremo una rivoluzione davvero sanguinaria!  come se un uomo che perde un incontro di pugilato concludesse: il pugilato non va; avrei dovuto usare una clava... Il fatto  che i marxisti insegnarono la teoria della guerra di classe ai lavoratori, ma la pratica la insegnarono agli intransigenti reazionari della borghesia.
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Marx parl di guerra. I suoi avversari lo ascoltarono attentamente; poi cominciarono a parlar di pace e ad accusare i lavoratori di bellicismo; e questa accusa i marxisti non poterono respingerla, dal momento che la guerra di classe era il loro slogan. E i fascisti passarono all'azione.
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Fino a questo punto la mia analisi riguarda soprattutto taluni partiti socialdemocratici pi radicali che hanno basato la loro politica interamente sull'ambigua dottrina tattica di Engels. Gli effetti disastrosi della tattica di Engels furono aggravati, nel loro caso, dalla mancanza di un programma pratico, mancanza che abbiamo esaminato nel precedente Capitolo. Ma anche i comunisti adottarono la tattica qui criticata in certi periodi, specialmente dove gli altri partiti dei lavoratori, per esempio il partito socialdemocratico o il partito laburista, rispettavano le regole democratiche.
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Ma la situazione era diversa nel caso dei comunisti che avevano un programma: Imitare la Russia!. Questo li rese pi precisi nelle loro dottrine rivoluzionarie e anche nella loro affermazione che la democrazia significa esclusivamente la dittatura della borghesia36. Secondo questa affermazione, non c' molto da perdere e c' anzi qualcosa da guadagnare se questa dittatura nascosta diventa una dittatura esplicita, evidente a tutti, infatti, ci non pu far altro che accelerare l'avvento della rivoluzione37. Essi sperarono persino che
una dittatura totalitaria nell'Europa centrale avrebbe accelerato le cose.
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Dopo tutto, poich la rivoluzione era destinata a venire, il fascismo poteva essere soltanto uno dei mezzi per realizzarla; e ci era tanto pi plausibile in quanto la rivoluzione era evidentemente in gravissimo ritardo. La Russia l'aveva gi realizzata, nonostante le sue arretrate condizioni economiche. Soltanto le vane speranze alimentate dalla democrazia38 la ritardavano nei paesi pi avanzati. Cos la distruzione della democrazia ad opera dei fascisti poteva solo favorire la rivoluzione provocando l'estrema delusione dei lavoratori nei
confronti dei metodi democratici. Con ci, l'ala radicale del marxismo39 credette di avere scoperto l'essenza e il vero ruolo storico del fascismo. Il fascismo era, in sostanza, l'ultima trincea della borghesia40. Quindi, i comunisti non combatterono quando i fascisti conquistarono il potere. (Nessuno si aspettava che i socialdemocratici avrebbero combattuto). .
Infatti i comunisti erano sicuri che la rivoluzione proletaria era in ritardo e che l'interludio fascista, necessario per accelerarne la venuta, non sarebbe potuto durare pi di qualche mese. Cos non si richiese dai comunisti alcuna azione: essi restarono inerti. Non ci fu mai un pericolo comunista alla conquista fascista del potere. Come fece rilevare una volta
Einstein, di tutti i gruppi organizzati della comunit, a opporre una seria resistenza fu solo la Chiesa, o meglio un settore della Chiesa.
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Note.
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1. Cfr. Il Capitale, cit., p. 825.
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2 Il passo  tratto dal Manifesto del partito comunista, cit., p. 68.
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3. Cfr. Il Capitale, cit., p. 552. A questo punto  opportuna un'osservazione a proposito dell'espressione concentrazione del capitale (che ho tradotto nel testo concentrazione del capitale in poche mani). Nella terza edizione de Il Capitale (cfr. Il Capitale, cit., pp. 684 sgg.) Marx introdusse le seguenti distinzioni: a) con accumulazione del capitale egli intende la pura e semplice crescita dell'ammontare totale di beni capitali, per esempio in una data regione; b) con concentrazione del capitale egli intende (cfr. op. cit., p. 685) la crescita normale del capitale nelle mani dei vari capitalisti singoli, crescita che dipende dalla tendenza generale dell'accumulazione e che assicura ad essi il comando su un numero crescente di lavoratori; c) con centralizzazione egli intende (cfr. op. cit., p. 686) quel genere di crescita del capitale che  dovuto all'espropriazione di alcuni capitalisti da parte di altri capitalisti (un capitalista liquida molti suoi colleghi).
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Nella seconda edizione, Marx non aveva fatto la distinzione fra concentrazione e centralizzazione ed usava il termine concentrazione sia nel senso b) che nel senso c). A indicare la differenza, nella terza edizione (ibidem) egli dice:  questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell'accumulazione e concentrazione. Nella seconda edizione, leggiamo nello stesso luogo: In questo caso abbiamo un'autentica concentrazione, in opposizione ad accumulazione.
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La modifica, tuttavia, non fu introdotta in tutto il libro, ma soltanto in pochi passi (specialmente pp. 686-8 e 826). Nel passo qui citato nel testo, la formulazione  rimasta identica a quella della seconda edizione. Nel passo (p. 826) citato nel testo relativo alla nota 15 a questo Capitolo, Marx sostitu concentrazione con centralizzazione.
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4. Cfr. K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, con prefazione di F. Engels, trad. it., Roma 1896, Feltrinelli Reprint, Milano, p. 19: il corsivo  mio. Dice Marx: Trionf la repubblica borghese. Con lei erano l'aristocrazia della finanza, la borghesia industriale, la classe media, la piccola borghesia, l'esercito, la plebaglia organizzata in guardia mobile, le sommit intellettuali, i preti e la popolazione rurale. Con i lavoratori di Parigi non vi erano altri all'infuori di loro stessi. Per un'affermazione incredibilmente ingenua fatta da Marx a proposito dei produttori delle campagne, cfr. anche la nota 43 al Capitolo 20.
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5. Cfr. il testo relativo alla nota 11 al Capitolo 18.
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6. Cfr. la citazione alla nota 4 al presente Capitolo, specialmente il riferimento alla classe media e agli intellettuali. Per la plebaglia, cfr. lo stesso luogo e Il Capitale, cit., pp. 704 sg. (dove l'espressione  tradotta con sottoproletariato).
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7. Per il significato di coscienza di classe nel senso di Marx, si veda la fine della sezione 1 del Capitolo 16. A prescindere dal possibile sviluppo di uno spirito disfattista, come abbiamo rilevato nel testo, ci sono altre cose che possono indebolire la coscienza di classe dei lavoratori e che possono provocare la disunione in seno alla classe lavoratrice. Lenin, per esempio, ricorda che l'imperialismo pu provocare una frattura fra i lavoratori offrendo loro di partecipare al suo bottino; egli scrive (6. Lenin L'imperialismo fase suprema del capitalismo, trad. it. di Valentino Parlato, Editori Riuniti, Roma 1970, p. 147; cfr. anche la nota 40 al Capitolo 20): Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del 19simo e degli inizi del 20simo secolo.
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H.B. Parkes giustamente menziona nella sua eccellente analisi, Marxism A Post Mortem (1940; pubblicato anche sotto il titolo Marxism An Autopsy), che  senz'altro possibile che imprenditori e lavoratori sfruttino insieme il consumatore, in un'industria protetta o monopolistica essi possono partecipare insieme alla divisione del bottino. Questa possibilit mostra che Marx esagera l'antagonismo fra gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori. Infine,  opportuno far presente che la tendenza della maggior parte dei governi a procedere lungo la linea di minor resistenza  destinata a portare al seguente risultato. Poich lavoratori e imprenditori costituiscono i gruppi meglio organizzati e politicamente pi forti della comunit, un governo moderno pu facilmente tendere a soddisfare gli uni e gli altri a spese del consumatore. E pu farlo senza sentirsi in colpa, perch si convincer di aver operato bene assicurando la pace fra le parti pi antagonistiche della comunit.
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8. Cfr. il testo relativo alle note 17 e 18 a questo Capitolo.
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9. Alcuni marxisti arrivano anche al punto di affermare che una rivoluzione sociale violenta comporterebbe molto minori sofferenze di quante non ne comportino i mali cronici inerenti a quello che chiamano capitalismo. (Cfr. L. Laurat, Marxism and Democracy, trad. di E. Fitzgerald, 1940, p. 38, nota 2); Laurat critica Sidney Hook, Towards an Understanding of Marx, perch sostiene idee questo genere. Questi marxisti, tuttavia, non indicano la base scientifica di tale valutazione; o, per esprimerci pi schiettamente, di questo saggio assolutamente irresponsabile di presunzione oracolare.
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10. Va da s dice Engels a proposito di Marx ricordando il suo Hegel che l dove le cose e le loro reciproche relazioni sono concepite non fisse ma mutevoli, anche i loro riflessi mentali, i concetti, sono egualmente soggetti a mutamento e trasformazione; e che lungi dall'incapsularli in rigide definizioni bisogna svilupparli nel loro processo di formazione sia logico che storico (Cfr. la Prefazione di Engels a Il Capitale, libro 3, cit., p. 20).
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11. La corrispondenza non  precisa perch i comunisti talvolta professano la teoria pi moderata, specialmente in quei paesi nei quali questa teoria non  rappresentata dai socialdemocratici. Cfr., per esempio, il testo relativo alla nota 26 a questo Capitolo.
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12. Cfr. le note 4 e 5 al Capitolo 17, e il relativo testo, e la nota 14 al presente Capitolo; si vedano anche le note 17 e 18 al present e Capitolo e il relativo testo.
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13. Ci sono, naturalmente, posizioni intermdie fra queste due, e ci sono anche posizioni marxiste pi moderate: specialmente il cosiddetto revisionismo di E. Bernstein. Quest'ultima posizione, di fatto, rinuncia completamente al marxismo e si limita a propugnare un movimento di lavoratori strettamente democratico e non violento.
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14. Questo sviluppo di Marx , naturalmente, un'interpretazione e, per giunta, non molto convincente; la verit  che Marx non era molto coerente e che egli usava i termini rivoluzione, forza, violenza, ecc., con una sistematica ambiguit. Ad adottare questo atteggiamento fu in parte costretto dal fatto che la storia durante la sua vita non procedeva secondo il suo piano. Essa si conformava alla teoria marxista solo in quanto mostrava con estrema chiarezza la tendenza ad allontanarsi da quello che Marx chiamava capitalismo, cio ad allontanarsi dalla pratica del non intervento. Marx accenn spesso, con soddisfazione, a questa tendenza, per esempio nella sua prefazione alla prima edizione de Il Capitale. (Cfr. la citazione alla nota 16 al presente Capitolo; si veda anche il testo relativo).
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D'altra parte proprio questa tendenza (verso l'interventismo) port a un miglioramento della sorte del lavoratori, in contrasto con 1a teoria di Marx, e quindi ridusse la probabilit di una rivoluzione. Le ondeggianti e ambigue interpretazioni che Marx stesso diede della propria dottrina sono probabilmente il risultato di questa situazione. Al fine di illustrare questo punto, si possono citare due passi, tratti rispettivamente da un'opera giovanile e da un'opera tarda di Marx. Il primo di essi  tratto dall'Appello alla Lega comunista (1850; cfr. H.o.M., pp. 60 sgg. Labour Monthly, settembre 1922, pp. 136 sgg.).
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Il passo  interessante per il suo carattere pratico. Marx suppone che i lavoratori, insieme con i democratici borghesi, abbiamo vinto la battaglia contro il feudalesimo e abbiano instaurato un regime democratico. Marx proclama che, dopo aver ottenuto ci, il grido di battaglia dei lavoratori deve essere: Rivoluzione permanente. E che cosa ci significhi, egli lo spiega particolareggiatamente (p. 66): Essi devono agire in modo tale che l'eccitazione rivoluzionaria non si spenga subito dopo la vittoria. Al contrario, devono mantenerla viva il pi a lungo possibile. Ben lungi dall'opporsi ai cosiddetti eccessi, come ad esempio sacrificare alla vendetta popolare individui odiati o edifici pubblici ai quali siano connesse odiose memorie, fatti del genere non devono essere soltanto tollerati, ma devono essere diretti dagli stessi lavoratori, perch siano di esempio. (Cfr. anche il punto (1) della nota 35 a questo Capitolo e la nota 44 al Capitolo 20).
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Un passo moderato che  in contrasto con quello or ora ricordato, si trova nell'Appello alla Prima Internazionale di Marx (Amsterdam, 1872; cfr. L. Laurat, op. cit., p. 36): Noi non neghiamo che ci siano paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, se conoscessi meglio le vostre istituzioni potrei forse aggiungere l'Olanda nei quali i lavoratori riusciranno a conseguire i loro fini con mezzi pacifici. Ma non sar cos in tutti i paesi. Per queste opinioni pi moderate, cfr. anche il testo relativo alle note 16-18 al presente Capitolo.
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Ma il colmo della confusione, e per giunta condensato in brevissimo spazio, si trova gi in una delle prime opere, e precisamente nel sommario finale del Manifesto dove noi troviamo le due seguenti affermazioni contraddittorie, separate fra loro da una frase soltanto: 1) In una parola, i comunisti appoggiano dappertutto ogni moto rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche esistenti. (E ci deve includere l'Inghilterra, per esempio). 2) I comunisti finalmente lavorano all'unione e all'intesa dei partiti democratici di tutti i paesi. A rendere completa la confusione, c' poi la seguente affermazione: I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l'abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente. (Le condizioni democratiche non sono escluse).
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15. Cfr. Il Capitale, cit., pp. 825 sg. (Per quanto riguarda la sostituzione nella terza edizione del termine centralizzazione al termine concentrazione della seconda edizione, cfr. la nota 3 al presente Capitolo). Questo passo  fortemente influenzato dalla dialettica hegeliana, come risulta dalla sua continuazione. (Hegel chiamava talvolta l'antitesi di una tesi la sua negazione e la sintesi la negazione della negazione). Il modo di appropriazione capitalistico... scrive Marx  la prima negazione della propriet privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l'ineluttabilit di un processo naturale, la propria negazione.  la negazione della negazione. E questa... ristabilisce... il possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione... (Per una pi dettagliata derivazione dialettica del socialismo, cfr. la nota 5 al Capitolo 18).
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16. Questo era, l'atteggiamento adottato da Marx nella sua Prefazione alla prima edizione de Il Capitale, (cit., p. 34), dove dice: Tuttavia non si pu misconoscere che qui c' un progresso... I rappresentanti esteri della corona inglese vi esprimono... l'opinione che... in tutti gli Stati inciviliti del continente europeo una trasformazione dei rapporti esistenti
fra capitale e lavoro  altrettanto sensibile e altrettanto inevitabile che in Inghilterra... Il signor Wade, vicepresidente degli Stati Uniti dell'America del Nord, ha dichiarato in pubblici meetings che, compiuta l'abolizione della schiavit, si presenta all'ordine del giorno la trasformazione dei rapporti del capitale e della propriet fondiaria! (Cfr. anche la nota
14 a questo Capitolo).
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17.  Cfr. la Prefazione di Engels alla prima edizione inglese de Il Capitale (Il Capitale, ed. it. cit., p. 57). Questo passo  citato pi ampiamente nella nota 9 al Capitolo 17.
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18- Cfr. la lettera di Marx a Hyndman dell'8 dicembre 1880; si veda H.H. Hyndman, The Record of an Adventurous Life (1911), p. 283. Cfr. anche L. Laurat, op. cit., p. 239.  opportuno citare qui pi ampiamente il passo: Se dici di non condividere le opinioni del mio partito per quanto riguarda l'Inghilterra, posso solo rispondere che quel partito considera una rivoluzione inglese non necessaria, ma secondo i precedenti storici possibile. Se l'inevitabile evoluzione sfocia in una rivoluzione, la colpa non sarebbe soltanto delle classi dirigenti, ma anche della classe lavoratrice. (Si noti l'ambiguit della posizione).
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19. H.B. Parkes, Marxism A Post Mortem, p. 101 (cfr. anche pp. 106 sgg.), esprime una opinione analoga; egli sostiene che la convinzione marxista che il capitalismo non pu essere riformato, ma pu solo essere distrutto  uno dei fondamenti caratteristici della teoria marxista dell'accumulazione. Adottate qualche altra teoria egli dice ... e risulta possibile che il capitalismo sia trasformato con metodi graduali.
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20. Cfr. la fine del Manifesto del partito comunista, cit., p. 113: I proletari non hanno nulla da perdere... fuorch le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare.
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21. Cfr. il Manifesto del partito comunista, cit., p. 87; il passo  citato pi ampiamente nel testo relativo alla nota 35 a questo Capitolo. L'ultima citazione di questo capoverso  tratta sempre dal Manifest o, p. 74. Cfr. anche la nota 35 a questo Capitolo.
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22. Ma le riforme sociali sono state raramente attuate sotto la pressione di coloro che soffrono; i movimenti religiosi  comprendo fra essi gli utilitaristi e gli individui singoli (come Dickens) possono influenzare grandemente l'opinione pubblica. Ed Henry Ford scopr, con stupore di tutti i marxisti e di molti capitalisti, che un aumento dei salari pu risolversi in un vantaggio per l'imprenditore.
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23. Cfr. le note 18 e 21 al Capitolo 18.
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24. Cfr. il Manifesto del partito comunista, cit., p. 76.
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25. Cfr. Stato e rivoluzione, cit., p. 175. Ecco il passo riprodotto per intero: La democrazia ha una grandissima importanza nella lotta della classe operaia contro i capitalisti per la sua emancipazione. Ma la democrazia non  affatto un limite insuperabile;  semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo.
Lenin ribadisce che democrazia vuol dire soltanto uguaglianza formale cfr. anche 6. Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, trad. it. a cura di I. Ambrogio, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 43, dove Lenin usa contro Kautsky questo argomento hegeliano dell'uguaglianza meramente formale: ... egli scambia... l'uguaglianza formale (interamente menzognera e ipocrita in regime capitalistico) per uguaglianza effettiva.
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26. Cfr. Parkes, Marxism A Post Mortem, p. 219.
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27. Una siffatta mossa tattica  in armonia con il Manifest o del partito comunista (cit., p. 113), che annuncia che i comunisti lavorano all'unione e all'intesa dei partiti democratici di tutti i paesi, ma che annuncia nello stesso tempo che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l'abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente, quello democratico compreso. Ma una siffatta mossa tattica  anche in armonia con il programma di partito del 1928; infatti questo dice (H.o.M. 1036, il corsivo  mio = Il programma dell'internazionale comunista, Modern Books Ltd., Londra 1932, 61): Nel fissare la propria linea tattica ciascun Partito Comunista deve tener conto della concreta situazione interna ed esterna... Il partito fissa i suoi slogan... con l'intento di organizzare... le masse nella pi vasta scala possibile. Ma ci si pu ottenere senza fare pieno uso della sistematica ambiguit del termine rivoluzione.
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28. Cfr. il Manifesto del partito comunista, cit., p. 113 e Programma dell'Internazionale comunista, 65; e la fine della nota 14 a questo Capitolo (Si veda anche la nota 37).
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29. Questa non  una citazione ma una parafrasi. Cfr. per esempio, il passo tratto dalla Prefazione di Engels alla prima edizione inglese de Il Capitale citato nella nota 9 al Capitolo 17. Si veda anche L. Laurat, op. cit., p. 240.
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30. Il primo dei due passi  tratto da L. Laurat, loc. cit.; per il secondo, cfr. K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, con l'Introduzione di F. Engels, trad. it. di P. Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1962, p. 83. Il corsivo  mio.
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31. Engels era in parte consapevole del fatto che era stato costretto ad effettuare un cambiamento di fronte, poich la storia, come egli disse, ha dato torto a noi e a quelli che pensavano in modo analogo. (Introduzione a K. Marx, op. cit., p. 58). Ma era soprattutto consapevole di un errore, cio che egli e Marx avevano sopravvalutato la rapidit dello sviluppo. Che lo sviluppo fosse di fatto orientato in una direzione diversa, non volle mai ammetterlo, anche se se ne lamentava; cfr. il testo relativo alle note 38-39 al Capitolo 20, dove cito la paradossale lamentela sull'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato.
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32. Cfr. la nota 4.
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33. Essi possono continuare anche per altre ragioni; per esempio, perch la forza del tiranno dipende dal sostegno di una data part e dei governati. Ma ci non significa che la tirannide debba effettivamente essere un governo di classe, come i marxisti pretendono. Infatti, anche se il tiranno  costretto a corrompere una data parte della popolazione, ad accordarle vantaggi economici o di altro genere, ci non significa che egli sia condizionato da questa parte, o che tale parte abbia la forza di rivendicare e di far riconoscere questi vantaggi come proprio diritto. Se non ci sono in funzione istituzioni che consentono a questa parte di far valere la sua influenza, il tiranno pu revocare i benefici goduti da questa parte e cercare appoggi da un'altra parte.
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34. Cfr. La guerra civile in Francia, cit., p. 13. Si veda anche La rivoluzione proletaria, cit., pp. 40-1.
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35. Cfr. il Manifesto del partito comunista, cit., p. 87. (Si veda anche la nota 21 a questo Capitolo). Cfr. inoltre il passo seguent e (ivi, p. 76): Lo scopo immediato dei comunisti  la... conquista del potere politico da parte del proletariato.
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(1) Suggerimenti tattici che devono portare alla perdita della battaglia della democrazia sono dati in dettaglio da Marx nel suo Appello alla Lega Comunista. (H.o.M., 67 Labour Monthly, settembre 1922, 143; cfr. anche la nota 14 a questo Capitolo e la nota 44 al Capitolo 20). Marx spiega qui quale atteggiamento si deve assumere, dopo che la democrazia  stata raggiunta, nei confronti del partito democratico con il quale, secondo il Manifesto (cfr. la nota 14 a questo Capitolo), i comunisti dovevano avere instaurato unione e intesa. Marx dice: Insomma, dal primo momento della vittoria noi non dobbiamo pi rivolgere la nostra diffidenza contro il nemico reazionario battuto, ma contro i nostri ex-alleati. (Cio i democratici).
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Marx pretende che l'armamento dell'intero proletariato con carabine, fucili e munizioni dev'essere realizzato immediatamente e che i lavoratori devono cercare di organizzarsi in una guardia indipendente, con i propri capi e con un proprio stato maggiore. Il fine  che il governo democratico borghese non solo perda immediatamente ogni sostegno fra i lavoratori, ma si trovi dall'inizio sotto la supervisione e le minacce di autorit dietro le quali  schierata l'intera massa della classe lavoratrice.
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 chiaro che questa politica  destinata a distruggere la democrazia. Essa  destinata a far s che il governo si rivolga contro quei lavoratori che non sono disposti a rispettare la legge, ma cercano di governare con le minacce. Marx cerca di giustificare la sua linea politica ricorrendo alla profezia (H.o.M., cit., pp. 68 e 67 Lobour Mont hly, settembre 1922, 143): Non appena il nuovo governo  instaurato, comincer a lottare contro i lavoratori e dice, inoltre: Affinch questo partito, (cio i democratici) da parte del quale il tradimento dei lavoratori comincer fin dalla prima ora della vittoria sia frustrato nella sua opera nefanda,  necessario organizzare e armare il proletariato.
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Penso che una tattica del genere sia destinata a produrre precisamente l'effetto nefando che egli profetizza. Esso infatti farebbe s che si avveri la sua profezia storica. In realt, se i lavoratori dovessero agire in questo modo, ogni democratico sensato sarebbe costretto (anche se volesse, e particolarmente se volesse, promuovere la causa degli oppressi) a unirsi a quello
che Marx qualifica come il tradimento dei lavoratori, e a lottare contro coloro che sarebbero in procinto di distruggere le istituzioni democratiche idonee a proteggere l'individuo dalla benevolenza di tiranni e di grandi dittatori.
Aggiunger che i passi citati sono affermazioni relativamente giovanili di Marx e che le sue pi mature opinioni erano probabilmente un po' diverse e comunque pi ambigue. Ma ci non toglie che questi passi giovanili abbiano avuto una durevole influenza e che si sia spesso agito in conformit con essi a danno di tutti gli interessati.
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(2) In relazione al punto b) del testo si pu citare un passo di Lenin (La rivoluzione proletaria, cit., p. 36): gli operai sanno... perfettamente che il parlamento borghese  un istituto a loro estraneo, un'arma di oppressione dei proletari da parte della borghesia, un'istituzione della classe nemica, della minoranza sfruttatrice.  chiaro che affermazioni di questo genere non potevano incoraggiare i lavoratori a difendere la democrazia parlamentare contro l'assalto dei fascisti.
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36. Cfr. 6. Lenin, Stato e rivoluzione, cit., pp. 161 sg.: Democrazia... per i ricchi: questo  il sistema democratico della societ  capitalistica... Marx afferr perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia capitalistica, quando... disse: agli oppressi  permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenter e li opprimer in Parlamento!.
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37. Lenin scrive (L'estremismo, malattia infantile del comunismo, trad. it. di F. Platone, Editori Riuniti, Roma 1963, pp. 149 sg.): ... occorre concentrare... tutta l'attenzione sul passo successivo... sulla ricerca delle forme di passaggio o di avvicinamento alla rivoluzione proletaria. L'avanguardia proletaria  ideologicamente conquistata... Ma di qui alla vittoria la distanza  ancora abbastanza grande... Affinch effettivamente tutta la classe,... le grandi masse dei lavoratori e degli oppressi dal capitale giungano a prendere tale posizione, la sola propaganda, la sola agitazione non bastano. Per questo  necessaria l'esperienza politica delle masse stesse. Tale  la legge fondamentale di tutte le grandi rivoluzioni... Le masse... hanno dovuto sperimentare a loro spese... l'inevitabilit della dittatura dei reazionari estremi... come unica alternativa alla dittatura del proletariato per svoltare risolutamente verso il comunismo.
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38. Com'era prevedibile, ciascuno dei due partiti marxisti cerca di addossare all'altro la responsabilit del proprio fallimento; l'uno rinfaccia all'altro la sua politica catastrofica e, a sua volta, il secondo accusa il primo di aver mantenuto viva la fiducia dei lavoratori nella possibilit di vincere la battaglia della democrazia. Non  senza ironia che si scopre che
Marx stesso ha fornito un'eccellente descrizione minuziosa fino al dettaglio, di questo metodo di far ricadere sulle circostanze, e specialmente sul partito concorrente, la colpa del proprio fallimento. (La descrizione era, naturalmente, diretta da Marx contro un gruppo concorrente di sinistra del suo tempo). Marx scrive (H.o.M., 130, l'ultimo corsivo  mio 6. Lenin, The Teachings of Karl Marx, L.L.L, vol. I, 55): Essi non devono considerare troppo criticamente le proprie forze. Essi devono soltanto dare il segnale e il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si getta sugli oppressori. Se nella realt dei fatti, le loro... forze risultassero assolutamente inadeguate la colpa ricadr o sui perniciosi sofisti (presumibilmente, l'altro partito) che dividono il popolo unito in diversi campi ostili, ovvero,... l'intera impresa sar fallita per un nonnulla nella sua esecuzione oppure un accidente imprevisto avr, per il momento, falsato il gioco. In ogni caso il democratico (o l'anti-democratico) esce dalla pi vergognosa sconfitta immacolato, cos come si  gettato innocente nell'impresa, acquisendo in pi la convinzione che  destinato alla vittoria; che n lui n il suo partito devono rinunciare al loro vecchio punto di vista, ma che, al contrario, devono maturare le condizioni per procedere nella sua direzione....
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39. Parlo di ala radicale perch questa interpretazione storicistica del fascismo come stadio inevitabile di uno sviluppo inesorabile  stata fatta propria e difesa anche da gruppi del tutto estranei alle file dei comunisti. Anche alcuni dei capi dei lavoratori viennesi che opposero un'eroica ma tardiva e malamente organizzata resistenza al fascismo credevano sinceramente che il fascismo fosse un passo necessario nello sviluppo storico verso il socialismo. Per quanto lo odiassero, essi si sentivano costretti a considerare anche il fascismo come un passo avanti, capace di far avvicinare il popolo che soffre all'obiettivo finale.
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40. Cfr. il passo citato nella nota 37 a questo Capitolo.
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CAPITOLO VENTESIMO.
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IL CAPITALISMO E IL SUO DESTINO.
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Secondo la dottrina marxista, il capitalismo soffre di contraddizioni interne che minacciano di provocarne la caduta. Un'analisi dettagliata di queste contraddizioni e del movimento storico che esse impongono alla societ costituisce il primo passo dell'argomento profetico di Marx. Questo passo non  soltanto il pi importante di tutta la sua teoria, ma  anche quello al quale egli dedic la maggior parte delle sue fatiche, dato che praticamente tutti e tre i volumi de Il Capitale (oltre 2200 pagine nell'edizione originale)1 sono consacrati alla sua elaborazione. .
Esso  anche il passo meno astratto dell'argomento, dato che si fonda su un'analisi descrittiva, sostenuta da statistiche, del sistema economico del suo tempo: quello del capitalismo sfrenato2. Come dice Lenin: Marx deduce l'inevitabilit della trasformazione della societ capitalistica nel socialismo interamente ed esclusivamente dalla legge economica del movimento della societ contemporanea.
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Prima di passare a spiegare in maniera un po' particolareggiata il primo passo dell'argomento profetico di Marx, cercher di delinearne le idee centrali sotto forma di brevissimo abbozzo.
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Marx crede che la competizione capitalistica forzi la mano al capitalista. Essa costringe il capitalista ad accumulare capitale. Facendo cos, egli lavora contro i suoi propri interessi economici a lungo termine (dato che l'accumulazione del capitale  destinata a provocare una caduta dei suoi profitti). Ma, anche se opera contro il proprio interesse personale, egli opera nell'interesse dello sviluppo storico: opera, senza saperlo, per il progresso economico e per il socialismo. Ci  dovuto al fatto che l'accumulazione di capitale significa:
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1. aumento della produttivit; aumento della ricchezza e concentrazione della ricchezza in poche mani;
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2. aumento della povert e della miseria; i lavoratori sono tenuti a salari di mera sussistenza o di fame, soprattutto perch il surplus di lavoratori, detto l'esercito industriale di riserva mantiene i salari al livello pi basso possibile. Il ciclo economico impedisce, nel lungo periodo, l'assorbimento del surplus di lavoratori da parte dell'industria in espansione. Tutto ci non pu essere modificato dai capitalisti, anche se lo vogliono; infatti, il tasso decrescente dei profitti rende la loro stessa posizione economica troppo precaria per
qualsiasi azione efficace. In questo modo, l'accumulazione capitalistica si presenta come un processo suicida e contraddittorio, anche se favorisce il progresso tecnico e storico verso il socialismo.
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1.
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Le premesse del primo passo sono le leggi della competizione capitalistica e dell'accumulazione dei mezzi di produzione. La conclusione  la legge della crescente ricchezza e miseria. Comincio la mia analisi con una spiegazione delle premesse e della conclusione. Sotto il capitalismo, la competizione fra capitalisti svolge un ruolo importante. La lotta della concorrenza, qual  analizzata da Marx ne Il Capitale3,  condotta vendendo le merci prodotte a un prezzo, se possibile, inferiore a quello che il competitore  in grado di sostenere.
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Il buon mercato delle merci spiega Marx dipende, caeteris paribus, dalla produttivit del lavoro, ma questa a sua volta dipende dalla scala della produzione. I capitali pi grossi sconfiggono perci quelli minori. Infatti, la produzione su vastissima scala  in genere in grado di impiegare macchinario pi specializzato e in quantit maggiore; ci determina l'incremento della produttivit dei lavoratori e consente al capitalista di produrre, e di vendere, a un prezzo inferiore. La concorrenza... termina sempre con la rovina di molti
capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore. (Questo processo , come rivela Marx, molto accelerato dal sistema creditizio).
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Secondo l'analisi di Marx, il processo descritto, di accumulazione dovuta alla competizione, ha due diversi aspetti. Uno di essi  che il capitalista  costretto ad accumulare o a concentrare sempre pi capitale, al fine di sopravvivere; ci significa in pratica investire sempre pi capitale in sempre pi abbondante e sempre pi nuovo macchinario, accrescendo cos continuamente la produttivit dei lavoratori.
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L'altro aspetto dell'accumulazione del capitale  la concentrazione di sempre maggiore ricchezza nelle mani dei vari capitalisti e della classe capitalistica; e di pari passo va la riduzione del numero dei capitalisti, processo questo chiamato da Marx centralizzazione4 del capitale (in contropposizione alla mera accumulazione o concentrazione).
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Ora, tre di questi termini, competizione, accumulazione e crescente produttivit indicano le tendenze fondamentali di tutta la produzione capitalistica, secondo Marx; esse sono le tendenze alle quali alludevo definendo la premessa del primo passo come le leggi della competizione e dell'accumulazione capitalistica. Il quarto e il quinto termine, cio concentrazione e centralizzazione, indicano invece una tendenza che costituisce una parte della conclusione del primo passo; infatti essi indicano la tendenza a un continuo incremento di ricchezza e alla sua centralizzazione in un numero sempre minore di mani. L'altra parte della conclusione, cio la legge della miseria crescente,  raggiunta invece soltanto mediante un argomento pi complicato. Ma, prima di cominciare una spiegazione di questo argomento, devo anzitutto spiegare questa stessa seconda conclusione.
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L'espressione miseria crescente, com' usata da Marx, pu significare due cose diverse. Pu essere impiegata al fine di indicare l'estensione della miseria, affermando che quest'ultima si estende a un numero sempre maggiore di persone; o pu essere impiegata al fine di indicare un aumento di intensit della sofferenza della gente. Marx senza dubbio riteneva che la miseria stesse crescendo in estensione e in intensit. Ci, tuttavia,  pi di quanto aveva bisogno per sviluppare il suo ragionamento. Ai fini dell'argomento profetico, un'interpretazione lata dell'espressione miseria crescente andrebbe altrettanto bene (se non meglio)5; un'interpretazione cio secondo la quale l'estensione della miseria cresce, mentre la sua intensit pu
crescere o non crescere, ma comunque non mostrare alcuna rilevante diminuzione.
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Ma c' anche un'altra e molto pi importante osservazione da fare. La miseria crescente, per Marx, implica fondamentalmente un crescente sfruttamento dei lavoratori impiegati, non solo in numero ma anche in intensit. Bisogna riconoscere che, in pi, essa implica un aumento della sofferenza e del numero dei disoccupati, chiamati6 da Marx il surplus (relativo) di popolazione o l'esercito industriale di riserva. Ma la funzione dei disoccupati, in questo processo,  di esercitare pressione sui lavoratori occupati, appoggiando cos i capitalisti negli sforzi intesi a trarre profitto dai lavoratori occupati, a sfruttarli.
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L'esercito industriale di riserva disponibile scrive Marx7  appartiene al capitale in maniera cos completa come se quest'ultimo l'avesse allevato a sue spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto... L'esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperit media sull'esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo di sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni.
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La miseria crescente, secondo Marx,  essenzialmente il crescente sfruttamento della forza lavoro; e siccome la forza lavoro dei disoccupati non  sfruttata, questi ultimi possono servire in tale processo soltanto come assistenti non pagati dei capitalisti nello sfruttamento dei lavoratori occupati. Il punto  importante, perch i marxisti posteriori si sono spesso richiamati alla disoccupazione come ad uno dei fatti empirici che confermano la profezia secondo la quale la miseria tende a crescere, ma si pu sostenere che la disoccupazione conferma la teoria di Marx soltanto se si verifica in concomitanza con un accresciuto sfruttamento dei lavoratori occupati, cio con pi lunghe ore di lavoro e con pi bassi salari reali.
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Ci pu bastare a spiegare l'espressione miseria crescente. Ma  ancora necessario spiegare la legge della miseria crescente, che Marx proclam di avere scoperto. Con essa intendo la dottrina di Marx dalla quale dipende tutt'intero l'argomento profetico; cio la dottrina secondo la quale il capitalismo non pu assolutamente cercar di diminuire la miseria dei lavoratori, dato che il meccanismo dell'accumulazione capitalistica tiene il capitalista sotto una forte pressione economica che  costretto a riversare sui lavoratori se non vuole soccombere.
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Questa  la ragione per cui i capitalisti non possono venire a compromessi, non possono accogliere alcuna importante rivendicazione dei lavoratori, anche se volessero farlo; questa  la ragione per cui il capitalismo non pu essere riformato ma pu solo essere distrutto8.  chiaro che questa legge  la conclusione decisiva del primo passo. L'altra conclusione, la legge della ricchezza crescente, non avrebbe effetti rovinosi, solo che fosse possibile far partecipare i lavoratori all'incremento della ricchezza. L'affermazione di Marx che ci  impossibile sar quindi oggetto centrale della nostra analisi critica. Ma prima di passare alla presentazione e alla critica degli argomenti di Marx in favore di questa affermazione mi soffermer brevemente sulla prima parte della conclusione, la teoria della ricchezza crescente.
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La tendenza all'accumulazione e alla concentrazione della ricchezza osservata da Marx, non pu certo essere contestata. Incontestabile  anche, in sostanza, la sua teoria della crescente produttivit. Mentre ci possono essere dei limiti agli effetti positivi esercitati dalla crescita di un'impresa sulla sua produttivit, non ci sono certo limiti agli effetti positivi determinati dal miglioramento e dall'accumulazione del macchinario. Ma per quanto riguarda la tendenza alla centralizzazione del capitale in un numero sempre minore di mani, le cose non sono affatto altrettanto semplici.
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C' indubbiamente una tendenza in questa direzione, e dobbiamo riconoscere che, in un sistema di capitalismo sfrenato, ci sono poche forze controbilancianti. Non molto si pu dire
contro questa parte dell'analisi di Marx in quanto descrizione di un capitalismo sfrenato. Ma in quanto profezia esso  meno sostenibile. Infatti, sappiamo che ora ci sono molte possibilit d'intervento da parte del legislatore. La tassazione e le imposte di successione possono essere usate, e di fatto sono state usate, molto efficacemente per contrastare la centralizzazione. .
E si pu anche usare, bench forse con minore efficacia, la legislazione anti-monopolistica. Per valutare la forza dell'argomento profetico di Marx dobbiamo prendere in considerazione la possibilit di decisivi miglioramenti in questa direzione; e, come in precedenti Capitoli, devo dichiarare che l'argomento sul quale Marx basa la sua profezia della centralizzazione
o della diminuzione del numero dei capitalisti non regge. Dopo aver illustrato le premesse e le conclusioni fondamentali del primo passo e dopo esserci sbarazzati della prima conclusione,
possiamo ora concentrare interamente l'attenzione sulla deduzione marxiana dell'altra conclusione, la legge profetica della crescita della pauperizzazione.
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Tre diverse direzioni di pensiero si possono distinguere negli sforzi da lui compiuti per dare un solido fondamento a questa profezia. Esse saranno esaminate nelle prossime quattro sezioni di questo Capitolo, nel seguente ordine: sezione 2: la teoria del valore; sezione 3: l'effetto del surplus di popolazione sui salari; sezione 4: il ciclo economico; sezione 5: gli effetti della caduta del tasso di profitto.
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La teoria del valore di Marx, normalmente considerata da marxisti e anche da anti-marxisti come una pietra angolare del credo marxista,  a mio giudizio una delle parti meno importanti di esso; in realt, la sola ragione per la quale penso di dovermene occupare invece di passare subito alla successiva sezione  che essa, in genere,  ritenuta importante e che non posso sostenere le mie ragioni di dissenso da questa opinione senza discutere la teoria. Ma desidero subito mettere in chiaro che, sostenendo che la teoria del valore  una parte pleonastica del marxismo, non intendo attaccare ma piuttosto difendere Marx.
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Infatti non c' dubbio che le numerose critiche che hanno messo in evidenza l'estrema debolezza della teoria del valore sono, in genere, senz'altro giuste; ma anche se fossero sbagliate, ci servirebbe solo a rafforzare la posizione del marxismo, la possibilit di dimostrare che le sue fondamentali dottrine storico-politiche possono essere sviluppate in maniera del tutto indipendente da tale teoria controversa.
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L'idea della cosiddetta teoria del valore lavoro9, che Marx adatt ai suoi fini dopo averne trovata l'indicazione nei suoi predecessori (egli si richiama specialmente ad Adam Smith e a David Ricardo),  abbastanza semplice. Se si ha bisogno di un carpentiere, bisogna pagarlo ad ora. Se gli si chiede perch una certa attivit  pi costosa di un'altra, egli risponder facendo presente che essa richiede pi lavoro. Naturalmente, in aggiunta al lavoro si deve pagare anche il legname. Ma, se si considera pi attentamente la questione, ci si avvede che, pagando il legname, non si fa altro che pagare indirettamente il lavoro richiesto per piantare gli alberi, per abbatterli, per trasportarli, per segarli, ecc.
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Questa considerazione ci suggerisce la teoria generale che, per una determinata attivit o per qualsiasi merce che si compra, si deve pagare grosso modo in proporzione alla quantit di lavoro che essa richiede, cio al numero di ore di lavoro necessario per la sua produzione. Dico grosso modo, perch i prezzi effettivi sono fluttuanti. Ma c' sempre, o almeno sembra che ci sia, qualcosa di pi stabile dietro a questi prezzi, una specie di prezzo medio intorno al quale i prezzi effettivi oscillano10, chiamato il valore di scambio o, pi brevemente,
il valore della cosa.
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Usando questa idea generale, Marx defin il valore di una merce come il numero medio di ore di lavoro necessarie per la sua produzione (o per la sua riproduzione). La successiva idea, quella della teoria del plusvalore,  quasi altrettanto semplice. Anch'essa Marx la trasse dai suoi predecessori adattandola ai propri fini. (Engels afferma11 forse erroneamente, ma io seguir la sua presentazione della questione che la fonte principale di Marx fu Ricardo). La teoria del plusvalore  un tentativo, entro i limiti della teoria del valore lavoro, di rispondere alla domanda: Come ottiene il suo profitto il capitalista?.
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Se supponiamo che le merci prodotte nella sua fabbrica sono vendute sul mercato al loro vero valore, cio in relazione al numero di ore di lavoro necessarie alla loro produzione, allora il solo modo in cui il capitalista pu ottenere un profitto  quello di pagare i suoi lavoratori meno del valore integrale del loro prodotto. Cos i salari ricevuti dal lavoratore rappresentano un valore che non  uguale al numero di ore da lui lavorate. Possiamo quindi dividere la sua giornata lavorativa in due parti, le ore da lui spese a produrre un valore equivalente al suo salario e le ore da lui spese a produrre valore per il capitalista12. E, di conseguenza, possiamo dividere l'intero valore prodotto dal lavoratore in due parti, il valore uguale al suo salario, e il resto, che  chiamato plusvalore. Questo plusvalore, di cui il capitalista si appropria,  l'unica base del suo profitto.
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Fin qui la faccenda si presenta abbastanza semplice. Ma a questo punto sorge una difficolt teorica. L'intera teoria del valore  stata introdotta al fine di spiegare i prezzi effettivi ai quali sono scambiate tutte le merci, partendo sempre dal presupposto che il capitalista  in grado di ottenere sul mercato il valore integrale del suo prodotto, cio un prezzo che corrisponde al numero totale di ore spese per esso. Invece, pare che il lavoratore non riesca ad ottenere il prezzo integrale della merce che vende al capitalista sul mercato del lavoro. .
Pare che egli sia imbrogliato o derubato; comunque, pare che egli non sia pagato secondo la legge generale presupposta dalla teoria del valore, cio che tutti i prezzi effettivi pagati sono, almeno in prima approssimazione, determinati dal valore della merce. (Engels dice che del problema si avvidero gli economisti che appartenevano a quella che Marx chiamava la scuola di Ricardo; ed afferma pure13 che la loro incapacit di risolverlo port al crollo di questa scuola).
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Allora si profil quella che sembrava una soluzione piuttosto ovvia della difficolt. Il capitalista possiede il monopolio dei mezzi di produzione e questa superiore forza economica pu essere da lui usata per costringere il lavoratore ad un accordo che viola la legge del valore. Ma questa soluzione (che del resto, considero una descrizione perfettamente plausibile della situazione) scardina completamente la teoria del valore lavoro. Infatti, ne risulta che certi prezzi, e precisamente i salari, non corrispondono ai loro valori neanche in prima approssimazione. Ma ci apre la possibilit che la stessa cosa possa verificarsi anche nel caso di altri prezzi per ragioni analoghe.
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Questa era la situazione quando Marx entr in scena deciso a salvare dalla distruzione la teoria del valore lavoro. Con l'aiuto di un'altra idea semplice ma brillante egli riusc a dimostrare che la teoria del plusvalore non solo era compatibile con la teoria del valore lavoro ma che poteva anche essere rigorosamente dedotta da essa. Al fine di realizzare questa deduzione, noi dobbiamo soltanto chiederci: qual , precisamente, la merce che il lavoratore vende al capitalista?
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La risposta di Marx : non le sue ore di lavoro, ma l'intera sua forza lavoro. Quella che il capitalista acquista o ingaggia sul mercato del lavoro  la forza lavoro del lavoratore. Supponiamo, in via di ipotesi, che questa merce sia venduta al suo vero valore. Qual  il suo valore? Secondo la definizione di valore, il valore della forza lavoro  il numero medio di ore di lavoro necessarie alla sua produzione o riproduzione. Ma, evidentemente, questo non  altro che il numero di ore necessarie a produrre i mezzi di sussistenza del lavoratore (e della
sua famiglia).
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Marx arriv cos al seguente risultato. Il vero valore dell'intera forza lavoro del lavoratore  uguale alle ore di lavoro necessarie a produrre i suoi mezzi di sussistenza. La forza lavoro  venduta a questo prezzo al capitalista. Se il lavoratore  in grado di lavorare pi a lungo di questo minimo, allora il suo plusvalore appartiene all'acquirente o ingaggiatore della sua forza. Quanto maggiore  la produttivit del lavoro, vale a dire quanto pi un lavoratore pu produrre per ora, tante meno ore saranno necessarie alla produzione dei suoi mezzi di sussistenza e tante pi ore resteranno per il suo sfruttamento. Ci dimostra che la base dello sfruttamento capitalistico  un'alta produttivit del lavoro.
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Se il lavoratore non potesse produrre in un giorno pi del suo fabbisogno giornaliero, allora lo sfruttamento sarebbe impossibile senza violare la legge del valore; esso sarebbe possibile solo per mezzo dell'imbroglio, del ladrocinio o dell'assassinio. Ma dal momento che la produttivit del lavoro, grazie all'introduzione del macchinario,  cresciuta a tal punto che un uomo
pu produrre molto pi di quanto ha bisogno, lo sfruttamento capitalistico diventa possibile. Esso  possibile anche in una societ capitalistica che sia ideale nel senso che ogni merce, compresa la forza lavoro, sia comprata e venduta al suo vero valore. In una tale societ l'ingiustizia dello sfruttamento non sta nel fatto che al lavoratore non  pagato un giusto prezzo per la sua forza lavoro, ma piuttosto nel fatto che egli  cos povero che  costretto a vendere la sua forza lavoro, mentre il capitalista  abbastanza ricco da comprare forza lavoro in grandi quantit e di ricavarne profitto.
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Con questa derivazione14 della teoria del plusvalore, Marx salv per il momento dalla distruzione la teoria del valore lavoro; e, nonostante il fatto che considero l'intero problema del valore (nel senso di un vero valore oggettivo intorno al quale oscillano i prezzi) come irrilevante, sono senz'altro pronto a riconoscere che questo era un successo teorico di prim'ordine. Ma Marx aveva fatto di pi che salvare una teoria originariamente proposta da economisti borghesi.
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Con un solo colpo egli forniva una teoria dello sfruttamento e una teoria che spiegava perch i salari dei lavoratori tendono ad oscillare intorno al livello di sussistenza (e di fame). Ma il maggior successo fu che egli poteva dare una spiegazione, in armonia con la sua teoria economica del sistema legale, del fatto per cui il modo di produzione capitalistico tendeva ad adottare l'involucro legale del liberalismo. Infatti, la nuova teoria lo port alla conclusione che, una volta che l'introduzione di nuovo macchinario aveva moltiplicato la produttivit
del lavoro, nasceva la possibilit di una nuova forma di sfruttamento che usava il libero mercato invece della forza bruta e che si fondava sul rispetto formale della giustizia, dell'uguaglianza di fronte alla legge e della libert. Il sistema capitalistico, egli affermava, non era soltanto un sistema di propriet privata capitalistica, ma anche un sistema fondato sullo sfruttamento di lavoro che s  lavoro altrui,
ma, formalmente,  libero15.
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Mi  impossibile procedere qui ad un esame minuzioso del numero davvero stupefacente di ulteriori applicazioni che Marx fece della sua teoria del valore. Ma non  neppure necessario, dato che la mia critica della teoria dimostrer in che modo la teoria del valore pu essere senz'altro eliminata da tutte queste indagini. Passo ora a svolgere questa critica. I suoi tre punti fondamentali sono:
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a) che la teoria del valore di Marx non  sufficiente a spiegare lo sfruttamento;
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b) che i presupposti addizionali, che sono necessari a tale spiegazione, risultano sufficienti di per s soli e che quindi la teoria del valore risulta inutile;
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c) che la teoria del valore di Marx  una teoria essenzialistica o metafisica.
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a) La legge fondamentale della teoria del valore  la legge secondo la quale i prezzi praticamente di tutte le merci, compresi salari, sono determinati dai loro valori o, pi precisamente, sono, almeno in prima approssimazione, proporzionali alle ore di lavoro necessarie alla loro produzione. Ora, questa legge, la legge del valore, cos come la posso chiamare, solleva subito un problema. Perch mai essa vige? Ovviamente, n l'acquirente n il venditore della merce possono vedere, alla prima occhiata, quante ore sono necessarie alla sua produzione; e, anche se lo potessero, la cosa non spiegherebbe la legge del valore.
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Infatti,  chiaro che l'acquirente semplicemente acquista al pi basso prezzo possibile, mentre il venditore cerca di spuntare il prezzo pi alto che pu. Questo, evidentemente, deve essere uno dei fondamentali presupposti di qualsiasi teoria dei prezzi di mercato. Al fine di spiegare la legge del valore, noi dovremmo spiegare perch  improbabile che l'acquirente riesca a comprare al di sotto (e il venditore a vendere al di sopra) del valore di una merce. Questo problema fu avvertito pi o meno chiaramente da coloro che credevano nella teoria del valore lavoro, e cercarono di rispondervi nel modo seguente. A fini di semplificazione e allo scopo di ottenere una piena approssimazione, supponiamo una condizione di competizione perfettamente libera e, per la stessa ragione, consideriamo soltanto quelle merci che possono essere prodotte in quantit praticamente illimitata (a patto soltanto che sia disponibile il lavoro).
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Ora, supponiamo che il prezzo di tale merce sia al di sopra del suo valore; ci significherebbe che profitti eccessivi possono essere fatti in questa particolare branca della produzione. Ci incoraggerebbe vari produttori a produrre questa merce e la competizione ne abbasserebbe il prezzo. Il processo contrario porterebbe a un aumento del prezzo di un bene che  venduto al di sotto del suo valore. In tal modo ci saranno oscillazioni di prezzo e queste tenderanno ad assestarsi intorno ai valori delle merci. In altre parole,  il meccanismo della domanda e dell'offerta che, in un contesto di libera competizione, tende a dare forza16 alla legge del valore.
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Considerazioni di questo genere si incontrano frequentemente in Marx, per esempio, nel terzo volume de Il Capitale17, dove egli cerca di spiegare perch c' la tendenza di tutti i profitti nelle varie branche della produzione ad avvicinarsi, e ad assestarsi, al livello di un certo profitto medio. Ed esse sono anche usate nel primo volume, specialmente al fine di dimostrare perch i salari sono tenuti bassi, vicino al livello di sussistenza o, il che  la stessa cosa, appena al di sopra del livello di fame.  chiaro che con salari al di sotto di questo livello, i lavoratori morirebbero effettivamente di fame e l'afflusso di forza lavoro sul mercato cesserebbe.
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Ma, finch gli uomini vivono, essi si riproducono; e Marx cerca di spiegare in dettaglio (come vedremo nella sezione 4) perch il meccanismo dell'accumulazione capitalista deve creare un surplus di popolazione, un esercito industriale di riserva. Cos, fino a quando i salari sono appena al di sopra del livello di fame, vi sar, sempre, non soltanto una disponibilit sufficiente, ma addirittura eccedente di forza lavoro sul mercato del lavoro; ed  appunto questa disponibilit eccedente che, secondo Marx, impedisce l'aumento dei salari18: L'esercito
industriale di riserva preme... sull'esercito operaio attivo;... la sovrappopolazione  quindi lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell'offerta del lavoro. Essa costringe il campo d'azione di questa legge entro i limiti assolutamente convenienti alla brama di sfruttamento e alla smania di dominio del capitale.
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b) Ora questo passo mostra che Marx stesso si rese conto della necessit di invocare a sostegno della legge del valore una teoria pi concreta, una teoria che mostri in ogni caso particolare, come le leggi della domanda e dell'offerta provochino l'effetto che si deve spiegare: per esempio, i salari da fame. Ma se queste leggi sono sufficienti a spiegare questi effetti, allora noi non abbiamo pi bisogno della teoria del valore lavoro, sia essa accettabile o meno come prima approssimazione (il che penso che non sia). Inoltre, come Marx ben
comprese, le leggi della domanda e dell'offerta sono necessarie per spiegare tutti quei casi in cui non c' libera competizione e nei quali quindi la sua legge del valore  evidentemente inoperante; per esempio, dove un monopolio pu essere utilizzato per tenere i prezzi costantemente al di sopra dei loro valori. Marx considerava questi casi come eccezioni, il che  tutt'altro che esatto; ma, comunque stiano le cose, il caso dei monopoli dimostra non solo che le leggi della domanda e dell'offerta sono necessarie ad integrare la sua legge del valore, ma anche che esse hanno un pi generale ambito di applicabilit.
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D'altra parte,  chiaro che le leggi della domanda e dell'offerta sono non solo necessarie, ma anche sufficienti a spiegare tutti i fenomeni di sfruttamento che Marx rilev i fenomeni, pi precisamente, della miseria dei lavoratori accanto alla ricchezza degli imprenditori se partiamo, come partiva Marx, dal presupposto di un libero mercato del lavoro e di una cronicamente eccedente offerta di lavoro. (La teoria di Marx di questa offerta eccedente sar esaminata pi ampiamente nella sezione 4 di questo Capitolo). Come Marx dimostra,  evidente che i lavoratori saranno costretti, in tali condizioni, a lavorare pi ore a salari pi bassi, in altre parole a permettere al capitalista di appropriarsi la miglior parte dei frutti del
loro lavoro. E di questa considerazione banale, che pur rientra nell'argomento di Marx, non c' neppure bisogno di menzionare il valore.
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Cos la teoria del valore risulta essere una componente senz'altro ridondante della teoria dello sfruttamento di Marx; e ci vale indipendentemente dal fatto che la teoria del valore sia vera o meno. Ma la parte della teoria dello sfruttamento di Marx che rimane dopo che  stata eliminata la teoria del valore  indubbiamente corretta, purch si accetti la dottrina del surplus di popolazione.  incontestabilmente vero che (in mancanza di una redistribuzione della ricchezza ad opera dello Stato) l'esistenza di un surplus di popolazione deve portare a salari da fame e ad insultanti differenze nel livello di vita. (Ci che non risulta chiaro, e non  neppure spiegato da Marx,  perch mai l'offerta di lavoro debba continuare a superare la
domanda. Infatti, se  cos vantaggioso sfruttare il lavoro, come mai allora i capitalisti non sono costretti, dalla competizione, a cercare di accrescere i loro profitti impiegando pi lavoro? In altre parole, perch non competono tra loro sul mercato del lavoro, facendo quindi salire i salari fino al punto in cui cominciano a diventare non pi sufficientemente vantaggiosi, sicch non  pi possibile parlare di sfruttamento?
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Marx avrebbe risposto si veda pi avanti la sezione 5.  perch la competizione li costringe a investire sempre maggior capitale in macchinario, sicch non possono aumentare quella parte del capitale che destinano ai salari. Ma questa risposta  insoddisfacente perch, anche se spendono il capitale in macchinario, essi possono farlo solo acquistando lavoro per costruire macchinario o spingendo altri ad acquistare tale lavoro, il che farebbe aumentare la domanda di lavoro. Sembra dunque, per tali ragioni, che i fenomeni di sfruttamento che Marx rilev non fossero dovuti, com'egli credeva, al meccanismo di un mercato perfettamente competitivo, ma ad altri fattori e, pi precisamente, a una situazione caratterizzata dalla compresenza di una bassa produttivit e di mercati imperfettamente competitivi. Ma una particolareggiata e soddisfacente spiegazione19 di tali fenomeni non  stata ancora fornita).
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c) Prima di concludere questo esame della teoria del valore e della parte da esso svolta nell'analisi di Marx, desidero prendere brevemente in considerazione un altro dei suoi aspetti. L'intera idea  che non fu invenzione di Marx che c' qualcosa dietro i prezzi, cio un valore oggettivo o reale o vero del quale i prezzi sono soltanto una specie di apparenza20, mostra in maniera abbastanza evidente l'influenza dell'idealismo platonico, con la sua distinzione fra una realt nascosta essenziale o vera e un'apparenza accidentale o ingannevole. Marx, bisogna riconoscerlo, fece un grande sforzo21 per eliminare questo carattere mistico del valore oggettivo, ma non ci riusc.
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Egli cerc di essere realistico, di accettare soltanto qualcosa di osservabile e importante le ore di lavoro come la realt che appare nella forma del prezzo, e non si pu certo contestare che il numero delle ore di lavoro necessarie per produrre una merce, cio il valore marxiano di essa,  una cosa importante. E, in un certo senso,  davvero un problema meramente verbale chiedersi se si debba o non si debba dare a queste ore di lavoro il nome di valore della merce. Ma una siffatta terminologia pu provocare gravi fraintendimenti e risultare assolutamente irrealistica, specialmente se supponiamo con Marx che la produttivit del lavoro aumenta.
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Infatti,  stato rilevato dallo stesso Marx22 che, con l'aumento della produttivit, il valore di tutte le merci decresce e che quindi  possibile un aumento sia dei salari reali, che dei profitti reali, cio delle merci consumate rispettivamente dai lavoratori e dai capitalisti, e nello stesso tempo una diminuzione del valore dei salari e dei profitti, cos delle ore
spese in essi. Talch tutte le volte che costatiamo un effettivo progresso come una riduzione delle ore di lavoro e un considerevole miglioramento del livello di vita dei lavoratori (facendo completamente astrazione da un pi elevato reddito monetario23 anche se calcolato in oro), i lavoratori dovrebbero in tale circostanza lamentarsi vivamente del fatto che il valore marxiano, la reale essenza o sostanza del loro reddito, va progressivamente diminuendo dal momento che sono state ridotte le ore di lavoro necessarie per la sua produzione. (Una lamentela analoga potrebbe essere fatta dai capitalisti).
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Tutto ci  riconosciuto dallo stesso Marx e rivela quanto ingannevole risulti la terminologia del valore e quanto poco essa sia rappresentativa dell'effettiva esperienza sociale dei lavoratori. Nella teoria del valore lavoro, l'essenza platonica si  totalmente dissociata dall'esperienza...24.
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3...
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Anche dopo l'eliminazione della teoria del valore di Marx e della sua teoria del plusvalore, resta naturalmente ancora in piedi la sua analisi (si veda la fine del punto a) nella sezione 2.) della pressione esercitata dal surplus di popolazione sui salari dei lavoratori occupati.
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Bisogna riconoscere che, se c' un libero mercato del lavoro e un surplus di popolazione, cio diffusa e cronica disoccupazione (e non c' dubbio che la disoccupazione svolse un ruolo decisivo all'epoca di Marx e dopo), i salari non possono salire al di sopra del livello di fame; e in base allo stesso presupposto, unitamente alla dottrina dell'accumulazione delineata pi sopra, Marx, bench avesse torto di sostenere la legge della miseria crescente, aveva tuttavia ragione di affermare che, in un mondo di alti profitti e di ricchezza crescente, i salari da fame e una vita di miseria possono essere la sorte permanente dei lavoratori.
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Penso che, se anche l'analisi di Marx  risultata difettosa, il suo sforzo di spiegare il fenomeno dello sfruttamento meriti il massimo rispetto. (Come gi ricordato alla fine del punto b) della precedente sezione, non mi risulta sia stata ancora elaborata una teoria davvero soddisfacente di questo fenomeno). Bisogna dire, naturalmente, che Marx aveva torto quando profetizz che le condizioni da lui osservate si sarebbero perpetuate indefinitamente se non fossero state cambiate da una rivoluzione, ed ancora pi torto quando profetizz che quelle
condizioni sarebbero addirittura peggiorate. I fatti hanno confutato queste profezie. Inoltre, anche se ammettessimo la validit della sua analisi per un sistema sfrenato, non interventistico, il suo argomento profetico non reggerebbe.
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Infatti, la tendenza verso la miseria crescente opera, secondo la stessa analisi di Marx, soltanto in un sistema nel quale il mercato del lavoro sia libero, cio in un capitalismo assolutamente sfrenato. Ma, una volta che riteniamo possibile l'esistenza di sindacati, di contrattazione collettiva, di scioperi, evidentemente i presupposti dell'analisi non sono pi
applicabili, e l'intera costruzione profetica crolla. Secondo la stessa analisi di Marx, noi dovremmo aspettarci o che uno sviluppo del genere sia completamente soffocato o che equivalga a una rivoluzione sociale. Infatti, la contrattazione collettiva pu contrapporsi al capitale instaurando una specie di monopolio del lavoro; essa pu impedire al capitalista di usare l'esercito industriale di riserva per tenere bassi i salari; e in questo modo pu costringere i capitalisti ad accontentarsi di minori profitti.
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Noi ci rendiamo conto del perch il grido lavoratori, unitevi! fosse davvero da un punto di vista marxiano, la sola replica possibile a un capitalismo sfrenato. Ma ci rendiamo anche conto del perch questo grido debba aprire tutto il problema dell'intervento dello Stato e perch debba verosimilmente portare alla fine del sistema sfrenato e alla creazione di un nuovo sistema, l'interventismo25, che pu svilupparsi in diversissime direzioni. Infatti,  quasi inevitabile che i capitalisti contestino ai lavoratori il diritto di unirsi, sostenendo che i sindacati
finiscono col mettere in pericolo la libert di competizione sul mercato del lavoro.
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Il non-interventismo si trova cos di fronte al problema che fa parte del paradosso della libert26): quale libert deve proteggere lo Stato? La libert del mercato del lavoro o la libert dei poveri di unirsi? Qualunque decisione sia presa, essa porta all'intervento dello Stato, all'uso del potere politico organizzato, sia dello Stato che dei sindacati, nel campo delle condizioni economiche. Esso porta, in qualsiasi circostanza, a un'estensione della responsabilit economica dello Stato, sia o non sia questa responsabilit coscientemente accettata. E ci significa che vengono necessariamente meno i presupposti sui quali si fonda l'analisi di Marx.
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La deduzione della legge storica della miseria crescente non  dunque valida. Tutto quel che resta  una commovente descrizione della miseria dei lavoratori, cos largamente diffusa un centinaio di anni fa, e un coraggioso tentativo di spiegarla con l'aiuto di quella che possiamo chiamare, con Lenin27, la marxiana legge economica del movimento della societ contemporanea (cio del capitalismo sfrenato di un centinaio di anni fa). Ma nella misura in cui pretende di essere una profezia storica e nella misura in cui  usata per proclamare
l'inevitabilit di certi sviluppi storici, la deduzione non  valida.
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4.
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L'importanza dell'analisi di Marx si fonda in larghissima misura sul fatto che un surplus di popolazione effettivamente esisteva ai suoi tempi ed  continuato a esistere fino ai giorni nostri (fatto questo che, come ho gi precedentemente rilevato, non ha ancora avuto una spiegazione davvero soddisfacente). Fino a questo punto, tuttavia, non abbiamo ancora esaminato l'argomento di Marx a sostegno della tesi che  lo stesso meccanismo di produzione capitalistica che produce sempre il surplus di popolazione di cui ha bisogno per tenere bassi i
salari dei lavoratori occupati. Ma questa teoria non  solo ingegnosa ed interessante in se stessa; essa contiene, nello stesso tempo, la teoria del ciclo economico e delle depressioni generali, una teoria sulla quale evidentemente si fonda la profezia del crollo del sistema capitalistico come conseguenza dell'intollerabile miseria che esso fatalmente produce.
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Al fine di esporre nel miglior modo possibile la ragione della teoria di Marx, l'ho leggermente modificata28 (introducendo una distinzione fra due generi di macchinario, quello per
la pura e semplice estensione della produzione e quello per la sua intensificazione). Ma questa modifica non deve essere guardata con sospetto dai lettori marxisti: infatti, non mi propongo affatto di criticare la teoria.
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La teoria modificata del surplus di popolazione e del ciclo economico, nelle sue linee essenziali,  la seguente. L'accumulazione del capitale significa che il capitalista spende parte dei suoi profitti in nuovo macchinario; ci si pu anche esprimere dicendo che solo parte dei suoi profitti reali consiste in beni di consumo, mentre una parte di essi consiste in macchine. Queste macchine, a loro volta, possono servire per l'espansione dell'industria, per nuove fabbriche, ecc. o per intensificare la produzione accrescendo la produttivit del lavoro nelle
industrie esistenti. Il primo genere di macchinario rende possibile un aumento dell'occupazione, il secondo ha effetto di rendere superflui dei lavoratori, di mettere dei lavoratori in libert, come si diceva ai tempi di Marx, cio, di farli licenziare. (Oggigiorno si parla talvolta di disoccupazione tecnologica).
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Ora, il meccanismo della produzione capitalistica, com' considerato dalla teoria marxista modificata del ciclo economico, funziona pressappoco cos. Se supponiamo, per cominciare, che per una ragione o per l'altra si registra una generale espansione dell'industria, allora una parte dell'esercito industriale di riserva sar assorbita, la pressione sul mercato del lavoro risulter alleggerita e i salari tenderanno a crescere. Comincia un periodo di prosperit. Ma, nel momento in cui aumentano i salari, certi miglioramenti meccanici che intensificano la
produzione e che erano precedentemente non profittevoli, a causa dei bassi salari possono diventare vantaggiosi (anche se il costo del relativo macchinario comincer a salire).
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Cos verr prodotto pi macchinario del tipo che mette i lavoratori in libert. Finch queste macchine sono ancora in corso di produzione, la prosperit continua o cresce. Ma appena le nuove macchine cominciano anch'esse a produrre, il quadro cambia. (Questo cambiamento , secondo Marx, accentuato da una caduta del tasso di profitto, fenomeno del quale ci occuperemo nella sezione 5 di questo Capitolo). I lavoratori saranno messi in libert, cio condannati alla fame. Ma la scomparsa di molti consumatori porter al collasso del mercato interno. Di conseguenza, un gran numero di macchine nelle fabbriche ampliate, resteranno inattive (prima di tutto quelle meno efficienti), il che provocher un ulteriore aumento della disoccupazione, e un ulteriore collasso del mercato.
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Il fatto che molto macchinario, sia ora inattivo significa che molto capitale  diventato inutile, che molti capitalisti non possono far fronte ai loro impegni; cos si sviluppa una crisi
finanziaria che porta al completo ristagno nella produzione di beni strumentali ecc. Ma, mentre la depressione (o, come Marx la chiama, la crisi) continua il suo corso, maturano le condizioni per una ripresa. Queste condizioni sono rappresentate per lo pi dall'aumento dell'esercito industriale di riserva e dalla conseguente disponibilit dei lavoratori ad accettare salari da fame. A salari bassissimi, la produzione diventa profittevole anche ai bassi prezzi di un mercato depresso; e, una volta che la produzione riprende, il capitalista comincia di nuovo ad accumulare, ad acquistare macchinario.
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Poich i salari sono molto bassi, egli trover che non  ancora vantaggioso usare nuovo macchinario (magari inventato nel frattempo) del tipo che mette i lavoratori in libert. In questa fase comprer invece macchinario destinato ad estendere la produzione. Ci porta pian piano a un'estensione dell'occupazione e a una ripresa del mercato interno. Ricomincia ancora la fase di prosperit. Cos torniamo al punto di partenza. Il ciclo  chiuso e il processo pu cominciare di nuovo. Questa  la teoria marxista modificata della disoccupazione e del ciclo economico. Come ho gi precisato, non mi propongo affatto di criticarla. La teoria del ciclo economico  una questione quanto mai difficile intorno alla quale noi (o almeno io) non ne sappiamo ancora abbastanza.  molto probabile che la teoria ora delineata sia incompleta e che non tenga sufficientemente conto di certi aspetti importanti come l'esistenza di un sistema monetario basato in parte sulla creazione del credito e gli effetti della accumulazione.
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Ma, comunque stiano le cose, il ciclo economico  un fatto di cui non ci si pu sbarazzare tanto facilmente ed uno dei massimi meriti di Marx  stato proprio quello di averne sottolineato l'importanza come problema sociale. Ma, bench si debba riconoscere tutto ci, possiamo nondimeno criticare la profezia che Marx cerca di fondare sulla teoria del ciclo economico. Prima di tutto, egli afferma che le depressioni diventeranno sempre maggiori, non solo in ampiezza ma anche per l'intensit delle sofferenze dei lavoratori, senza tuttavia fornire alcun argomento a sostegno di questa tesi (a parte, forse, la teoria della caduta del tasso di profitto, che sar pi avanti discussa). Ma, se guardiamo agli sviluppi effettivi, dobbiamo senz'altro dire che, per quanto terribili siano gli effetti e specialmente gli effetti psicologici della disoccupazione anche in quei paesi nei quali oggi i lavoratori sono assicurati contro di essa, non c' dubbio che le sofferenze dei lavoratori erano incomparabilmente peggiori al tempo di Marx. Ma questo non  il punto pi importante.
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Al tempo di Marx, nessuno pensava neppur lontanamente a quella tecnica di intervento dello Stato che  ora chiamata politica anticiclica; e, in realt, un'idea del genere risulta assolutamente estranea a un sistema capitalistico sfrenato. (Ma sappiamo che anche prima dell'epoca di Marx erano stati avanzati dei dubbi ed erano state promosse addirittura delle inchieste sulla saggezza della politica creditizia della Banca d'Inghilterra durante una depressione29).
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L'assicurazione contro la disoccupazione, tuttavia, significa intervento e quindi un accrescimento di responsabilit dello Stato ed  verosimilmente destinata ad avviare esperimenti di politica anti-ciclica. Io non sostengo che questi esperimenti debbano necessariamente avere successo (bench ritenga che il problema possa, in ultima analisi, non risultare particolarmente difficile e che la Svezia30, in particolare, ha gi dato prova di quel che si pu fare in questo campo). Ma voglio affermare con la massima energia che la convinzione che sia impossibile abolire la disoccupazione con misure gradualistiche  altrettanto dogmatica che le numerose prove fisiche (proposte da uomini che vissero anche dopo Marx) secondo le quali i problemi dell'aviazione sarebbero sempre rimasti insolubili.
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Quando i marxisti dicono, come talvolta di fatto dicono, che Marx ha dimostrato l'inutilit di una politica anti-ciclica e di analoghe misure gradualistiche, essi semplicemente non dicono la verit: Marx analizz un capitalismo sfrenato e non pens neppur lontanamente all'interventismo. Egli quindi non indag mai la possibilit di un'interferenza sistematica nel ciclo economico e ancor meno offr una prova della sua impossibilit.  strano constatare che le stesse persone che denunciano l'irresponsabilit dei capitalisti di fronte alla sofferenza umana sono tanto irresponsabili da opporsi, con affermazioni dogmatiche di questo genere, ad esperimenti dai quali possiamo imparare come si allevia la sofferenza umana (come diventare padroni del nostro ambiente sociale, come Marx avrebbe detto) e come si riesce a controllare alcune delle intenzionali ripercussioni sociali delle nostre azioni.
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Ma gli apologeti del marxismo sembra non si rendano assolutamente conto del fatto che, in nome dei loro propri interessi acquisiti, in realt combattono contro il progresso; essi non si rendono conto del fatto che il pericolo di ogni movimento come il marxismo  quello di finir ben presto col rappresentare ogni genere di interessi acquisiti e che ci sono non soltanto investimenti materiali, ma anche investimenti intellettuali.
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Un altro punto bisogna qui mettere in chiaro. Marx, come abbiamo visto, credeva che la disoccupazione fosse fondamentalmente un congegno del meccanismo capitalistico con la funzione di tenere bassi i salari e di rendere pi facile lo sfruttamento dei lavoratori occupati; la miseria crescente implicava sempre per lui anche la miseria crescente dei lavoratori occupati.  appunto questo il punto centrale dell'argomentazione; ma, anche se ammettiamo che siffatta idea era giustificata ai suoi tempi, essa, come profezia,  stata definitivamente liquidata dall'esperienza successiva. Il livello di vita dei lavoratori occupati  dovunque salito dai tempi di Marx, e (come Parkes31 ha sottolineato nella sua critica di Marx) i salari reali dei lavoratori occupati tendono anche a salire durante una depressione (ci avvenne, per esempio, al tempo dell'ultima grande depressione), in conseguenza, una pi rapida caduta dei prezzi che dei salari.
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Questa  una manifesta confutazione di Marx, specialmente perch prova che l'onere maggiore dell'assicurazione contro la disoccupazione non fu sostenuto dai lavoratori, ma dagli imprenditori, i quali quindi perdettero direttamente a causa della disoccupazione, invece di avvantaggiarsene indirettamente, come nello schema di Marx.
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Nessuna delle teorie marxiste finora esaminate si preoccupa di dimostrare seriamente la validit della tesi che risulta di importanza decisiva nell'ambito del primo passo, cio che l'accumulazione tiene il capitalista sotto una forte pressione economica che, se vuol evitare la propria distruzione, egli  costretto a scaricare sui lavoratori; sicch il capitalismo pu essere solo distrutto, ma non riformato. Un tentativo di dimostrazione di questo punto  contenuto in quella teoria che Marx elabora al fine di formulare la legge per cui il tasso di profitto tende a cadere.
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Quello che Marx chiama il tasso di profitto corrisponde al tasso d'interesse ed  la percentuale della media annua del profitto capitalistico sull'intero capitale investito. Questo tasso, dice Marx, tende a cadere per effetto della rapida crescita degli investimenti di capitale; infatti questi devono accumularsi pi rapidamente di quanto possano crescere i profitti.
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Anche l'argomento col quale Marx cerca di fornire questa dimostrazione  alquanto ingegnoso. La competizione capitalistica, come abbiamo visto, costringe i capitalisti a fare investimenti che accrescono la produttivit del lavoro. Marx anche riconobbe che con questo incremento di produttivit essi rendono un grande servizio al genere umano32.  uno degli aspetti civilizzatori del capitalismo il fatto che esso estorca plusvalore in modi e in circostanze che sono pi favorevoli delle forme precedenti (come la schiavit, la servit ecc.) non solo allo sviluppo delle forze produttive, ma anche alle condizioni sociali per una ricostruzione della societ a un pi alto livello.
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Per questo, esso crea anche gli elementi, (...) infatti, la quantit di merci utili prodotte in un dato arco di tempo dipende dalla produttivit del lavoro. Ma questo servizio al genere umano non  soltanto reso senza alcuna intenzione da parte dei capitalisti; l'azione alla quale essi sono costretti dalla competizione va anche contro i loro propri interessi, per la ragione seguente.
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Il capitale di qualsiasi industriale pu essere diviso in due parti. Una  investita in terreni, macchinario, materie prime, ecc. L'altra  usata per salari. Marx chiama la prima parte capitale costante e la seconda capitale variabile; ma, siccome ritengo questa terminologia alquanto equivoca, chiamer le due parti rispettivamente capitale immobilizzato e capitale di salario. Il capitalista, secondo Marx, pu ricavare profitto solo sfruttando i lavoratori; in altre parole, usando il suo capitale di salario. Il capitale immobilizzato  una specie
di peso morto che egli  costretto a tenere impegnato e anche ad accrescere continuamente. Questo accrescimento, tuttavia, non  accompagnato da un corrispondente incremento dei profitti; soltanto un'estensione del capitale di salario pu avere questo vantaggioso effetto.
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Ma la tendenza generale all'incremento della produttivit significa che la parte materiale del capitale cresce rispetto alla parte salariale. Quindi, anche il capitale totale cresce, ma senza un corrispondente aumento dei profitti; cio, il tasso di profitto deve cadere.
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Ora, questo argomento  stato spesso contestato; in realt, esso, implicitamente, era gi stato attaccato molto prima di Marx33. Nonostante questi attacchi, credo che ci sia qualcosa di valido nell'argomento di Marx, soprattutto se lo consideriamo unitamente alla teoria del ciclo economico. (Torner brevemente su questo punto nel prossimo Capitolo). Ma quel che voglio qui contestare  l'incidenza di questo argomento sulla teoria della miseria crescente.
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Marx vede questa connessione nel modo seguente. Se il tasso di profitto tende a cadere, il capitalista si trova di fronte alla prospettiva di distruzione. Tutto quel che pu fare  di cercare di farsi pagare dai lavoratori, cio di accrescere lo sfruttamento. Egli pu fare ci allungando le ore di lavoro; intensificando il lavoro; abbassando i salari; aumentando il costo della vita dei lavoratori (inflazione); sfruttando maggiormente donne e bambini. Le contraddizioni intime del capitalismo, basate sul fatto che la competizione e l'acquisizione di
profitti sono tra loro in conflitto, giungono qui alla loro acme. In primo luogo, esse costringono il capitalista ad accumulare e ad accrescere la produttivit, e pertanto a ridurre il tasso di profitto. In secondo luogo, esse lo costringono a spingere lo sfruttamento a livelli intollerabili e, con ci, ad accrescere la tensione fra le classi. In tal modo, il compromesso  impossibile. Le contraddizioni non possono venire eliminate. Esse devono alla fine segnare il destino del capitalismo.
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Questo  l'argomento di fondo. Ma le sue conclusioni sono valide? Dobbiamo ricordare che l'accresciuta produttivit  la vera base dello sfruttamento capitalistico solo se il lavoratore pu produrre molto pi di quanto ha bisogno per s e per la sua famiglia il capitalista pu appropriarsi del pluslavoro. L'aumento della produttivit, nella terminologia di Marx, significa aumento di pluslavoro; esso significa sia un accresciuto numero di ore a disposizione del capitalista sia, soprattutto, un accresciuto numero di merci prodotte per ora. Esso significa, in altre parole, un profitto considerevolmente accresciuto. Ci  ammesso da Marx34. Egli non sostiene che i profitti vanno diminuendo; sostiene soltanto che il capitale totale cresce molto pi rapidamente dei profitti, sicch il tasso di profitto cade.
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Ma, se cos stanno le cose, non c' alcuna ragione per cui il capitalista debba penare sotto una pressione economica che  costretto, lo voglia o no, a scaricare sui lavoratori.  vero,
probabilmente, che non gli piace vedere una caduta del suo tasso di profitto; per, finch il suo reddito non diminuisce ma, anzi, aumenta, non c' alcun pericolo reale. La situazione di un capitalista medio che abbia successo sar questa: egli vede il suo reddito crescere rapidamente e il suo capitale ancora pi rapidamente; cio vede i suoi risparmi crescere pi rapidamente della parte del proprio reddito da lui consumata. Non credo che questa sia una situazione tale da costringerlo a misure disperate o da rendere impossibile un compromesso con i lavoratori. Al contrario, essa mi sembra perfettamente tollerabile.
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 vero, naturalmente, che la situazione comporta un elemento di pericolo. Quei capitalisti che speculano in base al presupposto di un tasso costante o crescente di profitto possono trovarsi in difficolt e fenomeni di questo genere possono senz'altro influenzare negativamente il ciclo economico aggravando la depressione. Ma ci ha ben poco a che fare con le vaste conseguenze profetizzate da Marx. Qui termina la mia analisi del terzo ed ultimo argomento proposto da Marx al fine di dimostrare la legge della miseria crescente.
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Al fine di mostrare come fossero assolutamente erronee le profezie di Marx e, nello stesso tempo, quanta ragione egli avesse nell'elevare la sua ardente protesta contro l'inferno di un capitalismo sfrenato e nel lanciare il suo invito: Lavoratori, unitevi, citer alcuni passi dal Capitolo de Il Capitale in cui esamina la legge generale dell'accumulazione capitalistica35. Nelle fabbriche... si fa uso in massa di operai maschi fino al momento in cui essi abbiano compiuto l'et giovanile. Una volta raggiunto questo termine, soltanto un numero molto esiguo rimane usabile nei medesimi rami d'industria, mentre la maggioranza viene regolarmente licenziata. Essa costituisce un elemento della sovrappopolazione fluida il quale cresce col crescere dell'estensione dell'industria... Il consumo della forza-lavoro da parte del capitale  inoltre talmente rapido che l'operaio di et media nella maggioranza dei casi  gi pi o meno alla fine della sua vita...
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Il dott. Lee, funzionario dell'ufficio d'igiene di Manchester, ha constatato che in quella citt la durata media della vita  di 38 anni per la classe benestante e di soli 17 per la classe operaia. A Liverpool la durata media  di 35 per la prima, di 15 per la seconda... Lo sfruttamento dei figli degli operai assegna [un premio] alla loro produzione... Quanto pi alta  la forza produttiva del lavoro... tanto pi precaria [] la loro condizione d'esistenza... Entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro... si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l'operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del lavoro stesso... gli gettano moglie e figli sotto la ruota Juggernaut del capitalista... Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell'operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare...
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Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l'energia del suo aumento..., tanto maggiore  l'esercito industriale di riserva... La grandezza proporzionale dell'esercito industriale di riserva cresce dunque insieme con le potenze della ricchezza. Ma quanto maggiore sar questo esercito di riserva... tanto pi in massa si consolider la sovrappopolazione la cui miseria  in proporzione inversa del tormento del suo lavoro... e tanto maggiore il pauperismo ufficiale. Questa  la legge assoluta, generale dell'accumulazione capitalistica... L'accumulazione di ricchezza all'uno dei poli  dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavit, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto.
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Il quadro terribile che Marx ci ha lasciato dell'economia del suo tempo  sicuramente veritiero. Ma la sua legge che la miseria deve crescere insieme con l'accumulazione non regge. I mezzi di produzione si sono accumulati e la produttivit del lavoro  cresciuta dal suo tempo in misura tale che egli non avrebbe neppure ritenuto possibile. Ma il lavoro dei fanciulli, le ore lavorative, la sofferenza della fatica e la precariet dell'esistenza del lavoratore non sono aumentati; sono invece diminuiti.
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Io non dico che questo processo debba continuare. Non esistono leggi ineluttabili di progresso e tutto dipender da noi stessi. Ma la situazione effettiva  brevemente e giustamente
compendiata da Parkes36 in una sola frase: Bassi salari, lunghi orari, e lavoro dei fanciulli sono state caratteristiche del capitalismo non, come Marx predisse, nella sua et avanzata, ma nella sua infanzia.
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Il capitalismo sfrenato  finito. Dal tempo di Marx l'interventismo democratico ha fatto immensi progressi e la migliorata produttivit del lavoro conseguenza dell'accumulazione del capitale ha reso possibile l'eliminazione virtuale della miseria. Ci conferma che molto  stato ottenuto nonostante errori indubbiamente gravi, e dovrebbe incoraggiarci a credere che molto di pi si pu fare. Infatti molto resta ancora da fare e da disfare. L'interventismo democratico pu soltanto rendere possibile tutto ci. Il farlo effettivamente dipende da noi.
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Non mi faccio illusioni sull'efficacia dei miei argomenti. L'esperienza dimostra che le profezie di Marx erano false. Ma dell'esperienza si pu sempre dar ragione. E infatti Marx stesso ed
Engels cominciarono l'elaborazione di un'ipotesi ausiliaria destinata a spiegare perch la legge della miseria crescente non funziona come si aspettavano che funzionasse. Secondo questa ipotesi la tendenza alla caduta del tasso di profitto e, con essa, la miseria crescente sono neutralizzate dagli effetti dello sfruttamento coloniale o, come normalmente viene chiamato, dall'imperialismo moderno.
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Lo sfruttamento coloniale, secondo questa teoria,  un metodo che consiste nello scaricare la pressione economica sul proletariato coloniale, cio su un gruppo che, tanto economicamente quanto politicamente,  ancora pi debole del proletariato industriale della madrepatria. I capitali investiti nelle colonie scrive Marx possono offrire un saggio del profitto superiore sia perch di regola il saggio del profitto  pi elevato in questi paesi a causa dell'insufficiente sviluppo della produzione, sia perch con l'impiego degli schiavi e dei coolies ecc. il
lavoro viene sfruttato pi intensamente. Non si comprende ora il motivo per cui i superiori saggi del profitto... fatti proseguire verso la madre patria, non debbano... intervenire ai fini del livellamento del saggio generale del profitto, elevandolo quindi pro tanto37. (Val la pena di ricordare che l'idea centrale che sta dietro questa teoria dell'imperialismo moderno pu essere fatta risalire ad oltre 160 anni addietro, ad Adam Smith che disse che il commercio coloniale ha necessariamente contribuito a mantenere alto il tasso di profitto).
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Engels and un po' pi avanti di Marx nell'elaborazione della teoria. Costretto a riconoscere che in Gran Bretagna la tendenza prevalente non era nel senso dell'incremento della miseria ma piuttosto nel senso di un considerevole miglioramento, egli insinua che ci pu essere dovuto al fatto che la Gran Bretagna sfrutta il mondo intero ed attacca in modo sprezzante il proletariato inglese che, invece di soffrire com'egli si aspettava che facesse, mostra un effettivo, progressivo imborghesimento, di modo che aggiunge questa nazione, che  la pi borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto di avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia38.
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Ora, questo rovesciamento di fronte da parte di Engels  almeno altrettanto notevole dell'altro che ho ricordato nel precedente Capitolo39; e, al pari di quello, fu compiuto sotto l'influenza di una evoluzione sociale che risultava caratterizzata da miseria decrescente.
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Marx biasimava il capitalismo perch proletarizzava la classe media e la bassa borghesia e perch riduceva i lavoratori al pauperismo. Engels ora biasima il sistema che del resto  ancora oggi biasimato  perch imborghesisce i lavoratori. Ma il tocco pi interessante in questa lamentazione di Engels  costituito dall'indignazione che lo spinge a qualificare l'Inghilterra, che si era comportata cos sconsideratamente da falsificare le profezie marxiste, come la pi borghese di tutte le nazioni.
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Secondo la dottrina di Marx, dovevamo aspettarci dalla pi borghese di tutte le nazioni un aggravamento della miseria e della tensione di classe fino a livelli intollerabili; invece, ci viene detto che accade esattamente il contrario. Ma al buon marxista si rizzano i capelli quando sente parlare dell'incredibile perversit di un sistema capitalistico che trasforma i buoni proletari in cattivi borghesi e dimentica totalmente che Marx denunci la perversit del sistema perch esso funzionava in maniera contraria. Ed ecco, allora, che noi leggiamo, nell'analisi di Lenin40 sulle cause mostruose e sui deleteri effetti del moderno imperialismo britannico quanto segue:
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Cause: 1) sfruttamento del mondo intero per opera di un determinato paese; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di
una parte del proletariato inglese; 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia. Poich ha dato un cos grazioso nome marxista, l'imborghesimento del proletariato, a un'odiosa tendenza, odiosa soprattutto perch non conforme al modo in cui il mondo dovrebbe procedere secondo Marx-Lenin, evidentemente crede di averla fatta diventare una tendenza marxista.
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Marx stesso sosteneva che quanto pi rapidamente il mondo intero fosse passato attraverso il necessario periodo storico dell'industrializzazione capitalistica tanto meglio sarebbe stato ed era quindi incline a favorire41 sviluppi imperialistici. Ma Lenin giunse a una conclusione del tutto diversa. Poich il possesso di colonie da parte della Gran Bretagna era la ragione per la quale i lavoratori in patria seguivano leaders comprati dalla borghesia invece di seguire i comunisti, egli vide nell'impero coloniale un potenziale grilletto detonatore. Una rivoluzione nelle colonie avrebbe reso operante in patria la legge della miseria crescente e reso quindi inevitabile successivamente una rivoluzione in patria. Cos le colonie erano il
focolaio dal quale si doveva propagare l'incendio...
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Non credo che l'ipotesi ausiliaria, di cui ho delineato la storia, possa salvare la legge dalla miseria crescente; infatti, anche questa ipotesi  confutata dall'esperienza. Ci sono paesi, per esempio le democrazie scandinave, la Cecoslovacchia, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda, per non parlar degli Stati Uniti, nei quali un interventismo democratico ha assicurato ai lavoratori un elevato livello di vita nonostante il fatto che lo sfruttamento coloniale non vi avesse luogo o, comunque, fosse troppo irrilevante per confermare l'ipotesi. E poi, se confrontiamo certi paesi che sfruttano colonie, come l'Olanda e il Belgio, con la Danimarca, la Svezia, la Norvegia e la Cecoslovacchia, che non sfruttano le colonie, non troviamo che i
lavoratori industriali abbiano tratto vantaggio dal possesso di colonie, perch la condizione delle classi lavoratrici in tutti questi paesi risulta grosso modo simile.
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Inoltre, bench la miseria imposta agli indigeni mediante la colonizzazione sia uno dei capitoli pi neri nella storia della civilt, non si pu affermare che quella miseria abbia manifestato la tendenza a crescere dai giorni di Marx.  avvenuto esattamente il contrario e le cose sono considerevolmente migliorate. E invece la miseria crescente avrebbe dovuto esservi molto rilevante se l'ipotesi ausiliaria e la teoria originaria fossero entrambe corrette.
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Come ho fatto a proposito del secondo e terzo passo nei precedenti Capitoli, illustrer ora il primo passo dell'argomento profetico di Marx mettendo in luce qualche aspetto della sua influenza pratica sulla tattica dei partiti marxisti.
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I socialdemocratici, sotto la pressione di fatti evidenti, hanno lasciato cadere la teoria che l'intensit della miseria cresce; ma tutta la loro tattica ha continuato ad essere fondata sul presupposto che la legge della crescente estensione della miseria  valida, cio che la forza numerica del proletariato industriale deve continuare a crescere. Questa  la ragione per cui hanno basato la loro linea politica esclusivamente sulla rappresentanza degli interessi dei lavoratori industriali, nello stesso tempo credendo fermamente di rappresentare, o di essere prossimi a rappresentare, la grande maggioranza della popolazione42. Essi non hanno mai messo in dubbio l'affermazione del Manifesto che tutti i movimenti avvenuti sinora furono movimenti di minoranza... Il movimento proletario  il movimento indipendente dell'enorme maggioranza nell'interesse dell'enorme maggioranza.
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Essi, quindi, attendevano fiduciosi il giorno in cui la coscienza di classe e la forza di classe dei lavoratori industriali avrebbe loro assicurato la maggioranza nelle elezioni. N v'ha alcun dubbio chi sar alla fine il vincitore: se i pochi usurpatori, o la immensa maggioranza di chi lavora. Essi non si avvidero che in nessun luogo i lavoratori industriali formavano una maggioranza, e meno ancora una enorme maggioranza, e che le statistiche non mostravano pi alcuna tendenza all'aumento del loro numero. Essi non compresero che l'esistenza di un partito democratico dei lavoratori era pienamente giustificata soltanto nella misura in cui tale partito era disposto al compromesso o anche alla cooperazione con altri partiti, per esempio
con qualche partito che rappresentasse i contadini o le classi medie.
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Ed essi non si avvidero che, se volevano governare lo Stato esclusivamente come rappresentanti della maggioranza della popolazione, avrebbero dovuto cambiare tutta la loro politica e
cessare di rappresentare, prevalentemente o esclusivamente, i lavoratori industriali. Naturalmente, non surroga affatto questo cambiamento di politica l'affermazione ingenua che la linea politica proletaria come tale pu semplicemente portare (come disse Marx)43 i produttori delle campagne sotto la direzione spirituale dei capoluoghi di distretto e assicurato loro, col, negli operai cittadini, i rappresentanti naturali dei loro interessi.
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La posizione dei partiti comunisti fu diversa. Essi restarono saldamente ancorati alla teoria della miseria crescente, credendo nell'aumento non solo della sua estensione ma anche della sua entit, una volta che fossero state eliminate le cause del temporaneo imborghesimento dei lavoratori. Questa condizione contribu considerevolmente a quelle che Marx avrebbe chiamate le
contraddizioni interne della loro linea politica. La situazione tattica sembra abbastanza semplice. Conformemente alla profezia di Marx, i comunisti davano per scontato che la miseria
sarebbe presto cresciuta. Essi si rendevano conto che il partito non avrebbe potuto conquistare la fiducia dei lavoratori senza combattere per essi, e con essi, per un miglioramento della loro sorte.
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Questi due fondamentali presupposti determinarono evidentemente i principi della loro tattica generale. Far s che i lavoratori chiedano la loro parte, sostenerli in ogni episodio particolare della loro incessante lotta per il pane e per la casa. Combattere con essi tenacemente per il soddisfacimento delle loro rivendicazioni pratiche, sia economiche che politiche. Cos si potr conquistare la loro fiducia. Nello stesso tempo i lavoratori imparano che  impossibile per essi migliorare la loro sorte con queste battaglie parziali e che soltanto una rivoluzione globale pu determinare un miglioramento. Infatti, queste battaglie parziali sono destinate all'insuccesso; noi sappiamo da Marx che i capitalisti non possono assolutamente continuare a scendere a compromessi e che, in ultima analisi, la miseria deve crescere.
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Quindi, il solo risultato ma, comunque, risultato apprezzabile della quotidiana battaglia dei lavoratori contro i loro oppressori  un aumento della loro coscienza di classe;  quel sentimento di unit che pu essere conquistato solo in battaglia, insieme con la disperata consapevolezza che soltanto la rivoluzione pu aiutarli nella loro miseria. Quando  raggiunto questo stadio, allora  suonata l'ora dello scontro finale.
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Questa  la teoria e i comunisti agirono in conformit con essa. Dapprima essi sostennero i lavoratori nella lotta per il miglioramento della loro sorte. Ma, contrariamente a tutte le attese e profezie, la lotta ha successo. Le rivendicazioni sono accolte. Ovviamente, la ragione  che erano troppo modeste. Quindi bisogna chiedere di pi. Ma anche le nuove rivendicazioni sono soddisfatte44. E a mano a mano che la miseria diminuisce i lavoratori sono sempre meno esasperati, pi pronti a contrattare per i salari che a complottare per la rivoluzione.
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Ora i comunisti si rendono conto che la loro linea politica dev'essere rovesciata. Qualcosa si deve fare per rendere operante la legge della miseria crescente. Per esempio, si devono scatenare agitazioni coloniali (anche dove non c' alcuna prospettiva di successo di una rivoluzione) e, al fine generale di contrastare l'imborghesimento dei lavoratori, si deve adottare una linea politica che fomenti catastrofi d'ogni genere. Ma questa nuova politica fa venir meno la fiducia dei lavoratori. I comunisti perdono i loro membri, ad eccezione di quelli che non hanno esperienza di reali lotte politiche. Essi perdono precisamente quelli che amano definire l'avanguardia della classe lavoratrice; il principio che questa linea politica implica
tacitamente, e cio tanto peggio, tanto meglio, dato che la miseria deve affrettare la rivoluzione, rende sospettosi i lavoratori: e quanto migliore  l'applicazione di questo principio, tanto pi gravi sono i sospetti che allignano in seno ai lavoratori. Infatti, essi sono realisti: per ottenere la loro fiducia, bisogna lavorare per migliorare la loro sorte.
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Cos la linea politica dev'essere ancora una volta rovesciata: si  costretti a combattere per l'immediato miglioramento della sorte dei lavoratori e, nello stesso tempo, a sperare nel contrario. In questo modo, le contraddizioni interne della teoria provocano lo stadio estremo della confusione.  lo stadio in cui riesce difficile sapere che c' il traditore, dato che il tradimento pu essere lealt e la lealt tradimento.  lo stadio in cui coloro che hanno seguito il partito non solo perch sembrava (giustamente, purtroppo) il solo vigoroso
movimento con fini umanitari, ma specialmente perch era un movimento fondato su una teoria scientifica, devono o lasciarlo o sacrificare la loro integrit intellettuale; infatti essi devono ora imparare a credere ciecamente in qualche autorit. Alla fine, essi devono diventare dei mistici, cio, degli uomini ostili all'argomento razionale. Sembra che non sia solo il capitalismo a travagliarsi sotto il peso di contraddizioni interne che minacciano di provocarne il crollo...
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Note
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1. La sola traduzione inglese, completa dei tre volumi de Il Capitale ha circa 2500 pagine. A questi devono essere aggiunti i tre volumi che furono pubblicati in tedesco con il titolo Theorien des Mehrwert es (Teorie del plus-valore) e che cont engono materiale, in larga parte storico, che Marx intendeva usare ne Il Capitale.
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2. Cfr. l'opposizione fra capitalismo sfrenato e interventismo introdotto nei Capitoli 16 e 17. (Si vedano le note 10 al Capitolo 16, 22 al Capitolo 17 e 9 al Capitolo 18 e il relativo testo). Per l'affermazione di Lenin, cfr. H.o.M., 561 (The Teachings of Karl Marx, 29; il corsivo  mio).  interessante il fatto che n Lenin n la maggior parte dei marxisti sembrano rendersi conto che la societ  cambiata dal tempo di Marx. Lenin parla nel 1914 della societ contemporanea, ma il Manifesto era stato pubblicato nel 1848.
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3. Per tutte le citazioni di questo capoverso, cfr. Il Capitale, cit., p. 686.
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4. Cfr. a proposito di questi termini le osservazioni della nota 3 al Capitolo 19.
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5. Andrebbe meglio perch  meno probabile che si sviluppi lo spirito disfattista che pu compromettere la coscienza di classe (come abbiamo rilevato nel testo relativo alla nota 7 al Capitolo 19).
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6. Cfr. Il Capitale, cit., pp. 692 sgg.
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7. Le sue citazioni sono tratte da Il Capitale, cit., pp. 692 e 699. Il termine tradotto con semi-prosperit in una traduzione pi letterale suonerebbe media prosperit. Traduco produzione eccessiva invece di sovra-produzione, perch Marx non intende sovra-produzione nel senso che si produca pi di quanto pu essere venduto ora, ma nel senso che si produce tanto che si presenter molto presto la difficolt di vendere quanto viene prodotto.
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8. Come dice il Parkes; cfr. la nota 19 al Capitolo 19.
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9. La teoria del valore-lavoro  naturalmente molto antica. La mia analisi della teoria del valore, ritengo opportuno sottolinearlo, riguarda soltanto la cosiddetta teoria oggettiva del valore; non intendo criticare la teoria soggettiva del valore (che sarebbe forse meglio definire la teoria della valutazione soggettiva o degli atti di scelta; cfr. la nota 14 al
Capitolo 14). J. Viner mi ha gentilmente fatto osservare che quasi l'unico nesso fra la teoria del valore di Marx e quella di Ricardo dipende dal fraintendimento di Ricardo da parte di Marx e che Ricardo non sostenne mai che, proporzionalmente, il lavoro avesse maggiore capacit creatrice del capitale.
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10. Mi pare certo che Marx non abbia avuto dubbi sul fatto che i suoi valori in qualche modo corrispondono ai prezzi di mercato Il valore di una merce, egli sosteneva,  uguale a quello di un'altra se il numero medio di ore di lavoro necessarie alla loro produzione  lo stesso. Se una delle due merci  oro, allora il suo peso pu essere considerato come il prezzo dell'altra merce, espresso in oro; e poich la moneta si fonda (per legge) sull'oro, noi arriviamo cos al prezzo monetario di una merce.
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Gli effettivi rapporti di scambio sul mercato, secondo Marx (si veda specialmente la importante nota 37 a p. 198 de Il Capitale), oscilleranno intorno ai rapporti di valore; e quindi il prezzo di mercato in termini monetari osciller intorno al corrispondente rapporto di valore con l'oro della merce in questione. Se la grandezza del valore  trasformata in prezzo dice Marx piuttosto grossolanamente (Il Capitale, 135; il corsivo  mio) allora questa... relazione assume la forma di un... rapporto di scambio con quella merce che funge da moneta (cio l'oro). In questo rapporto, tuttavia, si esprime non solo la grandezza del valore della merce, ma anche gli alti e bassi, il pi o meno, di cui sono responsabili circostanze particolari; in altre parole, i prezzi possono fluttuare. La possibilit.. di una derivazione del prezzo dal... valore  quindi inerente alla forma del prezzo. Questo non  un difetto; al contrario, ci mostra che la forma del prezzo  perfettamente adeguata a un metodo di produzione in cui le regolarit si possono manifestare soltanto come medie di irregolarit. Mi sembra chiaro che le regolarit di cui qui parla Marx siano i valori e che egli ritenga che i valori si manifestano o si affermano soltanto come medie degli effettivi prezzi di mercato, che quindi oscillino intorno al valore.
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La ragione per cui insisto su questo argomento  da cercare nel fatto che talvolta tutto ci  stato negato. Per esempio, G. D. H. Cole scrive nel suo Preface al Capital, trad. ingl. cit., p. 25 (il corsivo  mio): Marx... parla di solito come se le merci avessero effettivamente la tendenza, in seguito a temporanee fluttuazioni di mercato, a divergere dai loro valori. Ma egli dice esplicitamente (Cfr. Il Capitale, cit., p. 135) che non intende questo, e nel terzo volume de Il Capitale... mette in assoluta evidenza l'inevitabile divergenza fra prezzi e valori. Ma, anche se  vero che Marx non considera le fluttuazioni come meramente temporanee, egli sostiene che le merci hanno la tendenza, conseguente alle fluttuazioni di mercato, a scambiarsi ai loro valori; infatti, come abbiamo visto nel passo qui citato, e a cui si richiama il Cole, Marx non parla di alcuna divergenza fra valore e prezzo, ma descrive fluttuazioni e medie. La posizione  un po' diversa nel terzo volume de Il Capitale, dove (nel Capitolo 9) il posto del valore di una merce  preso da una nuova categoria, il prezzo di produzione, che  la somma del suo costo di produzione pi il tasso medio di plusvalore.
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Ma anche qui resta caratteristico del pensiero di Marx il fatto che questa nuova categoria il prezzo di produzione,  collegata con l'effettivo prezzo di mercato soltanto come una specie di regolatore di medie. Essa non determina direttamente il prezzo di mercato, ma si esprime (come fa il valore nel primo volume) come una media intorno alla quale i prezzi effettivi oscillano o fluttuano. A conferma di ci si pu citare il seguente passo (Il Capitale, libro 3, cit., pp. 977 sg.): I prezzi di mercato aumentano o cadono rispetto a questi prezzi di produzione regolatori, ma queste oscillazioni si compensano reciprocamente... Troveremo qui dominanti le medie regolatrici di cui Qutelet ha dimostrato l'esistenza nei fenomeni sociali. .
Analogamente, Marx parla qui (p. 980) del prezzo regolatore..., cio del prezzo attorno al quale oscillano i suoi prezzi di mercato; e nella pagina seguente, dove parla dell'influenza della concorrenza, dice che quello che gli interessa  il prezzo naturale,... in altre parole il prezzo... che non viene regolato dalla concorrenza, ma, al contrario, la regola. (Il corsivo  mio). A prescindere dal fatto che il prezzo naturale indica chiaramente che Marx spera di trovare l'essenza di cui i prezzi oscillanti di mercato sono le forme di apparenza (cfr. anche la nota 23 a questo Capitolo), noi vediamo che Marx resta coerentemente fedele all'opinione che questa essenza, sia valore o prezzo di produzione, si manifesta come la media dei prezzi di mercato. Si veda anche Il Capitale, libro 3, cit ., p. 220.
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11. Cole, op. cit., p. 29, dice nella sua, per altri rispetti estremamente chiara, enunciazione della teoria di Marx del plus-valore che essa rappresenta il suo contributo specifico alla dottrina economica. Ma Engels nella sua Prefazione al secondo volume de Il Capitale ha dimostrato che questa teoria non  di Marx, che Marx non solo non pretese mai che essa lo fosse ma si era anzi occupato della sua storia (nelle sue Teorie del plus-valore cfr. la nota 1 a questo Capitolo). Engels cita dal manoscritto di Marx al fine di mostrare che Marx si occupa del contributo di Adam Smith e di Ricardo a tale teoria e cita ampiamente dall'opuscolo The Source and Remedy of the National Difficulties, menzionato in Il Capitale, cit., p. 644, al fine di mostrare che, a parte la distinzione marxiana fra lavoro e forza lavoro, si trovano in esso le idee fondamentali della dottrina. (Cfr. Il Capitale, Libro 2, cit., pp. 16-20).
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12. La prima parte  chiamata da Marx (cfr. Il Capitale, pp. 213 sgg.) tempo di lavoro necessario, la seconda parte tempo di plus-lavoro.
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13. Cfr. la Prefazione di Engels al secondo volume de Il Capitale. (Das Kapital, 2, 21, sg.).
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14. La derivazione della dottrina del plus-valore di Marx  naturalmente connessa in maniera molto stretta con la sua critica della libert formale, della giustizia formale, ecc. Cfr. specialmente le note 17 e 19 al Capitolo 17 e il relativo testo. Si veda anche il testo relativo alla prossima nota.
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15. Cfr. Il Capitale, cit., p. 825. Si vedano anche i passi ai quali fa riterimento la nota precedente.
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16. Cfr. il testo relativo alla nota 18 (e alla nota 10) a questo Capitolo.
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17. Si veda specialmente il Capitolo 10 del terzo volume de Il Capitale.
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18. Per questa citazione, cfr. Il Capitale, p. 699. Dalle parole cos la sovrappopolazione, il passo segue immediatamente quello citato nel testo relativo alla nota 7 a questo capitolo. (Ho omesso il termine relativa dopo sovrappopolazione, perch  irrilevante nel presente contesto e forse causa di confusione. Ci dev'essere un errore di stampa nell'edizione Everyman: overproduction invece di surplus population). La citazione  interessante in relazione al problema della domanda e dell'offerta e all'affermazione di Marx che queste ultime devono avere un background (o essenza); cfr. le note 10 e 20 a questo Capitolo.
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19. Si pu ricordare a questo proposito che il fenomeno in questione, miseria in un periodo di industrializzazione in rapida espansione (o di primo capitalismo, cfr. pi avanti la nota 36 e il relativo testo),  stato recentemente spiegato con un'ipotesi che, se pu essere confermata, mostrerebbe che c' parecchio di valido nella teoria marxiana dello sfruttamento. Mi riferisco a una teoria che si fonda sulla dottrina di Walter Euken dei due sistemi monetari puri (il sistema dell'oro e il sistema del credito) e sul suo metodo di analisi dei vari sistemi economici storicamente dati come mescolanze di sistemi puri. Applicando questo metodo, Leonhard Miksch ha recentemente rilevato (nel saggio Die Geldordnung der Zukunft, Zeitschrift fur das Gesamte Kreditwesen, 1949) che il sistema del credito porta a investiment i forzati, cio il consumatore  costretto a risparmiare, ad astenersi; ma il capitale risparmiato per via di
quest i investimenti forzati scrive il Miksch non appartiene a coloro che sono stati costretti ad astenersi dal consumo, ma agli imprenditori.
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Se questa teoria risulta accettabile, allora l'analisi di Marx (ma non le sue leggi n le sue profezie) risulterebbe in considerevole misura giustificata. Infatti, c' solo una piccola differenza fra il plus-valore di Marx che di diritto appartiene al lavoratore ma  confiscato dal capitalista e i risparmi forzati del Miksch che diventano propriet non del consumatore, che  stato costretto a risparmiare, ma dell'imprenditore. Miksch stesso accenna al fatto che questi risultati della ricerca spiegano buona parte dello sviluppo economico del secolo decimonono (e della nascita del socialismo). Va notato che l'analisi del Miksch spiega i fatti ai quali si riferisce in termini di imperfezioni del sistema competitivo (egli parla di un monopolio economico di creazione della moneta che  dotato di straordinaria forza) mentre Marx cercava di spiegare i fatti corrispondenti sulla base del presupposto di un mercato libero, cio della concorrenza. (Inoltre, non  naturalmente possibile identificare del tutto consumatori e lavoratori industriali). Ma, quale che ne sia la spiegazione, i fatti definiti dal Miksch intollerabilmente antisociali restano; ed  da attribuire a suo merito che Marx non abbia accettato questi fatti ed abbia cercato con il massimo impegno di spiegarli.
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20. Cfr. la nota 10 a questo Capitolo, specialmente il passo sul prezzo naturale (cfr. anche la nota 18 e il relativo testo);  interessante rilevare che nel terzo volume de Il Capitale, non lontano dai passi citati nella nota 10 a questo Capitolo (si veda Il Capitale, libro 3, cit., p. 930, il corsivo  mio) e in un contesto analogo, Marx fa la seguente osservazione
metodologica: Ogni scienza sarebbe superflua se l'essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero. Questo , naturalmente, essenzialismo puro. Che poi questo essenzialismo sia ai limiti della metafisica lo abbiamo dimostrato nella nota 24 a questo Capitolo.  chiaro che, quando parla ripetutamente, soprattutto nel primo volume, della forma-prezzo, Marx ha in mente una forma di apparenza; l'essenza  il valore. (Cfr. anche la nota 6 al Capitolo 17, e il relativo testo).
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21. In Il Capitale, cit., pp. 130 sgg.: Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano.
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22. Cfr. Il Capitale, cit., p. 571 (si veda anche p. 328), con il sommario di Marx: Un raddoppiamento della forza produttiva del lavoro,... lascerebbe immutati il prezzo della forza-lavoro e il plus-valore. Entrambi si rappresenterebbero semplicemente in una quantit di valori d'uso (cio merci) raddoppiata, ma relativamente pi a buon mercato... Cos, a forza produttiva del lavoro in aumento, il prezzo della forza-lavoro potrebbe essere in costante caduta, mentre la massa dei mezzi di sussistenza dell'operaio potrebbe contemporaneamente e costantemente aumentare.
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23. Se la produttivit cresce pi o meno in generale, allora pu crescere anche la produttivit delle compagnie aurifere; e ci significherebbe che anche l'oro, come ogni altra merce, diventa meno caro se valutato in ore di lavoro. Quindi si applica all'oro lo stesso criterio che si applica alle altre merci, e quando Marx dice (cfr. la nota precedente) che l'entit del reddito reale del lavoratore cresce, ci dovrebbe in teoria essere vero anche del suo reddito in oro, cio in moneta. (L'analisi di Marx in Il Capitale, cit., p. 571, di cui ho citato solo un sommario nella nota precedente, non  dunque corretta in tutti i luoghi in cui egli parla di prezzi; infatti, i prezzi sono valori espressi in oro, e questi possono restare costanti se la produttivit cresce ugualmente in tutte le linee di produzione, compresa la produzione di oro).
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24. Lo strano della teoria del valore di Marx (in quanto si differenzia dalla scuola inglese classica, secondo J. Viner)  che essa considera il lavoro umano come fondamentalmente diverso da tutti gli altri processi in natura, per esempio dal lavoro degli animali. Ci mostra chiaramente che la teoria si fonda, in ultima analisi, su una teoria morale, la dottrina cio che
la sofferenza umana e il decorso della vita umana  una cosa radicalmente diversa da tutti i processi naturali. Possiamo chiamare questa dottrina la dottrina della santit del lavoro umano. .
Ora, io non nego che questa teoria sia giusta in senso morale: vale a dire, che noi dovremmo agire in conformit con essa. Ma penso pure che un'analisi economica non debba fondarsi su una dottrina morale o metafisica o religiosa professata inconsciamente. Marx che, come vedremo nel Capitolo 22, non credeva coscientemente in una moralit umanitaria o che represse tale credenza, stava costruendo su una base moralistica l dove meno sospettava: nella sua teoria astratta del valore. Tutto ci  naturalmente connesso con il suo essenzialismo: l'essenza di tutte le relazioni sociali ed economiche  il lavoro umano.
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25. Per l'interventismo, cfr. le note 22 al Capitolo 17, e 9 al Capitolo 28. (Si veda anche la nota 2 al presente Capitolo).
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26. Per il paradosso della libert nella sua applicazione alla libert economica, cfr. la nota 20 al Capitolo 17, dove si trovano altri rinvii. Il problema del mercato libero, menzionato nel testo solo nella sua applicazione al mercato del lavoro,  di grandissima importanza. Generalizzando sulla base di quanto  stato detto nel testo,  chiaro che l'idea di un mercato libero  paradossale. Se lo Stato non interferisce, possono in tal caso interferire altre organizzazioni semi-politiche come monopoli, trusts, sindacati ecc., riducendo a una finzione la libert del mercato. D'altra parte,  molto importante rendersi conto del fatto che, senza un mercato libero accuratamente protetto, l'intero sistema economico deve cessare di servire all'unico suo fine razionale, che  quello di soddisfare le richieste del consumatore.
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Se il consumatore non pu scegliere; se deve prendere quello che il produttore gli offre, se il produttore, sia esso un produttore privato o lo Stato o un'agenzia commerciale,  padrone del mercato invece del consumatore, viene a determinarsi una situazione per cui, in ultima analisi, il consumatore svolge la funzione di fornire danaro e di assorbire scarti per conto del produttore, e non  invece il produttore a soddisfare i bisogni e i desideri del consumatore.
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Qui ci troviamo evidentemente di fronte a un importante problema di ingegneria sociale: il mercato deve essere controllato, ma in modo tale che il controllo non impedisca la libera scelta del consumatore e non faccia venir meno per i produttori la necessit di competere a vantaggio del consumatore. La pianificazione economica che non pianifica per la libert economica in questo senso ci spinger pericolosamente verso sbocchi totalitari. (Cfr. F.A. von Hayek, Freedom and the Economic System, Public Policy Pamphlets, 1930/40).
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27. Cfr. la nota 2 a questo Capitolo, e il relativo testo.
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28. Questa distinzione fra macchinario che serve soprattutto per l'estensione e macchinario che serve soprattutto per l'intensificazione della produzione  introdotta nel testo prevalentemente allo scopo di rendere pi lucida la presentazione dell'argomento. A parte ci, essa costituisce anche, almeno lo spero, un miglioramento dell'argomento. Ritengo opportuno fornire qui una lista dei pi importanti passi di Marx relativi al ciclo economico e alla connessione di esso con la disoccupazione: Manifesto del partito comunista, cit., pp. 66-67. Il Capitale, pp. 120 (crisi monetaria = depressione generale), 624 (c-e e circolazione monetaria), 694 (d), 698 (c-e), 699 (c-e dipendente da d; automatismo del ciclo), 703-705 (c-e e d interdipendenti), 706 sg. (d). Si veda anche il terzo volume de Il Capitale, specialmente il Capitolo 15 sezione sul Surplus di capitale e Surplus di popolazione, H.o.M., 516-528 (c-e
e d e i Capitoli 25-32 (c-e e circolazione monetaria; cfr. specialmente Das Kapital, 3/2, 22 sgg.). Si veda anche il passo tratto dal secondo volume de Il Capitale, una frase del quale  citata nella nota 17 al Capitolo 17.
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29. Cfr. Minut es of Evidence, taken before the Secret Commitee of the House of Lords appointed to inquire into the causes of Distress, ecc. 1875, citati in Das Kapital, 3/1 398 sgg.
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30. Cfr. per esempio i due articoli su Budgetar Reform di C.G.F. Simkin nell'australiano Economic Record, 1941 e 1942 (si veda anche la nota 3 al Capitolo 9). Questi articoli trattano della politica anticiclica e prendono brevemente in esame le misure svedesi.
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31. Cfr. Parkes, Marxism - A Post Mortem, specialmente p. 220, nota 6.
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32. Le citazioni sono tratte da Das Kapital, 3/2, pp. 354 sg. (traduco merci utili anche se valore d'uso sarebbe pi letterale).
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33. Alla teoria alla quale mi riferisco (sostenuta o quasi sostenuta da J. Mill, come mi fa presente J. Viner) fa frequentemente allusione Marx, che polemizz contro di essa senza tuttavia riuscire a mettere perfettamente in chiaro la propria posizione. Essa pu essere brevemente definita come la dottrina secondo la quale tutto il capitale si riduce, in ultima analisi, ai salari poich il capitale immobilizzato (o costante, come lo chiama Marx)  stato prodotto e pagato in salari. O, per usare la terminologia di Marx: non esiste capitale costante, ma solo capitale variabile.
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Quest a dottrina  stata presentata in termini molto chiari e molto semplici dal Parkes (op. cit., p. 97): Tutto il capitale  capitale variabile. Ci risulter evidente se consideriamo un'ipotetica industria che controlla l'intero complesso dei suoi processi di produzione dalla fattoria o dalla miniera al prodotto finito, senza acquistare dall'esterno n macchinario n materie prime. L'intero costo di produzione in un'industria del genere sar rappresentato dal totale delle paghe. E poich un sistema economico nel suo complesso pu essere considerato alla stregua di un'industria ipotetica di questo genere, nell'ambito della quale il macchinario (capitale costante)  sempre pagato in termini di salario (capitale variabile), la somma totale del capitale costante dev'essere una parte della somma totale del capitale variabile.
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Non penso che questo argomento, nel quale un tempo credetti anch'io, possa invalidare la posizione marxiana. (Questo  forse l'unico punto importante sul quale non posso concordare con l'eccellente critica del Parkes). Ed eccone la ragione: se l'ipotetica industria decide di accrescere il suo macchinario non solo di sostituirlo o di apportarvi i necessari miglioramenti noi possiamo in tal caso considerare questo processo come un tipico processo marxiano di accumulazione di capitale mediante investimento di profitti. Al fine di misurare il successo di questo investimento, noi dobbiamo considerare se i profitti negli anni successivi sono cresciuti in proporzione ad esso.
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Alcuni di questi nuovi profitti possono essere ancora investiti. Orbene, durante l'anno nel quale essi vennero investiti (o profitti vennero accumulati con la loro conversione in capitale costante), essi vennero pagati sotto forma di capitale variabile. Ma, una volta che sono stati investiti, essi sono, nei periodi seguenti, considerati come parte del capitale costante, dato che ci si aspetta che essi contribuiscano in misura proporzionale alla creazione di nuovi profitti. Se non corrispondono a questa aspettativa, il tasso di profitto deve cadere e, in tal caso, diciamo che si  trattato di un cattivo investimento. Il tasso di profitto  cos una misura del successo di un investimento, della produttivit del capitale costante di nuova
acquisizione il quale, bench in origine sempre pagato sotto forma di capitale variabile, diventa nondimeno capitale costante nel senso marxiano ed esercita la sua influenza sul tasso di profitto.
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34. Cfr. Il Capitolo 13 del terzo volume de Il Capitale, per esempio H.o.M., p. 499: Noi vediamo allora che, nonostante la progressiva flessione del tasso di profitto, ci pu essere... un aumento nella massa del profitto prodotto. E questo aumento pu essere progressivo. Ma non soltanto pu essere cos. Sulla base della produzione capitalistica, deve essere cos, eccetto che nei casi di fluttuazioni temporanee.
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35. Le citazioni in questo capoverso sono tratte da Il Capitale, cit., pp. 701 sgg.
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36. Per il sommario del Parkes, cfr. Marxism - A Post Mortem, p. 102. Possiamo qui far notare che la teoria marxiana secondo la quale le rivoluzioni dipendono dalla miseria  stata in qualche misura confermata nell'ultimo secolo dallo scoppio di rivoluzioni in paesi nei quali, di fatto, la miseria era cresciuta. Ma, in contrasto con la predizione di Marx, questi paesi non erano quelli di capitalismo sviluppato. Erano o paesi rurali o paesi in cui il capitalismo si trovava a uno stadio primitivo di sviluppo. Il Parkes ha fornito una lista a sostegno di questa affermazione. (cfr. op. cit., p. 48). Sembra che le tendenze rivoluzionarie diminuiscano con il progredire dell'industrializzazione. Quindi, la rivoluzione russa non dovrebbe essere considerata come una rivoluzione prematura (e i paesi avanzati non dovrebbero essere considerati come pi che maturi per la rivoluzione), ma piuttosto come un prodotto della miseria tipica dell'infanzia capitalistica e della miseria contadina, aggravata dalla miseria della guerra e dalle condizioni della sconfitta. Si veda anche pi sopra la nota 19.
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37. Cfr. Il Capitale, Libro 3, cit., pp. 289 sg. In una nota a questo passo, Marx sostiene che Adam Smith ha ragione contro Ricardo. Il passo dello Smith al quale probabilmente Marx si riferisce  citato pi avanti in questo capoverso ed  tratto dalla Wealth of Nations (vol. 2, p. 95 dell'edizione Everyman). Marx cita un passo di Ricardo (Works, ed. MacCulloch, p. 73 = Ricardo, edizione Everyman, p. 78). Ma c' un passo ancora pi caratteristico in cui Ricardo sostiene che il meccanismo descritto da Smith non pu... incidere sul tasso di profitto (Principles, p. 232).
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38. Per Engels, cfr. Carteggio Marx-Engels, trad. it., vol. 3, Rinascita, Roma 1951, p. 238, citato in 6. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, cit., p. 147.
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39. Per questo cambiamento di fronte, cfr. la nota 31 al Capitolo 19 e il relativo testo.
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40. Cfr. Imperialismo fase suprema del capitalismo, cit., p. 148.
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41. Ci pu giustificare, ma si tratta soltanto di una giustificazione assolutamente insoddisfacente, certe osservazioni quanto mai sconcertanti di Marx citate dal Parkes, Marxism A Post Mortem, p. 213, nota 31. Sono osservazioni quanto mai sconcertanti, perch ci inducono a chiederci se Marx ed Engels erano davvero quegli autentici amanti della libert che si pretende fossero; se cio non erano influenzati dall'irresponsabilit di Hegel e dal suo nazionalismo pi di quanto ci si aspetterebbe, a giudicare dalla loro concezione generale.
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42. Cfr. Anti-Dhring, cit., p. 298: Il modo di produzione capitalistico, trasformando in misura sempre crescente la grande maggioranza della popolazione in proletari, crea la forza che...  costretta a compiere questo rivolgimento. Per il passo tratto dal Manifesto, vedi il Manifesto del partito comunista, cit., p. 74. Per il passo seguente, cfr. La guerra civile in Francia, cit., p. 63.
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43. Per questo passo di stupefacente ingenuit, cfr. La guerra civile in Francia, cit., p. 46.
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44. Per questa politica, cfr. Marx, Appello alla Lega comunista, citato nelle note 14 e 35-37 al Capitolo 19. (Cfr. anche, per esemp io, le note 26 e seguenti a quel Capitolo). Si veda inoltre il seguente passo tratto dall'Appello (Marx-Engels, Ausgewhlt e Schriften, Berlin, 1951, p. 102 sg.): Cos per esempio, se la piccola borghesia propone l'acquisto di ferrovie e fabbriche, i lavoratori devono chiedere che ferrovie e fabbriche siano semplicemente confiscate dallo Stato senza indennizzo, infatti esse sono propriet dei reazionari. Se i democratici propongono la tassazione proporzionale, i lavoratori devono chiedere la tassazione progressiva. Se i democratici si dichiarano per una tassa leggermente progressiva, i lavoratori devono insistere per una tassa fortemente progressiva; cos fortemente progressiva da determinare il collasso del grande capitale. Se i democratici propongono la regolarizzazione del debito nazionale, i lavoratori devono chiedere la bancarotta dello Stato. Le richieste dei lavoratori dipenderanno dalle proposte e dalle misure dei democratici. Questa  la tattica dei comunisti dei quali Marx dice: Il loro grido di battaglia dev'essere: "Rivoluzione permanente!".
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CAPITOLO VENTUNESIMO.
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UNA VALUTAZIONE DELLA PROFEZIA.
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Gli argomenti sui quali si fonda la profezia storica di Marx non sono validi. Il suo ingegnoso tentativo di trarre conclusioni profetiche dall'osservazione delle tendenze economiche contemporanee  fallito. La ragione di questo fallimento non sta in qualche insufficienza della base empirica dell'argomento. Le analisi sociologiche ed economiche della societ contemporanea lasciateci da Marx possono essere state alquanto unilaterali, ma nonostante questa loro distorsione, appaiono eccellenti nella misura in cui si limitano ad essere descrittive. .
La ragione del suo fallimento come profeta va esclusivamente ricercata nella povert dello storicismo in quanto tale, nel semplice fatto che, anche se costatiamo oggi il manifestarsi di una certa tendenza o direzione storica, non possiamo sapere quale aspetto essa potr assumere domani.
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Dobbiamo riconoscere che Marx vide molte cose nella giusta luce. Se consideriamo soltanto la sua profezia che il sistema di capitalismo sfrenato, quale lo conobbe, non sarebbe durato molto a lungo e che i suoi apologeti, i quali pensavano che sarebbe durato per sempre, avevano torto, dobbiamo senz'altro dire che aveva ragione. Egli aveva anche ragione quando sosteneva che sarebbe stata in larga misura la lotta di classe, cio l'associazione dei lavoratori, a provocare la trasformazione di esso in un sistema economico nuovo. Ma noi dobbiamo arrivare al punto di dire che Marx predisse questo nuovo sistema, cio l'interventismo1, sotto il diverso nome di socialismo.
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La verit  che egli non ebbe il minimo sospetto di quello che stava per avvenire. Quello che egli chiam socialismo era assolutamente diverso da qualsiasi forma di interventismo, anche nella forma russa; infatti, egli era assolutamente convinto che lo sviluppo incombente avrebbe ridotto l'influenza, sia politica che economica, dello Stato, mentre l'interventismo l'ha accresciuta dovunque.
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Poich critico Marx e, in qualche misura, apprezzo l'interventismo gradualistico democratico (specialmente del tipo istituzionale illustrato nella sezione 7. del Capitolo 17), desidero mettere in chiaro che provo molta simpatia per la speranza di Marx in un declino dell'influenza dello Stato. Indubbiamente, il massimo pericolo dell'interventismo specialmente di qualsiasi intervento diretto  che esso porta a un aumento del potere dello Stato e della burocrazia.
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La maggior parte degli interventisti non si preoccupa di questo fatto, o chiude gli occhi di fronte ad esso, e ci accresce il pericolo. Ma io credo che, una volta che il pericolo sia fronteggiato apertamente,  possibile dominarlo. Infatti, anche questo  semplicemente un problema di tecnologia sociale e di ingegneria sociale gradualistica. Ma  importante affrontarlo in tempo, perch rappresenta un pericolo per la democrazia. Noi dobbiamo pianificare per la libert, e non solo per la sicurezza, se non altro per la ragione che solo la libert pu
rendere sicura la sicurezza.
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Ma torniamo alla profezia di Marx. Una delle tendenze storiche che egli proclam di avere scoperto sembra abbia un carattere pi persistente delle altre; intendo riferirmi alla tendenza
all'accumulazione dei mezzi di produzione e specialmente all'aumento della produttivit del lavoro. Sembra effettivamente che questa tendenza continuer in futuro, ammesso, naturalmente, che la nostra civilt continui a sussistere. Ma Marx non si limit a riconoscere questa tendenza e i suoi aspetti civilizzatori, ma vide anche i pericoli ad essa inerenti.
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Pi particolarmente, egli fu uno dei primi (bench abbia avuto alcuni predecessori, per esempio Fourier2, a sottolineare la connessione fra lo sviluppo delle forze produttive..., nel quale vedeva3 la missione storica e la ragione d'essere del capitale, e il pi distruttivo fenomeno del sistema creditizio, un sistema che sembra aver incoraggiato la rapida crescita
dell'industrialismo, cio il ciclo economico. La teoria di Marx del ciclo economico (esaminata nella sezione 4 dell'ultimo Capitolo) pu forse essere parafrasata in questo modo: anche se  vero che le leggi immanenti del libero mercato producono una tendenza al pieno impiego,  pure vero che ogni singolo approccio al pieno impiego, cio a una carenza di monodopera, stimola gli inventori e gli investitori a creare e a introdurre nuovo macchinario che riduce il fabbisogno di manodopera, dando quindi origine (prima a un breve boom e poi) a una nuova ondata di disoccupazione e di depressione.
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Se ci sia del vero, e in che misura, in questa teoria, io non so. Come ho detto nell'ultimo Capitolo, la teoria del ciclo economico  un argomento alquanto difficile, e non ho alcuna
intenzione di affrontarlo. Ma poich mi sembra importante l'affermazione di Marx secondo la quale l'incremento della produttivit  uno dei fattori che contribuiscono a determinare il ciclo
economico, mi sar consentito di sviluppare alcune considerazioni piuttosto ovvie a sostegno di essa. La seguente lista di sviluppi possibili , naturalmente, del tutto incompleta, ma  congegnata in modo tale che, tutte le volte che la produttivit del lavoro aumenta, almeno uno dei seguenti sviluppi, e forse parecchi contemporaneamente, deve cominciare a manifestarsi e
deve persistere in misura sufficiente a bilanciare l'aumento di produttivit.
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A. Gli investimenti crescono, cio sono prodotti quei beni strumentali che accrescono la capacit di produzione di altri beni. (Poich ci porta a un ulteriore incremento della produttivit, non pu da solo bilanciare i suoi effetti n a breve n a lungo termine).
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B. Aumento del consumo-elevazione del livello di vita: a. di tutta la popolazione; b. di alcune parti di essa (per esempio, di una certa classe).
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C. Il tempo di lavoro diminuisce; a. le ore lavorative giornaliere sono ridotte; b. il numero delle persone che non sono lavoratori industriali cresce b1 ma specialmente cresce il numero degli scienziati, medici, artisti, uomini d'affari, ecc. b2 cresce il numero dei lavoratori disoccupati.
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D. La quantit dei beni prodotti ma non consumati cresce: a. beni di consumo vengono distrutti; b. beni strumentali non sono usati (le fabbriche sono ferme); c. sono prodotti beni diversi dai beni di consumo e dai beni del tipo A., per esempio armi; d. la manodopera  usata per distruggere beni strumentali (e quindi per ridurre la produttivit).
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Ho elencato questi sviluppi la lista potrebbe naturalmente essere ulteriormente elaborata in modo tale che gi fino alla linea punteggiata (C, b1) gli sviluppi sono quelli generalmente considerati desiderabili; mentre a partire da tale linea (C, b2) si incontrano quelli che generalmente vengono considerati indesiderabili; essi indicano depressione, produzione di armamenti e guerra.
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Ora  chiaro che siccome A. non pu da solo ripristinare l'equilibrio nella direzione buona, bench sia di per se stesso un fattore importantissimo, deve intervenire uno o devono intervenire parecchi degli altri sviluppi. Sembra inoltre ragionevole supporre che se non esistono istituzioni idonee ad ottenere che gli sviluppi desiderabili si manifestino in misura sufficiente a bilanciare l'accresciuta produttivit, cominceranno a manifestarsi alcuni degli sviluppi indesiderabili. Ma tutti gli sviluppi di quest'ultimo genere, con l'eccezione forse della produzione di armi, presentano tale carattere da essere verosimilmente destinati a provocare una severa riduzione di A., il che deve seriamente aggravare la situazione.
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Non penso che considerazioni come quelle qui sopra svolte siano atte a spiegare gli armamenti o la guerra nel senso pieno della parola, anche se possono spiegare il successo degli stati totalitari nella lotta contro la disoccupazione. E non penso neppure che esse siano atte a spiegare il ciclo economico, bench possano forse in qualche misura contribuire a una spiegazione siffatta, nella quale problemi creditizi e monetari sono verosimilmente destinati a svolgere un ruolo molto importante; infatti, la riduzione di A., per esempio, pu equivalere alla tesaurizzazione di quei risparmi che altrimenti sarebbero stati con molta probabilit investiti, fattore questo alquanto dibattuto e importante4.
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E non  del tutto da escludere che la legge marxista della caduta del tasso di profitto (ammesso che questa legge sia sostenibile5) possa anche fornire indicazioni atte a spiegare la
tesaurizzazione; infatti, la supposizione che un periodo di rapida accumulazione possa portare a siffatta caduta, potrebbe scoraggiare gli investimenti e incoraggiare la tesaurizzazione, e quindi ridurre A.
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Ma con tutto ci non avremmo una teoria del ciclo economico. Tale teoria avrebbe un compito diverso. Suo compito essenziale sarebbe quello di spiegare perch l'istituzione dei libero mercato, che come tale  strumento efficacissimo per equilibrare l'offerta e la domanda, non basta a prevenire le depressioni6, cio la sovrapproduzione o il sottoconsumo. In altre parole, noi dovremmo dimostrare che l'acquistare e il vendere sul mercato produce, come una delle non-desiderate ripercussioni sociali7 delle nostre azioni, il ciclo economico. La teoria marxista del ciclo economico si propone precisamente questo obiettivo e le considerazioni qui abbozzate a proposito degli effetti di una tendenza generale all'aumento della produttivit possono, nel migliore dei casi, soltanto integrare questa teoria.
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Non  mio proposito esprimere giudizi sui meriti di tutte queste considerazioni sul ciclo economico. Ma mi sembra senz'altro evidente che esse sono oltremodo apprezzabili anche se, alla luce delle teorie moderne, devono cedere completamente il posto ad altro. Il solo fatto che Marx abbia trattato diffusamente questo problema costituisce per lui un grande titolo di merito. Questa parte almeno della sua profezia si  per il momento avverata; la tendenza all'aumento della produttivit continua: anche il ciclo economico continua e la sua continuazione 
probabilmente destinata a portare a contromisure interventistiche e quindi a un'ulteriore restrizione del sistema di libero mercato; sviluppo questo che risulta conforme alla profezia di Marx che il ciclo economico  uno dei fattori che devono determinare la caduta del sistema di capitalismo sfrenato.
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E a ci dobbiamo aggiungere quest'altro aspetto della profezia che ha avuto realizzazione, cio che l'associazione dei lavoratori sarebbe stato un altro importante fattore in questo processo.
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Alla luce di questa lista di profezie importanti e in larga misura confermate dai fatti,  giustificato parlare della povert dello storicismo? Se le profezie storiche di Marx hanno trovato anche parzialmente conferma nella realt, non dovremmo certamente accantonare a cuor leggero il suo metodo. Ma un esame pi attento dei successi di Marx mostra che non fu in nessun caso il suo metodo storicistico a portarlo al successo, ma sempre soltanto i suoi metodi di analisi istituzionale. Cos, non  un'analisi storicistica, ma una tipica analisi istituzionale che lo porta alla conclusione che il capitalista  costretto dalla competizione ad aumentare la produttivit.  un'analisi istituzionale quella su cui Marx basa la sua teoria del ciclo economico
e del surplus di popolazione. Ed anche la teoria della lotta di classe  istituzionale; la lotta di classe  parte del meccanismo attraverso cui viene controllata la divisione della ricchezza e quella del potere, meccanismo che rende possibile la costruzione collettiva nel senso pi ampio del termine.
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In nessun luogo, nel corso di queste analisi, svolgono un qualsivoglia ruolo le leggi dello sviluppo storico, o gli stadi, o i periodi, o le tendenze tipicamente storicistiche. D'altra parte, nessuna delle pi ambiziose conclusioni storicistiche di Marx, nessuna delle sue inesorabili leggi di sviluppo e nessuno dei suoi stadi della storia che non possono essere saltati ha mai trovato conferma nella realt. Marx ebbe successo soltanto nella misura in cui procedette all'analisi delle istituzioni e delle loro funzioni.
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Ed  anche vero il contrario: nessuna delle sue pi ambiziose e vaste profezie storiche rientra nell'ambito dell'analisi istituzionale. Tutte le volte che viene compiuto il tentativo di sostenerle per mezzo di un'analisi siffatta, la deduzione non risulta valida. In realt, misurate in base agli elevati standard dello stesso Marx, le pi grandiose profezie sono a un
livello intellettuale alquanto basso. Esse non solo contengono buona parte di affermazioni fondate sul sentimento invece che sulla ragione, ma mancano anche di immaginazione politica. Per dirla brutalmente,
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Marx condivideva la fede dell'industriale progressista, del borghese del suo tempo: la fede nella legge del progresso. Ma questo ingenuo ottimismo storicistico, di Hegel e di Comte, di Marx e di Mill, non  meno superstizioso di uno storicismo pessimistico quale quello di Platone e di Spengler. Ed  veramente un cattivo utensile per un profeta, dato che finisce fatalmente con l'imbrigliare l'immaginazione storica. In realt  necessario riconoscere che uno dei principi fondamentali di qualsivoglia concezione non preconcetta della politica  che qualunque cosa  possibile negli affari umani e, pi particolarmente, che nessun concepibile sviluppo si pu escludere in base alla considerazione che violerebbe la cosiddetta tendenza del progresso umano o qualunque altra delle pretese leggi della natura umana.
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Il fatto del progresso scrive H.A.L. Fisher  scritto chiaro e tondo sulla pagina della storia; ma il progresso non  una legge di natura. Il terreno guadagnato da una generazione pu essere perduto dalla successiva8.
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In conformit col principio che qualunque cosa  possibile, pu valer la pena di rilevare che le profezie di Marx avrebbero potuto benissimo realizzarsi. Una fede come l'ottimismo del progresso del secolo decimonono pu essere una poderosa forza politica: essa pu aiutare a porre in essere quanto va predicendo. Cos anche una predizione corretta non deve essere accolta troppo facilmente come corroborazione di una teoria o del suo carattere scientifico. Pu essere piuttosto una conseguenza del suo carattere religioso ed una prova della forza della fede religiosa che  stata capace di infondere negli uomini.
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E soprattutto nel marxismo l'elemento religioso  inequivocabile. Nell'ora della pi profonda miseria e degradazione, la profezia di Marx diede ai lavoratori un'ispirata fede nella loro
missione e nel grandioso futuro che il loro movimento avrebbe preparato per l'intero genere umano. Riconsiderando il corso degli eventi dal 1864 al 1930, penso che se Marx non avesse scoraggiato la ricerca nella tecnologia sociale, le vicende europee avrebbero forse potuto svilupparsi, sotto l'influenza di questa religione profetica, nella direzione di un socialismo di tipo non-collettivistico.
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Un'accurata preparazione per l'ingegneria sociale, per la pianificazione per la libert, da parte dei marxisti russi e di quelli dell'Europa centrale, avrebbe forse potuto portare a un inequivocabile successo, convincente per tutti gli amici della societ aperta. Ma tutto ci non sarebbe stato la conferma di una profezia scientifica. Sarebbe invece stato il risultato di un movimento religioso, il risultato della fede nell'umanitarismo, combinata con un uso critico della nostra ragione al fine di cambiare il mondo.
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Ma le cose sono andate diversamente. L'elemento profetico nel credo di Marx  rimasto predominante nelle menti dei suoi seguaci, inducendoli a mettere da parte tutto il resto, bandendo la forza del giudizio spassionato e critico e distruggendo la convinzione che con l'uso della ragione possiamo cambiare il mondo. Tutto quel che  rimasto dell'insegnamento di Marx fu la filosofia oracolare di Hegel che, nei suoi travestimenti marxisti, minaccia di paralizzare la lotta per la societ aperta.
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Note.
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1. Cfr. La nota 22 al Capitolo 17 e 9 al Capitolo 18, e il relativo testo.
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2. Engels dice nell'Anti-Dhring (cit., p. 278) che Fourier molto tempo prima aveva scoperto il circolo vizioso della produzione capitalistica.
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3. Cfr. Il capitale, Libro 3, cit., p. 313.
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4. Cfr., per esempio, Parkes, Marxism - A Post Mort em, pp. 102 sgg.
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5. Questa  una questione che non intendo qui affrontare.
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6. Questo punto  stato sottolineato, nel corso di discussioni, dal mio collega prof. C.G.F. Simkin.
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7. Cfr. Il testo relativo alla nota 11 al Capitolo 14 e la fine della nota 17 al Capitolo 17.
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8. Cfr. H.A.L. Fisher, History of Europe (1935), Prefazione, vol. 1, p. 7. Il passo  citato pi ampiamente nella nota 27 al Capitolo 25.
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Fine Parte 5.